Perché la depressione dovrebbe essere un fattore di rischio cardiovascolare che può portare all’insufficienza cardiaca, visto che a rigore di logica è un disturbo mentale o tutt’al più del comportamento?  Sono molte le spiegazioni che vengono proposte a questo riguardo. Seguendo uno studio tedesco di recente pubblicazione che ha provato a fare chiarezza su questo punto, la spiegazione più semplice ha ache fare con la non aderenza alla terapia. Chi è depresso è svogliato e tende a non rispettare il piano terapeutico che dovrebbe seguire. Se ha disturbi di portata cardiologica perfino dei più banali, nel senso che si tratta di problemi che accomunano milioni di persone in tutto il mondo, cioè se è iperteso, oppure diabetico, o ha valori di colesterolo troppo alti, c’è il rischio che non segua la terapia farmacologica con regolarità. Inoltre, il depresso tende a infischiarsene dei comportamenti corretti che promuovono la salute, come fare attività fisica moderata con regolarità, non fumare e moderare l’assunzione di alcol. Per questo motivo, può sviluppare delle malattie coronariche che a loro volta trovano uno sfogo naturale nell’insufficienza cardiaca. Gli uomini tendono ad ammalarsi più precocemente delle donne di malattie come l’infarto e l’ictus. Sarebbe questa la ragione, secondo gli autori dello studio, se i fattori di rischio cardiovascolare già menzionati accrescono il rischio di insufficienza cardiaca più fra gli uomini che fra le donne. Tuttavia, al di là delle differenze di genere, l’insufficienza cardiaca è una malattia cronica in base alla quale il muscolo cardiaco (il miocardio) non ce la fa a soddisfare la domanda di ossigenazione del sangue di cui l’organismo ha bisogno per espletare le mansioni di ogni giorno. Per semplificare, si può dire che vi sono due tipi di insufficienza cardiaca, che si verificano quando il sangue, ricco di ossigeno e di altri nutrienti, è in procinto di essere pompato nel resto del corpo. Nel primo caso, la gittata di sangue è trattenuta all’interno del cuore. Accade quando il cuore è più rigido del dovuto, a causa di un malfunzionamento delle valvole aortiche. Nel secondo caso, invece, la gittata è ridotta a causa dell’ipertrofia del miocardio, per cui il cuore non riesce a contrarsi abbastanza.
È questo il motivo se la depressione e gli altri fattori di disagio psichico e sociale possono favorire l’insorgenza di insufficienza cardiaca ed esacerbarne il decorso. Peccato che il significato di questa connessione venga spesso sottovalutato. Come ricorda l’Associazione Europea di Cardiologia Preventiva in un documento di sintesi, i fattori di rischio psicosociale andrebbero maggiormente integrati nel trattamento dei pazienti con insufficienza cardiaca cronica. Il che significa chela diagnosi del cardiologo deve essere affiancata da quella dello psicologo, in una valutazione collegiale del paziente, sia che questi venga preso in carico a causa dell’insufficienza cardiaca o, all’opposto, per problemi connessi alla depressione.
Da questo studio apprendiamo anche che gli interventi che riescono a combinare l’attività fisica e la terapia cognitivo comportamentale sono quelli che danno i risultati migliori. L’allenamento fisico migliora tanto l’assetto neuronale del cervello quanto la circolazione sanguigna nei muscoli, che rafforzano tanto le prestazioni fisiche quanto quelle mentali. Combinati, hanno effetti favorevoli sulla depressione e sui suoi sintomi. Per le persone con malattie coronariche e insufficienza cardiaca, non abbiamo ancora studi in cui vengono testati gli effetti dei trattamenti psicologici. L’affermazione che la terapia cognitivo comportamentale è efficace nel sollievo di sintomi depressivi non significa che non lo sia anche a riguardo dei sintomi da insufficienza cardiaca, semplicemente non ci sono prove sufficienti. Servirebbe che nella prassi medica tanto i medici generici quanto i cardiologi si ritagliassero più tempo per affinare le competenze psicologiche richieste da queste malattie cardiologiche ad ampio spettro. Solo così, riuscirebbero a diagnosticare adeguatamente le comorbilità mentali e somministrare una terapia adeguata nel loro pazienti con problemi cardiologici. Dal canto loro, i ricercatori tedeschi stanno valutando se introdurre la figura di un care manager, al quale delegare in modo specifico i bisogni psicosociali dei pazienti con insufficienza cardiaca. Sono convinti che così facendo, se ne trarrebbe un vantaggio.

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