Il fumo passivo fa aumentare il rischio di insufficienza cardiaca. A questa conclusione è giunto uno studio presentato durante l’ultima edizione dell’American College of Cardiology, che quest’anno compie 70 anni. I dati, a dire il vero, sarebbero l’elaborazione di una situazione pregressa. Infatti, gli oltre 11 mila soggetti arruolati, sono stati tenuti sotto sorveglianza cardiovascolare negli anni 1988-94 ma solo oggi, dopo più di vent’anni, alcuni dei numeri che li riguardano vengono rivalutati per dar conto del rapporto fra fumo passivo e insufficienza cardiaca. La maggior parte dei soggetti erano bianchi (70,5%), avevano 48 anni di media e più della metà (55,9%) erano donne. Dopo aver stabilito il grado di esposizione attraverso una scala del rischio progressivo da 1 a 5, è emerso che il punteggio più alto spetta di regola agli uomini e fra questi, a quelli che avevano già riportato casistiche di malattia cardiovascolare. La stessa situazione di sopravanzamento maschile emerge nei sottogruppi di differente origine etnica e fra gli obesi e le persone in sovrappeso. Fatto sta che, numeri alla mano, il rischio fra gli uomini ha raggiunto punte di incremento del 35%.
Gli uomini tendono ad ammalarsi molto più precocemente delle donne di malattie come l’infarto e l’ictus. Sarebbe questa la ragione, secondo gli autori dello studio, se il fumo passivo accresce il rischio di insufficienza cardiaca. Il fumo passivo reca danni maggiori se gli organismi sui quali s’innesta sono già indeboliti da malattie cardiache precedenti. Ma su cosa s’è indagato per arrivare a queste conclusioni? A parere degli esperti il fumo passivo si distingue per la presenza nell’organismo di un particolare metabolita, la cotinina. La cotinina è il metabolita più importante della nicotina che, a sua volta, è il principale alcaloide contenuto nel tabacco. Ebbene, molti soggetti con insufficienza cardiaca risultavano positivi a questo metabolita quantunque non fumatori. Il che significa che la loro esposizione alla cotinina è derivata dalla presenza del fumo nell’ambiente nel quale si trovavano normalmente, giacché le rilevazioni di cotinina danno conto della situazione respiratoria delle ultime 24 ore.
Il fumo passivo è responsabile della perdita di elasticità delle arterie. Si tratta dello stesso effetto dannoso che si denota nei fumatori. È l’arteria brachiale che fatica a vasodilatarsi a causa del fumo. In generale, la perdita di efficienza di questa importante arteria è correlata con condizioni di sofferenza cardiovascolare che includono sia i danni del miocardio sia l’arteriosclerosi.
La letteratura in materia dice che, a causa del fumo passivo, l’arteria femorale studiata nei ratti da laboratorio evidenzia problemi di efficienza vasodilatatoria che durano una trentina di minuti. Inoltre, i primi effetti negativi nell’arteria femorale si denotano dopo appena un minuto di esposizione. Da non dimenticare che per lo sviluppo di questo danno, insieme al fumo passivo, normalmente negli umani concorrono le inalazioni secondarie agli scarichi dei motori diesel e ai residui di ogni altro tipo di combustione, incenso e candele comprese.
E di cosa parliamo quando parliamo di insufficienza cardiaca? L’insufficienza cardiaca è una malattia cronica in base alla quale il muscolo cardiaco (il miocardio) non ce la fa a soddisfare la domanda di ossigenazione del sangue che serve all’organismo per espletare le mansioni di ogni giorno. Per semplificare, si può dire che vi sono due tipi di insufficienza cardiaca, che si verificano quando il sangue, ricco di ossigeno e di altri nutrienti, è in procinto di essere pompato nell’organismo. Nel primo caso, la gittata di sangue è trattenuta all’interno del cuore. Accade quando il cuore è più rigido del dovuto, a causa di un malfunzionamento delle valvole aortiche. Nel secondo caso, invece, la gittata è ridotta a causa dell’ipertrofia del miocardio, per cui il cuore non riesce a contrarsi abbastanza.
A distanza di cinque anni dalla prima manifestazione clinica, il primo tipo di insufficienza cardiaca registra una mortalità del 30-40%. Il secondo tipo, invece, ha una prognosi migliore: i trattamenti permettono di prolungare le aspettative di vita, con percentuali di sopravvivenza più favorevoli. Si tratta di trattamenti esclusivi, che poco si adattano alla prima forma di insufficienza cardiaca, ancora inesplorata da un punto di vista clinico e farmacologico. Gli studi clinici non hanno ancora messo a punto nessun farmaco per la gestione di questo tipo di insufficienza cardiaca. Non solo, contro il primo tipo di insufficienza cardiaca non viene in soccorso neppure la chirurgia, diversamente a ciò che accade per il secondo tipo, in cui i casi più gravi vengono, di regola, sottoposti a trapianto cardiaco come ultima spiaggia.

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