di Riccardo Segato

Chi ama la montagna forse sa già tutto. Ma chi invece è alle prime armi e vorrebbe affrontare la montagna con un certo impegno, è bene che sappia come comportarsi in termini di prevenzione per la salute. Valutando caso per caso, il soggiorno in montagna è benefico anche per i cardiopatici, in quanto stimola l’attività fisica all’aria aperta, in ambiente salutare

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L’altitudine è di per sé un fattore di rischio. Sopra i 5000 metri, quasi tutti gli alpinisti accusano i seguenti disturbi: mal di testa talora associato a vertigini, una sensazione di nausea e connessi conati di vomito, una condizione di debolezza seguita da calo dell’appetito e dall’impossibilità ad addormentarsi a causa della fatica a respirare. Tutti sintomi che possono scomparire nel giro di qualche giorno, oppure aggravarsi. Nel caso delle situazioni più critiche, in cui i sopraccitati disturbi non cessano, anzi tendono a tramutarsi in un forte malessere generalizzato, è consigliabile una rapida discesa a quote più basse. Fino a che quota è necessario scendere dipenderà da soggetto a soggetto. L’abbassamento ideale coincide con il raggiungimento della quota che procura una sensazione di sollievo immediato. Che certe quote giochino brutti scherzi a prescindere, lo si riscontra appena dopo lo scalo aereo in chi si avventura in molte località del Sudamerica e del Tibet. Per molti turisti il tourbillon dei sintomi comincia già qualche ora dopo l’atterraggio, poniamo a La Paz in Bolivia, oppure a Lhasa in Tibet, città in cui l’aeroporto è situato a 3500 metri circa di altitudine.

Gli stessi disturbi possono presentarsi anche a quote più basse, diciamo intorno ai 3000 metri, più raramente intorno ai 2500 metri. Ma a queste quote, di solito, essi sono connessi alla velocità con cui la vetta è stata raggiunta. Il “mal di montagna”, che tecnicamente si definisce come una condizione patologica causata dal mancato adattamento dell’organismo in quota, si riscontra più facilmente negli alpinisti più giovani e ben allenati. È un paradosso solo apparente. Gli alpinisti a volte credono di potersi permettere di bruciare le tappe dell’acclimamento in virtù dello spirito agonistico e della preparazione fisica che li sorregge. Quando ciò accade, i sintomi di cui sopra diventano persistenti, sicché diventa tutt’altro che raro che l’amante degli sport alpini sia costretto ad abbandonare la sfida con la montagna e a ridiscendere a valle. Generalizzando, il mal di montagna più frequente è quello acuto: l’Acute Mountains Sickness (AMS) che viene a interessare circa i tre quarti degli alpinisti a partire dai 3000 metri di quota. I sintomi intervengono fra le 12 e le 24 ore dall’arrivo e cominciano a regredire dopo il terzo giorno. I più comuni coincidono con cefalea, nausea e vertigini, inappetenza, astenia, respiro affaticato, difficoltà ad addormentarsi e malessere generalizzato.

Ma che cosa accade in montagna che fa sì che l’organismo manifesti questi e altri sintomi di sofferenza? All’aumentare dell’altitudine l’aria si fa più rarefatta per la mancanza di ossigeno. O, meglio, la percentuale di ossigeno nell’aria è sempre la stessa, diminuisce invece il numero di molecole di questo gas respirato dall’uomo all’interno dei polmoni per effetto della diminuzione della pressione atmosferica. A livello del mare la pressione atmosferica è massima, pari a circa 760 mmHg. A circa 3500 metri tale pressione si riduce della metà. In aggiunta alla diminuzione della pressione atmosferica, l’altitudine favorisce il transito di liquidi negli interstizi extra circolatori con il rischio di accumulo di tali liquidi in polmoni e cervello, da cui il rischio di Edema polmonare (HAPO) e cerebrale (HACO), due complicanze molto gravi e dagli esiti spesso mortali. Dunque, più si sale di quota più il rischio che il male acuto di montagna sfoci in qualcosa di più preoccupante è un fatto tutt’altro che raro. Il rischio maggiore, come abbiamo visto, è legato alla diminuzione dell’ossigeno nell’aria. L’ossigeno scende di pressione mano a mano che si sale di quota. La diminuzione dell’ossigeno ha come conseguenza l’aumento della permeabilità dei capillari e la fuoriuscita dei liquidi (edema) nei polmoni e nel cervello. L’edema polmonare è dovuto al passaggio dei liquidi negli alveoli, dove normalmente transita l’aria. Mentre l’edema cerebrale è dovuto all’aumento della pressione all’interno del cranio per accumulo di liquidi. Queste gravi conseguenze sono precedute da alcuni sintomi premonitori, che ogni alpinista deve imparare a decifrare per la propria e l’altrui incolumità. I sintomi dell’HAPO e HACO non sono dissimili da quelli che abbiamo già descritto. Ovvero, respiro affannoso, costrizione toracica persistente, vomito e grave astenia ma soprattutto manifestazioni di comportamento irrazionale e connessa confusione mentale. Sono questi ultimi i segnali inconfutabili che il cervello sta ricevendo un’ossigenazione insufficiente. Al manifestarsi di questi gravi sintomi, il soggetto deve essere portato immediatamente in un centro di soccorso alpino che comporti un calo di quota di almeno 600 metri.

La prassi consigliata per prevenire il mal di montagna prevede un acclimatamento graduale alle alte quote. Quando si superano i 3000 metri è bene restare per i primi giorni al campo base e accompagnare le prime ascese con un ritorno al campo base ove trascorrere la notte, allo scopo di abituare gradatamente l’organismo alla minor quantità di ossigeno nell’atmosfera. Inoltre, c’è il rischio che le apnee notturne degenerino in perdita dei sensi, oppure che ci si svegli di soprassalto a causa di una spiacevole sensazione di soffocamento. Un buona norma di prevenzione è quella di bere molta acqua, che aiuta a ridurre la secchezza dell’aria e rigenerare l’apporto idrico che si è consumato durante lo sforzo fisico e a causa della respirazione più difficoltosa. Inoltre, l’acqua contribuirà a una migliore fluidità del sangue, che in montagna tende a coagularsi più rapidamente per la presenza di un maggior numero di globuli rossi. Più globuli rossi sono serviti all’organismo per catturare quanto più ossigeno possibile, a compensazione della minor pressione atmosferica che ha reso l’aria più pesante da respirare.

Ci sono poi farmaci specifici, come quelli a base di Acetazolamide (Diamox) che servono per la profilassi dei sintomi, primo fra tutti a rendere meno problematiche le apnee notturne. Oppure quelli a base di Desamestatone, che contrastano i sintomi più gravi, connessi alle manifestazioni di edema sia cerebrale che polmonare. Infine, altri farmaci che servono a rallentare sintomi specifici, come l’ibuprofene che serve a combattere il mal di testa, la nifepedina per diminuire la pressione arteriosa polmonare, la furosemide per il drenaggio dei liquidi nei polmoni. C’è infine la camera iperbarica portatile, composta da un recipiente a tenuta stagna che si riempie d’aria tramite una pompa manuale e che serve per aumentare la concentrazione di ossigeno da respirare. Pare che in soli dieci minuti la camera iperbarica, se azionata compiutamente, sia in grado di simulare l’ossigenazione che si incontrerebbe a un calo di quota di almeno 1000-1500 metri. Tale strumentazione è contenuta in una borsa da viaggio del peso circa 6,5 kg, che fa parte del vettovagliamento di ogni spedizione alpina che si rispetti.

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