I fattori di rischio cardiovascolare sono numerosi: sempre più studi scientifici provano che la qualità e la quantità del sonno sono indicatori importanti di benessere per l’apparato cardiocircolatorio. Per la salute del cuore, però, un altro indicatore di benessere è l’ora alla quale si decide di andare a letto: l’ora in cui si prende sonno, infatti, contribuisce alla regolarità del ritmo circadiano di ognuno noi. Inoltre, l’equilibrio e la salute del corpo umano dipendono dalla capacità di adattamento alla naturale alternanza di giorno e notte. Così come alla luce segue il buio, così il nostro orologio biologico regola i complessi cicli vitali responsabili della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della temperatura corporea, del tono muscolare, del ritmo sonno veglia in base all’orario scelto per addormentarsi e svegliarsi.
Uno studio pubblicato sull’«European Heart Journal – Digital Health», rivista della European Society of Cardiology, ha indagato l’impatto dell’orario abituale scelto per andare a dormire. La particolarità di questo studio sta nel fatto che gli autori non si sono limitati ad analizzare i dati autoriferiti dalle persone coinvolte, per il 58% donne e per il 42% maschi, ma li hanno oggettivamente raccolti. Tutti i partecipanti, infatti, età media 61 anni, per una settimana fra il 2013 e il 2015 hanno indossato lo sleep tracker, un braccialetto che ha consentito diricostruire l’ora alla quale ogni partecipante si era effettivamente addormentato e svegliato durante la settimana di indagine. Tutte le informazioni sullo stile di vita, lo stato di salute e il livello di attività fisica praticata dai partecipanti sono stati raccolti attraverso specifici questionari.  Dopo circa 5-6 anni i ricercatori hanno indagato la comparsa di problemi cardiovascolari, accertando che il 3,6% del campione ha sviluppato un evento cardiovascolare, ovvero ha patito un infarto, un’insufficienza cardiaca, una cardiopatia ischemica cronica o un ictus. Tenendo conto di tutti i fattori di rischio quali età, sesso, vizio del fumo, ipertensione e diabete ma senza analizzare durata e qualità del sonno, gli studiosi hanno concluso che i partecipanti abituati a mettersi a letto oltre la mezzanotte avevano un rischio del 25% in più di sviluppare un disturbo cardiovascolare; quelli avvezzi ad andare a dormire prima delle 22, un rischio del 24%; quelli fra le 22 e le 23, del 12%.
Perciò l’orario migliore per la salute del cuore è compreso fra le 22 e le 23. Deviare da questa fascia oraria sembra più pericoloso per le donne, mentre per gli uomini lo è andare a letto prima delle 22. Sugli orari del sonno ai fini della salute e in rapporto al genere occorrono ulteriori investigazioni, è la conclusione degli autori dello studio.  Chi si addormenta dopo la mezzanotte, infine, sembra più esposto ai rischi cardiovascolari perché si alza più tardi e può godere meno dei benefici della luce.
«Lo studio è di grande importanza per due fattori: include un campione molto ampio di partecipanti, oltre 88 mila, e valuta le caratteristiche e gli orari di addormentamento mediante strumenti obiettivi, per esempio dei misuratori di attività motoria – spiega Luigi De Gennaro, professore ordinario di Psicologia e Direttore del laboratorio del sonno all’Università La Sapienza di Roma, che aggiunge – questi due fattori conferiscono una grande robustezza ai dati riportati. D’altra parte, bisogna segnalare che, seppur molto esteso, si tratta di uno studio puramente correlazionale che non permette di definire un ruolo di causa dell’orario di addormentamento sull’aumentato rischio cardiovascolare». Per quale motivo? È presto detto. A parere del professor De Gennaro «la relazione tra rischio cardiovascolare e durata del sonno (quindi, non il momento dell’addormentamento) non è un certo dato nuovo; si sapeva già che l’eccesso di sonno e, soprattutto, il sonno di breve durata, impattano sulla salute e sono correlati a diabete, ipertensione, obesità e rischio di Alzheimer.  Sempre relativamente alle cautele nei confronti di questo studio, bisogna precisare che non tiene conto di altri parametri che incidono sulla qualità del sonno, come quelli legati ai turni di lavoro, oppure a comportamenti individuali, tra i quali il consumo di alcol, che a loro volta sono fattori di rischio cardiovascolare».
È comunque uno studio di grande importanza, conferma il professor De Gennaro, che così conclude: «fatte salve queste precisazioni, bisogna considerare questo studio, eseguito nel Regno Unito, un contributo miliare nell’indirizzare l’attenzione dei ricercatori sul rapporto tra qualità del sonno e rischio cardiaco e, soprattutto, sul ruolo che i ritmi biologici possono giocare sul benessere cardiovascolare, sottolineando sempre più come sia opportuno improntare la nostra vita e la nostra salute a principi cronobiologici, cioè di attenzione al momento biologicamente più appropriato per qualsiasi attività o funzione. Il sonno, in questo caso».

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