
“Farsi Male – Variazioni sul masochismo”, pubblicato alla fine del 2025, non è un saggio sulla pratica sessuale del masochismo, quella dinamica in cui un soggetto trae piacere da fantasie di sottomissione durante il rapporto sessuale. Come ci ricorda l’autore Vittorio Lingiardi – psichiatra, psicoanalista e professore ordinario di Psicologia dinamica presso la facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma – il termine “masochismo” ha ormai acquisito una polisemia che trascende il suo significato originario.
Quest’ultimo deriva dal nome dello scrittore Leopold von Sacher-Masoch, che nel 1870 pubblicò il celebre romanzo erotico “Venere in pelliccia”. Nel romanzo, il protagonista stipula un contratto con una donna per assicurarsi di essere trattato come schiavo, sottomesso a tutti i suoi desideri e capricci, preferibilmente quelli più prevaricanti.
Il “farsi male” psicologico
Il “farsi male” che indaga Lingiardi riguarda invece quegli atteggiamenti mentali che raramente rappresentano un punto di svolta nella vita di una persona. Si tratta di un rifugio psichico talmente abusato che Freud lo definì “coazione a ripetere”: quella tendenza a ripercorrere il già noto, anche sapendo in anticipo che non porterà a un esito favorevole, piuttosto che avventurarsi in una sfida nuova dal destino incerto e soprattutto sconosciuto.
Sono molti i campi dell’esperienza dove prevale questo “farsi male”. Nel lavoro, per esempio, quando si sceglie di lamentarsi costantemente del proprio impiego invece di cogliere una nuova opportunità professionale, anche quando questa si presenta concretamente. Nei rapporti interpersonali, quando si preferisce consolidare una relazione ormai logora o inesistente pur di non mettere in discussione l’impalcatura traballante che ci ha sostenuto fino a quel momento. Nella salute, è il caso di chi rimanda esami o cure per timore di scoprire verità diagnostiche spiacevoli o che potrebbero creare scompiglio nella quotidianità, dimenticando che così facendo ci si espone alle conseguenze peggiori della malattia senza aver nemmeno tentato di erigere una qualche difesa.
Il ruolo del senso di colpa
L’atteggiamento masochista che indaga Lingiardi è dunque quello di preferire il peggio in quanto tale, un peggio su cui troneggia con la sua ombra spettrale il senso di colpa. Per chiarire meglio questo passaggio, l’autore richiama la personalità narcisistica, tema approfondito in un suo precedente libro pubblicato nella stessa collana.
La personalità narcisistica ci spinge a dare il massimo di noi stessi nel perseguire traguardi che, almeno in teoria, dovrebbero gratificare il nostro ego. Tuttavia, il narcisismo non si nutre dell’obiettivo raggiunto, ma della tensione costante verso di esso. Ecco perché ogni conquista viene rapidamente svalutata: all’orizzonte emerge sempre una nuova meta da raggiungere, rendendo ogni successo già conseguito quasi banale.
Inoltre, il nostro vissuto personale – ciò che si è sedimentato nel profondo della psiche – può farci vivere il successo con un senso di colpa: inconsciamente non ci sentiamo meritevoli del riconoscimento ricevuto, come se fossimo degli impostori.
Lingiardi cita esempi di persone che dichiarano di vivere il successo con un’inconfessabile punta di frustrazione, come se, più che aggiungere qualcosa, il successo arrivasse a negare quella tensione emotiva che aveva sorretto tutti gli sforzi in funzione della meta. E senza tensione emotiva, come è noto, c’è il rischio di “farsi male” cadendo tra le braccia della depressione invece di gioire dei fasti effimeri che il successo porta in dono.
L’autore arricchisce il suo racconto con le vicende di personaggi famosi, letterari o reali, che sono andati in crisi per depressione a causa del successo. Anche se non citato da Lingiardi, il cantante Zucchero è uno di questi: in un’intervista disponibile su YouTube, il celebre artista reggiano parla della depressione patita all’apice del successo, dalla quale è uscito valorizzando gli affetti personali, più che i riconoscimenti professionali che stava ricevendo a livello mondiale.
La via d’uscita
Se “farsi male” è un dato dell’esperienza di tutti, solo un numero più esiguo di persone se ne rende conto e prova ad affrontare criticamente l’esperienza, cercando di sviscerane le cause. Secondo Lingiardi, mettersi in discussione – meglio ancora se ricorrendo all’aiuto di chi è in grado di farlo professionalmente, come uno psicoanalista – significa aver già imboccato la via che ci porterà fuori dal tunnel.