
“Il medico di famiglia non si deve limitare a prescrivere farmaci, ma può indicare al proprio paziente un percorso culturale personalizzato che agisca come terapia complementare”; con queste parole il Professor Luca Gabutti, internista, nefrologo e investigatore principale del progetto pionieristico di “arte su prescrizione” lanciato a Lugano, sintetizza la filosofia rivoluzionaria di un approccio che potrebbe cambiare il concetto stesso di cura.
Professor Gabutti, Lugano ha lanciato il primo studio svizzero di “prescrizione culturale” per migliorare la salute degli over 65 con patologie croniche. Com’è nata questa idea innovativa?
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra IBSA Foundation, Città di Lugano e dall’Istituto di Medicina di Famiglia dell’Università della Svizzera italiana (USI) con il coinvolgimento del LAC Lugano Arte e Cultura. Il progetto pilota prevede il reclutamento di 100 partecipanti in 18 mesi: 80 coinvolti attivamente in pittura, fotografia, musica, danza, teatro e museoterapia, 20 in un gruppo di controllo. Ogni partecipante sarà seguito da un “link worker” specializzato per scegliere l’attività più adatta alle proprie necessità. L’obiettivo è dimostrare scientificamente l’efficacia terapeutica dell’arte e fornire evidenze per l’integrazione della cultura nelle politiche sanitarie.
Lei ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca sui fattori di rischio cardiovascolare, sull’ipertensione e sulla rigidità vascolare. Come si collega questo studio all’ambito cardiovascolare?
Il legame è più stretto di quanto possa sembrare. Le malattie cardiovascolari sono spesso croniche e legate allo stile di vita. L’isolamento sociale, lo stress cronico, la sedentarietà sono tutti fattori che influenzano negativamente la salute del cuore e dei vasi. L’ipertensione, per esempio, non è solo una questione di numeri sulla pressione arteriosa: è spesso il risultato di un complesso intreccio di fattori psicosociali. Quando una persona anziana si ritrova isolata, con poche stimolazioni cognitive e sociali, aumenta il rischio di depressione, che a sua volta può aggravare l’ipertensione e altri fattori di rischio cardiovascolare.
In che modo le attività artistiche possono influire concretamente sulla salute cardiovascolare?
Le evidenze scientifiche mostrano che l’arte può ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e favorire la produzione di serotonina e dopamina. Questo ha un impatto diretto sulla pressione arteriosa e sulla frequenza cardiaca. Inoltre, partecipare a attività di gruppo rompe l’isolamento sociale, che è un fattore di rischio cardiovascolare indipendente. La socializzazione stimola il sistema nervoso parasimpatico, quello che ci fa rilassare, riducendo così il carico sul sistema cardiovascolare.
Come funziona praticamente questo “link worker” che accompagnerà i partecipanti?
Il link worker è una figura chiave del nostro studio. È un professionista formato che attraverso colloqui personalizzati aiuta ogni partecipante a identificare l’attività artistica più in linea con la propria sensibilità e le proprie necessità. Non si tratta di una prescrizione rigida, ma di un percorso personalizzato che tiene conto delle preferenze, delle capacità fisiche e cognitive, e degli obiettivi di salute specifici di ogni individuo.
Lo studio monitora i cambiamenti attraverso questionari, esami clinici e smartwatch. Cosa state misurando esattamente?
Monitoriamo parametri di salute mentale, benessere percepito e qualità della vita attraverso questionari validati. Gli esami clinici includono la misurazione della pressione arteriosa, dei parametri metabolici e degli indici di rigidità vascolare – un mio campo di particolare interesse. Gli smartwatch ci permettono di tracciare l’attività fisica, i pattern del sonno, la variabilità della frequenza cardiaca, tutti indicatori importanti della salute cardiovascolare. È un approccio integrato che ci darà una visione completa dell’impatto delle attività artistiche.
Qual è la sua aspettativa sui risultati, soprattutto per quanto riguarda i pazienti con problemi cardiovascolari?
Mi aspetto di vedere miglioramenti nella gestione dello stress e conseguentemente nella regolazione della pressione arteriosa. I pazienti ipertesi che partecipano a attività di gruppo spesso mostrano una migliore aderenza alle terapie e stili di vita più salutari. L’arte può anche migliorare la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie emozioni, elementi cruciali nella gestione delle malattie croniche cardiovascolari.
Come si inserisce questo progetto nel più ampio panorama della medicina di famiglia, di cui lei è un esperto?
Questo studio rappresenta perfettamente la mia visione della medicina di famiglia moderna. Il medico di famiglia deve essere un punto di riferimento globale per la salute del paziente, non limitarsi alla prescrizione farmacologica. Deve saper “prescrivere” anche attività fisica, modifiche dello stile di vita, e perché no, attività culturali. È un approccio olistico che mette al centro la persona nella sua interezza.
Questo approccio potrebbe rivoluzionare il concetto di cura?
Assolutamente sì. Stiamo parlando di un modello che integra sanità, cultura e benessere sociale. Se riusciremo a dimostrare scientificamente che l’arte può essere una medicina preventiva efficace contro l’isolamento e le sue conseguenze sulla salute, avremo aperto una strada nuova. Una strada in cui ospedali e istituzioni culturali collaborano, in cui il medico di famiglia può “prescrivere” una visita al museo o un corso di pittura con la stessa scientificità con cui prescrive un farmaco.
Quali sono le prospettive future di questo studio?
L’ambizione è quella di creare evidenze scientifiche solide che possano influenzare le politiche sanitarie a livello cantonale e federale. Se i risultati saranno positivi, come mi aspetto, questo modello potrebbe essere esportato in tutta la Svizzera e oltre. Lugano potrebbe diventare un “laboratorio a cielo aperto” per un nuovo modello di sanità che va oltre la cura della malattia per abbracciare la promozione del benessere globale della persona.

Il progetto di “arte su prescrizione” di Lugano rappresenta una prima assoluta in Svizzera e si inserisce nel più ampio programma “Cultura e Salute” varato nel 2020. Lo studio clinico, registrato presso le piattaforme ICTRP dell’OMS e SNCTP dell’Ufficio federale della sanità pubblica, avrà una durata di 18 mesi e coinvolgerà 100 partecipanti over 65. Nella foto in basso, il Professor Luca Gabutti, internista, nefrologo e investigatore principale del Progetto.