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Cosa succede quando ci s’infetta con il Covid-19? Non è ancora del tutto chiaro ma dalle evidenze finora disponibili sappiamo che il virus tende a replicarsi nelle cellule dell’ospite inducendo lo sviluppo dei classici sintomi influenzali, tra i quali un malessere generale, la febbre e la tosse. Alcuni pazienti, non sviluppano alcun sintomo. Sono gli asintomatici e i paucisintomatici. In altri pazienti, invece, s’ innesca una forte risposta immunitaria responsabile dei danni a livello polmonare. Talvolta la risposta immunitaria può essere di entità tale da indurre il rilascio di citochine pro-infiammatorie prodotte dal paziente stesso. Nei casi più gravi si innesca una vera e propria tempesta citochinica in grado di indurre non solo problemi polmonari ma anche danni sistemici con problemi di trombosi diffusa dei piccoli vasi arteriosi e venosi e lesioni polmonari permanenti (fibrosi polmonare) che possono portare alla morte in breve tempo.

Perché si sviluppano le trombosi?

Nel corso di questi mesi è apparso evidente che l’infezione da Covid-19 determina, in alcuni pazienti, una grande propensione a sviluppare trombosi venose e arteriose mortali. Il motivo non è ancora del tutto chiaro. Ricercatori dell’Università di Milano Bicocca si sono concentrati su un marcatore, chiamato sFlt1, prodotto quasi esclusivamente dalle cellule endoteliali. Sono le cellule che tappezzano la superficie interna dei vasi e che hanno il compito di evitare l’innesco della coagulazione. I valori di sFlt1 e, in particolare, il rapporto tra sFlt1 e PlGF (un fattore di crescita per le cellule endoteliali) s’innalzano fino a 5 volte fra i pazienti ricoverati. Ora, questa situazione è del tutto peculiare e non riscontrabile, per esempio, in coloro che sviluppano polmonite ma che non sono positivi al Covid-19. Prima d’ora, la stessa alterazione descritta dai ricercatori di Milano Bicocca era stata riscontrata nelle pazienti affette da preeclampsia, una condizione che si può sviluppare in gravidanza e che si contraddistingue, appunto, per l’elevato rapporto sFlt1/PlGF e per la presenza, singola o in associazione, di segni clinici quali edema, proedema, proteinuria e ipertensione. Fra queste pazienti si assiste al conseguente innescarsi della trombosi a livello della placenta e di altri organi. In alcuni dei pazienti che si infettano con Covid-19 a causa della soppressione della molecola ACE2 si nota un aumento di sFlt1. Di che cosa si tratta?

ll Covid 19 entra nelle cellule bersaglio utilizzando l’enzima di conversione della Angiotensina II (ACE2), che si trova sull’endotelio dei capillari polmonari e che svolge un ruolo essenziale nella regolazione della pressione arteriosa. Il virus, dunque, nei pazienti che sviluppano complicanze trombotiche può infettare direttamente le cellule endoteliali. Questo fatto, unitamente alla precocità di alterazione del rapporto sFlt1/PlGF, oltre a chiarire il meccanismo di azione del virus, offre una spiegazione razionale per l’utilizzo precoce di farmaci anticoagulanti (come l’eparina), e di altri farmaci quali aspirina o sartanici, in grado di bloccare l’aumento di sFlt1.

Valutare i livelli di albumina

Nei casi più gravi, a determinare la morte del paziente è dunque la tempesta di coaguli che si scatena. Questo particolare ha ispirato un altro importante studio, coordinato da Francesco Violi, Dipartimento di Medicina interna e Specialità mediche, Policlinico Umberto I di Roma, secondo il quale i pazienti che sviluppano l’infezione da Covid-19 nella forma più grave hanno bassi valori di albumina sierica. Nello studio pubblicato sulla rivista “Circulation Research”, è stato sottolineato come i bassi valori di albumina implicano lo scatenarsi di complicanze trombotiche. L’albumina è una proteina del sangue molto importante che svolge una potente attività antinfiammatoria grazie alla capacità di opporsi agli effetti dello stress ossidativo nell’organismo umano. Se per un qualunque motivo si assiste a una riduzione dei livelli di albumina plasmatica, le cellule producono elevate quantità di radicali di ossigeno, portando a un’attivazione incontrollata delle cellule fino alla loro morte. Gli autori di questo studio sono partiti dall’assunto che quando l’albumina nel sangue è inferiore a un certo livello (per la precisione è inferiore a 35g/L) si verifica un aumento del rischio di sviluppare trombosi arteriosa e venosa. Sono andati perciò a verificare i valori dell’albumina sierica in 73 pazienti ricoverati presso i reparti di Malattie infettive e di Terapia intensiva del Policlinico Umberto I di Roma. L’analisi dei dati ha evidenziato come i pazienti Covid-19, soprattutto quelli gravi o che andavano incontro a complicanze trombotiche, avevano valori di albumina più bassi di 35g/L. «Il nostro lavoro – ha chiarito Francesco Violi – oltre a dare una interpretazione, fino a ora non chiarita, del rischio trombotico dei pazienti Covid-19, apre la strada a una identificazione precoce dei soggetti ad alto rischio e a nuove prospettive terapeutiche per ridurne le trombosi».    

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