
Chi ha già avuto un infarto o un ictus non può fermarsi alla gestione dell’emergenza. Questo, in sintesi, è il messaggio contenuto nelle più recenti linee guida internazionali sulla gestione del rischio cardiovascolare – e che ha trovato piena conferma a Torino, dove dal 9 all’11 aprile si è tenuto Change in Cardiology 2026, il congresso nazionale sulle malattie cardiovascolari che ha riunito al Centro Congressi Lingotto i principali esperti del settore.
Per i pazienti in prevenzione secondaria – ovvero quanti hanno già subito un evento cardiaco maggiore – l’obiettivo terapeutico si è fatto molto più ambizioso. Per chi è classificato a rischio cardiovascolare molto alto o si trova in prevenzione secondaria, il traguardo nel trattamento dell’ipercolesterolemia prevede una drastica riduzione dell’LDL rispetto al valore di partenza, con un livello target inferiore a 55 mg/dl. Un valore che, rispetto ai parametri di un decennio fa, rappresenta di fatto un dimezzamento del colesterolo “cattivo”. E non è tutto: in caso di ulteriore evento cardiovascolare entro due anni in pazienti con pregressa sindrome coronarica acuta, le linee guida spingono ancora più in basso, indicando come obiettivo terapeutico livelli di LDL inferiori a 40 mg/dl.
Per le sindromi coronariche acute, si raccomanda di avviare precocemente una terapia per abbassare il colesterolo intensiva già durante il ricovero, al fine di migliorare la prognosi e ridurre il rischio di recidive.
Il problema, però, è che la distanza tra le raccomandazioni e la pratica clinica rimane ampia. I dati mostrano che il trattamento delle dislipidemie resta insufficiente, con una quota significativa di pazienti che non raggiunge i target raccomandati. Per rispondere a questa criticità, in Piemonte e Valle d’Aosta è nato il modello Clear Pathway, un percorso strutturato che punta a colmare il divario tra linee guida e pratica clinica, e che il congresso ha indicato come riferimento replicabile su scala nazionale, con una prima estensione già avviata in Liguria.
Lo stile di vita resta il cardine, ma per molte persone ad alto rischio o con eventi cardiovascolari pregressi, solo i farmaci – talvolta in combinazione – permettono di ottenere la riduzione necessaria dell’LDL. Statine ad alta intensità, ezetimibe e, nei casi più refrattari, gli inibitori di PCSK9, sono oggi le armi a disposizione dei clinici per raggiungere traguardi terapeutici che, fino a qualche anno fa, sembravano irraggiungibili.
Una rete per le cardiomiopatie: il modello del Nord-Ovest
Diagnosticarla tardi, curarla male, non sapere a chi rivolgersi. Per anni la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva (HOCM) – la più frequente malattia cardiovascolare di origine genetica – ha sofferto di questi tre problemi in modo cronico. La malattia presenta criticità diagnostiche e organizzative che possono ritardare l’accesso a trattamenti efficaci e a percorsi strutturati di cura, con bisogni insoddisfatti che includono la diagnosi tardiva, la scarsa diffusione dello screening familiare e l’eterogeneità territoriale.
Per rispondere a queste criticità, nell’area del Nord-Ovest italiano – Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria – si è andata consolidando una collaborazione scientifica e clinica che guarda alla cardiomiopatia ipertrofica con occhi nuovi. La diagnosi di cardiomiopatia richiede un approccio multidisciplinare e sistematico che integri dati clinici, di imaging, di laboratorio e genetici – sia del paziente che della sua famiglia – con l’obiettivo di ottenere una diagnosi eziologica precisa. È su questa visione condivisa che le tre regioni hanno costruito momenti di confronto e aggiornamento comune, con particolare attenzione alle tecniche di imaging cardiaco più avanzate – dall’ecocardiografia alla risonanza magnetica cardiaca.
Il modello organizzativo che si va delineando – e che trova riscontro anche nel documento nazionale del progetto BEat – è quello della rete hub-and-spoke: centri hub ad alta specializzazione connessi a centri spoke periferici, ambulatori multidisciplinari dedicati e criteri minimi di accreditamento per le strutture, il tutto sostenuto da collegamenti stabili tra clinici, istituzioni, società scientifiche e associazioni dei pazienti.
A dare ulteriore slancio all’intero sistema è l’arrivo di mavacamten, il primo inibitore selettivo della miosina cardiaca. Mavacamten è il primo e unico inibitore selettivo allosterico e reversibile della miosina cardiaca approvato nell’Unione Europea, e il primo a intervenire sui meccanismi fisiopatologici alla base della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva. Il farmaco, oggi rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale, è dispensato senza costi diretti per i pazienti che rientrano nei criteri stabiliti dall’AIFA, tramite una rete di centri ospedalieri e universitari autorizzati alla prescrizione.
Mavacamten migliora in modo significativo la qualità di vita dei pazienti, aumenta la capacità di esercizio, riduce in modo evidente l’ipertrofia del cuore e migliora il profilo dei biomarcatori che misurano lo stato di compenso cardiaco. Per molti pazienti, questo significa anche evitare la sala operatoria: nei casi più gravi, l’expertise in specifiche terapie chirurgiche o interventistiche può essere garantito solo da team multidisciplinari – i cosiddetti “HCM Heart Team” – presenti in pochi centri ad alta specializzazione. La rete interregionale del Nord-Ovest – che riunisce l’AO Mauriziano di Torino, l’Ospedale di Rivoli, l’AOU Maggiore della Carità di Novara e il Policlinico San Martino di Genova, tutti centri organizzatori di Change in Cardiology 2026 – punta esattamente a garantire che ogni paziente, ovunque risieda, possa accedere a questi centri in modo rapido e coordinato.