di Elisabetta Bramerio

La presenza di più sintomi di singole patologie cardiovascolari può essere causa di sindrome metabolica, una disfunzione a carico del metabolismo che viene diagnosticata per l’evidenza di tre o più delle seguenti componenti: eccesso di adipe addominale, pressione alta, glicemia e trigliceridi alti, colesterolo Hdl basso. E nei soggetti che ne sono affetti, morbilità e mortalità cardiovascolari sono percentualmente più alte

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La sindrome metabolica (SM) è una malattia cardiovascolare tra le più diffuse. Solo in Italia, sono circa quattordici milioni i soggetti affetti da SM, in maggioranza uomini e donne ultra cinquantenni. Cinquant’anni è l’età critica per molte patologie, non solo a carico di cuore e arterie. Il livello massimo di SM si raggiunge nella fascia d’età tra 65 e 74 anni. Nei diabetici di tipo 2 l’evidenza si manifesta nell’80-90 per cento di soggetti, con ipertensione e sovrappeso viscerale sempre presenti. Convenzionalmente, la SM è definita dalla presenza di tre o più delle seguenti componenti: eccesso di adipe addominale, pressione alta, glicemia e trigliceridi alti, colesterolo Hdl basso. Va da sé che morbilità e mortalità cardiovascolari sono percentualmente incrementate nel soggetto con SM. Numerosi studi hanno dimostrato che individui con SM presentano un rischio di eventi cardiovascolari doppio rispetto a coloro che non ne sono affetti. Ma non solo. Un’équipe di oncologi italiani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano ha evidenziato che la sindrome metabolica è associata a un rischio più che doppio per la donna di ammalarsi di tumore al seno.

In Italia sono state fatte molte ricerche sulla SM, allo scopo di studiare l’incidenza di questa malattia. I dati riguardanti la presenza della SM nel nostro Paese provengono da studi regionali ben distribuiti su tutto il territorio. Gran parte di questi dati sono stati raccolti sulla base di classificazioni che differiscono per le classi di età considerate e, proprio per questo motivo, sono in grado di fornire uno spaccato della società italiana piuttosto completo. La prevalenza della SM tra i ventenni varia tra il 12 e il 18 per cento, mentre dopo i 50 anni si hanno percentuali che raddoppiano, intorno al 30 per cento nei maschi e al 35-40 nelle femmine. Dopo la menopausa e in particolare dopo i 60 anni, la donna tende ad ammalarsi di più rispetto all’uomo. Nello specifico, nelle donne anziane (65-84 anni) la SM ha una elevata frequenza in campioni di popolazione affetti da diabete mellito (maschi diabetici al 65 per cento, femmine all’88).

Va aggiunto che l’epidemia di obesità diffusasi nel mondo – non solo nei Paesi industrializzati, ma anche in quelli a rapida crescita economica, come Cina e in particolare India – si è verificata anche nel Belpaese, nonostante la dieta mediterranea continui a essere spacciata come una delle migliori per prevenire molte malattie. Ma forse, più che la dieta a base di pesce, cereali e legumi dell’Italia contadina e rivierasca, a fare la differenza è il disordine alimentare, ovvero la tendenza ad adattarsi alle situazioni di comodo o a quelle forzate. Per il primo tipo, vale la cattiva abitudine di cibarsi troppo spesso del solito panino nella pausa pranzo e di rimandare il piatto di pasta a cena. Di sera, l’apporto di carboidrati dovrebbe essere ridotto al minimo, in previsione dell’inattività notturna, durante la quale è molto più difficile per l’organismo smaltire adeguatamente gli zuccheri di pasta, patate e riso. Per il secondo, vale l’adattamento a situazioni stressanti. Lo stress di per sé è sintomo di rischio cardiovascolare, perché provoca un innalzamento della pressione arteriosa e di altri sintomi che mettono a dura prova il cuore e le arterie. E cibarsi in modo disordinato molto spesso ha a che fare proprio con lo stress.

Una riprova di quello che stiamo per dire è rappresentata dallo studio condotto sugli abitanti dell’Aquila all’indomani del terremoto del 2009, pubblicato sulla rivista scientifica «Nutrition, metabolism and cardiovascular diseases». Il campione di aquilani presi in esame, in parallelo con un campione analogo di cittadini molisani che nello stesso periodo hanno continuato a condurre una vita regolare, ha dimostrato che, fra gli aquilani, sballottati fra tendopoli e alberghi di fortuna, mense da campo e ristoranti qualunque, la sindrome metabolica ha attecchito in maniera precipua, tanto da far supporre che le nuove condizioni ambientali, cadenzate dallo stress del post catastrofe e dal disordine alimentare dei primi mesi, ne siano state la vera causa scatenante.

Dei cinque sintomi “osservati speciali”, è sufficiente l’evidenza di tre e il paziente che li manifesta deve essere messo sotto terapia specifica per affezione da SM. I sintomi sono:

1) pressione arteriosa superiore a 85/135 mmHg;

2) un valore di trigliceridi superiore a 150 mg/dl,

3) il colesterolo Hdl inferiore a 50 mg/dl nelle donne e inferiore a 40 nell’uomo;

4) la glicemia a digiuno superiore a 110 mg/dl (100 mg/dl, a detta dei diabetologi di stretta osservanza);

5) una circonferenza addominale superiore a 88 cm per le donne e 102 per gli uomini.

Presi singolarmente, questi valori non delineano la patologia da cui sembrano scaturire.

Con 135/85 mm/Hg di pressione il paziente è borderline ma non ancora un iperteso nel senso stretto del termine. Lo diventa, iperteso, con valori di poco superiori, 140/90. Così pure per i trigliceridi. Si parla di ipertrigliceridemia con valori superiori a 200 mm/dl. E così pure il diabete. Un soggetto è diabetico quando i suoi livelli di glicemia a digiuno superano i 126 mg/dl. E il colesterolo Hdl basso da solo non basta a configurare un rischio cardiovascolare elevato, bisogna vedere come si comporta il colesterolo totale e, di conseguenza il colesterolo Ldl, dato dalla sintesi degli altri due. Solo in presenza di un colesterolo totale superiore a 200 e un colesterolo Hdl basso (di cui fanno fede i valori indicati per uomini e donne) si parla, a ragion veduta, di rischio cardiovascolare elevato.

Con i valori di circonferenza addominali indicati, invece, potremmo già parlare di sovrappeso o, comunque, di rischio elevato.

Il grasso addominale non è un grasso inerte. Si è appurato che produce sostanze infiammatorie e ormonali che a loro volta producono insulino-resistenza, ovvero il fattore di rischio più prossimo a sviluppare il diabete, l’ipertensione, l’ipertrigliceridemia, tutte patologie riconducibili alla SM.

La riduzione dei fattori di rischio dipende in larga misura dalla riduzione del girovita. Si calcola che, per ogni centimetro di girovita in meno, il grasso viscerale diminuisce del 4%. E qui entra in gioco una dieta ipocalorica accompagnata da una attività fisica costante. Da ricordare che gli effetti benefici dell’attività fisica, vanno ben oltre gli effetti del dimagrimento. Calo ponderale a parte, l’esercizio fisico è efficace per ridurre l’insulino-resistenza, e la conseguente diminuzione del rischio del diabete; incrementare la massa magra a discapito di quella grassa, da cui ne consegue una riduzione del grasso viscerale e del rischio cardiovascolare nel suo complesso. Inoltre, numerosi fonti sono concordi nel sostenere che l’inattività fisica nei soggetti obesi acquisti una valenza negativa ancora più forte, diventando un fattore di rischio grave quanto il diabete, l’ipercolesterolemia e i danni alle arterie causati dal fumo. Stiamo parlando di un esercizio fisico costante, un̓abitudine quotidiana che viene a permeare lo stile di vita di un individuo; siamo ben oltre l’andare in palestra due volte la settimana, considerato un approccio ragionevole al problema fino a qualche anno fa, prima che lʼattività fisica entrasse di diritto fra i fattori utili nella prevenzione primaria.

Numerosi studi rilevano che la limitazione dellʼattività fisica determina un maggiore rischio di malattia ischemica cardiaca. Si calcola che attualmente una percentuale variabile dal 60 allʼ80 per cento degli adulti non svolga unʼattività fisica sufficiente a determinare effetti benefici sulla salute. In Italia, circa il 66 per cento delle persone svolge unʼattività fisica quotidiana inferiore ai trenta minuti.

L’attività motoria deve essere commisurata alle caratteristiche fisiche e patologiche dell’individuo, tenuto conto che, di regola, il monte ore è cresciuto fino a raggiungere le 8-10 ore settimanali.

In presenza di SM è meglio rivolgersi a un esperto, per avviare il soggetto a unʼattività aerobica intensa ma priva di rischi osteo-articolari. In molti casi la scelta giusta risiede nella camminata sportiva, che è meglio della corsa e della cyclette perché comporta un carico più leggero per le articolazioni delle ginocchia e della fascia dorso-lombare.

Una visita cardiovascolare sotto sforzo è in grado di stabilire l’intensità e la durata degli allenamenti quotidiani. L’importante è capire oltre quali limiti di pressione arteriosa massima il soggetto deve mantenersi in relazione allo sforzo che sta praticando, proprio per evitare rischi di ischemia generalizzati. Il soggetto deve essere informato sulla necessità che ha l’organismo di idratarsi in assenza di una sete specifica, sul bisogno di mantenere le articolazioni e la muscolatura elastiche, grazie ad appropriati esercizi di allungamento (stretching).

Da non sottovalutare sono infine i sintomi di disagio quali, l’affaticamento respiratorio, i problemi di termoregolazione, il diabete, l’asma ecc.

Se la prevenzione resta l’arma migliore contro la SM, quando la situazione è diventata particolarmente seria e gli accorgimenti salutistici di pratica sportiva costante e dieta ipocalirica da soli non bastano a portare l’individuo al di sotto della soglia di rischio, allora è il momento di affidarsi ad appropriati trattamenti farmacologici, dagli antipertensivi agli anticolesterolemizzanti, agli antidiabetici, prescritti dal proprio medico di base in seguito ad accurati controlli diagnostici.

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