Peter Schwartz (sinistra) insieme a Italo Richichi in occasione della presentazione a Pavia (2014) di uno studio con il quale si volevano monitorare i rischi di morte improvvisa in una platea selezionata di giovani.

L’arresto cardiaco che ha colpito Cristian Eriksen alla fine del primo tempo della partita che la sua nazionale, la Danimarca, stava disputando il 12 giugno scorso contro la Finlandia, come tutti sanno, ha avuto un epilogo felice. Kjaer, capitano danese, è stato prontissimo a impedire che il compagno si soffocasse con la lingua dopo essersi reso conto del rischio che Eriksen, faccia a terra e ormai privo di sensi, stava correndo.
A strappare a morte certa il centrocampista dell’Inter sono intervenuti i sanitari di bordo campo di questo incontro d’esordio agli Europei fra le due nazionali a confronto. I membri dello staff medico l’hanno soccorso prontamente. Alternando il massaggio cardiaco alle scariche del defibrillatore, il cuore di Eriksen ha ripreso a battere. Pochi attimi e il sangue è ritornato a pulsare nelle arterie e nelle vene e con esso la vita, al punto che il giocatore è uscito dal campo frastornato ma cosciente, cosa che è apparsa da alcuni fotogrammi che nel frattempo hanno fatto il giro del mondo.

Fosse andata diversamente, staremmo a parlare di morte improvvisa, che è poi quella che Eriksen ha scampato per il rotto della cuffia. La “morte improvvisa” è causata da una fibrillazione ventricolare, per colpa della quale il cuore passa da 60 a 600 battiti al minuto. A questa velocità parossistica il muscolo cardiaco non riesce a fare il suo dovere, che è pompare sangue nelle arterie, affinché il nutrimento raggiunga gli organi vitali, come fegato, intestino, cervello e polmoni. Di morte improvvisa muoiono soprattutto gli atleti sui campi sportivi, accasciandosi a terra come foglie d’autunno. Un evento ben diverso da quello che si potrebbe derubricare come una banale sincope. Ne muoiono nel sonno i giovani fra i tre e quindici anni. Oppure i ragazzi a scuola e dove capita, in seguito a uno spavento improvviso o a causa di un evento emotivo stressante. O, anche, di notte a casa, all’udire un rumore potente, di quelli che fanno trasalire.
Così aveva inquadrato le casistiche il professor Peter Schwartz in un convegno di qualche anno fa che il nostro giornale, sotto la direzione scientifica del compianto prof. Italo Richichi, aveva a seguito a Pavia. Schwartz, in quell’occasione, aveva altresì ricordato che oggigiorno le morti improvvise sono diminuite del 50 per cento rispetto a solo trent’anni fa. Prima di allora, il professor Schwartz e la sua équipe dell’Università di Pavia non avevano ancora individuato alcune delle sindromi rare i cui vizi genetici portano a morte improvvisa praticamente certa, se non s’interviene sui pazienti con la terapia che i cardiologi e i ricercatori pavesi hanno poi contribuito a definire. Una terapia che oggi viene utilizzata praticamente in tutto il mondo. Le statistiche dicono che le malattie genetiche da morte improvvisa colpiscono un individuo ogni due mila nati vivi. Sono, per lo più, i giovani atleti a morire, per i quali lo sforzo fisico può fare da classica scintilla che accende la miccia di una polveriera sconosciuta. Invece, se diagnosticate per tempo, le malattie rare da morte improvvisa possono essere prevenute e curate in maniera, tutto sommato, banale.
Fra le malattie da morte improvvisa, spiccano le cardiomiopatie ipertrofica, dilatativa e aritmogena del ventricolo destro, i fattori di rischio genetico per ipertensione arteriosa e trombofilia, nonché numerose sindromi: quella del QT lungo e corto, di Burgada, di Marfan, di Noom e di Leopard.

Quello che è successo ad Eriksen, che nel frattempo è stato operato, gli è stato impiantato un defibrillatore che dovrebbe tenere sotto controllo altri eventuali sbalzi del ritmo, fornisce anche un’altra indicazione: partecipare a un corso di primo soccorso è utile a tutti. Potrebbe insegnare a tutti a salvare una vita. L’esempio di Kjaer insegna, anche se quello che ha veramente fatto la differenza sono stati il massaggio cardiaco e il defibrillatore. Sarà introdotto l’obbligo di corsi di primo soccorso a tutti gli atleti, affinché interventi come quello di Kjaer possano diventare lo standard, si è affrettato a dichiarare il presidente della Federcalcio Italiana Gabriele Gravina. Facile intuire che l’estensione di questa norma deve essere capillare, senza esclusione neppure per il più dimenticato campetto di periferia, anche se il calcio, da questo punto di vista, è uno sport al pari di tutti gli altri. E tutti gli altri meritano la stessa attenzione. Siamo in attesa, allora, delle dichiarazioni degli altri presidenti di Federazione.

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