Secondo gli esperti, i problemi alimentari degli americani hanno origine in quella che si chiama Southern Diet, termine traducibile con ‘Dieta Meridionale’. Si tratta di un regime alimentare che si è diffuso, a cavallo fra Otto e Novecento, nella cintura degli stati del Sud: dalla Florida all’Arizona, dal Nuovo Messico al Texas alla California. Gli stessi nomi, o pressappoco, che si snocciolano parlando dei territori del leggendario Far West. Che cosa si mangiava in questi Stati durante la rivoluzione industriale, quando il diffondersi del progresso è coinciso con una maggiore disponibilità di calorie che, di fatto, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, ha posto fine al peridio di penuria alimentare e denutrizione precedenti? La Southern è una dieta che si basa sulla carne suina: il mitico bacon che si abbina con tutto, dai fagioli alle carne di manzo alle patate fritte; quando non viene assunta come braciole e costine di maiale, che in ogni barbecue che si rispetti non mancano mai. Inoltre, la Southern è la dieta che coincide con l’apoteosi dei grassi aggiunti, del cibo fritto, delle uova, della carne di organi (come il fegato) e di quella lavorata (gli hot dogs) e delle bevande zuccherate come la Coca-Cola.
Per chi non fosse del tutto convinto dell’azione diretta di questa tradizione alimentare, è a disposizione il dato epidemiologico secondo il quale nelle regioni del Sud degli Stati Uniti si registra ancora oggi il tasso più alto di malattie croniche di tutto il Paese. Sarà un caso che in questi Stati risiede una vasta rappresentanza di afroamericani, popolazione tra le più colpite da malattie croniche a causa dell’inosservanza delle regole fondamentali di quella che, in opposizione alla Southern, viene definita una sana alimentazione, come la Dieta Mediterranea? La domanda è retorica, giacché il tasso di obesità, ipertensione e diabete alimentare fra gli afroamericani osservanti della Southern è tra i più alti al mondo.
Insomma, negli Stati del Sud, la Southern resiste ancora come mito nonostante il fuoco nemico. Del resto, basta andare a Disneyland per averne la prova. A Disneyland, in Florida, tra le palme di un contesto naturale invidiabile, sorge The Polite Pig, un ristorante santificato alla Southern e per questa ragione ampiamente reclamizzato nei blog, nei siti web e in tutti i canali televisivi dedicati a questa cittadella del divertimento, meta di milioni di visitatori ogni anno. Qui chi paga il biglietto d’ingresso ha occasione di diventare lui stesso un southern per 45 minuti, il tempo a disposizione per fare man bassa di “leccornie” attingendo dall’ampia selezione di carne suina messa a disposizione dal personale di servizio.
Per questo gli epidemiologi non si arrendono, mettendo in guardia dal pericolo incombente. Di recente ci siamo imbattuti nell’intervista a uno di essi, il cui titolo è bastato ad attirare la nostra attenzione: “La Southern Diet aumenta il rischio di morte cardiaca”. A parlare, intervistato da AZO Life Sciences, un portale divulgativo in cui le tematiche cardiovascolari sono, al solito, ben rappresentate, è toccato al dr. James M. Shikany, professore di Malattie Cardiovascolari all’Università dell’Alabama. Questi ha studiato gli effetti della Southern su una vasta platea di corregionali per oltre 10 anni, mettendo i risultati successivamente a confronto con i dati ricavati da soggetti equiparabili che invece hanno fatto largo uso della Dieta Mediterranea, caratterizzata dal ricorso all’olio d’oliva come condimento prevalente, a vegetali, frutta, legumi, pesce e cereali integrali e a un consumo moderato di latticini. Le conclusioni non hanno lasciato margine a interpretazioni. Chi ha fatto ampio ricorso alla Southern, ha registrato un 46% di probabilità in più di fare esperienza con morte cardiaca improvvisa, dovuta a infarto o arresto, rispetto solo a chi vi è ricorso in maniera meno regolare. Di contro, chi nelle interviste ha dichiarato di aver fatto ricorso al regime alimentare etichettato come proprio della Dieta Mediterranea, questi stessi eventi cardiaci li ha incontrati ma solo nel 26% dei casi. La conclusione pertanto è che, in base a quello che si mangia, si può dimezzare o raddoppiare il proprio rischio di morte cardiaca. Pertanto, il consiglio che l’intervistato s’è sentito in dovere di dare è stato quello di diminuire fortemente il consumo di carne, specie la processata, prediligendo il pesce, che va consumato almeno due volte la settimana, aumentando il consumo di frutta e, in particolare, di vegetali, riducendo allo stesso tempo le bevande zuccherate senza distinzione di tipologia. In merito alle difficoltà che la popolazione incontra sul proprio cammino verso un consumo più intelligente di cibo, l’intervistato nota quanto sia imprescindibile che tutta la popolazione possa accedere a frutta e verdura fresca nel proprio territorio, che questa venga proposta a un prezzo sostenibile e che la stessa cosa accada per cibi più ricercati ma non meno salutari come il pesce e gli altri alimenti che conosciamo come tipici del mangiar sano e “Mediterraneo”. Con l’avvertenza, per quanto riguarda il medico intervistato, che in quanto epidemiologico non spetta a lui dare corso alle politiche alimentari. Infatti, il suo compito si limita ad accrescere la conoscenza diffusa su quali scelte alimentari adottare, sapendo che in base alle decisioni che prenderemo dipenderà il risultato sulla nostra salute. Nel caso del cibo, un risultato a medio termine, per così dire, visto che le manifestazioni patologiche più gravi causate dal cibo compaiono nella popolazione già di mezz’età, ovvero dopo i 40 anni.

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