di Anna Pellizzone

Eliminare i fattori di rischio è una delle armi fondamentali per la lotta alle malattie cardiovascolari: ma quanto siamo in grado di modificare le nostre abitudini? Uno studio condotto fra Spagna e Stati Uniti dimostra che la prevenzione tra pari – cioè l’intervento attraverso gruppi omogenei di persone – è un metodo efficace per rendere più sano il nostro stile di vita, abbassare i rischi per la salute e giocare di anticipo sull’insorgenza di episodi come infarto e ictus

La ricerca, che ha coinvolto un totale di 543 persone tra i 25 e i 50 anni, aggiunge un tassello importante a quanto già sappiamo sulla prevenzione primaria e cioè – per dirla con le parole di Elena Vegni, professore associato di Psicologia Clinica all’Università degli Studi di Milano, Responsabile USD di psicologia clinica e ASST Santi Paolo e Carlo, Milano – su quell’insieme di attività, azioni e interventi attuati con il fine prioritario di promuovere e conservare lo stato di salute ed evitare l’insorgenza di malattie». Più in particolare, la prevenzione primaria ha il suo campo d’azione sul soggetto sano e tende al «conseguimento di uno stato di completa salute» intendendo con questa anche il «benessere fisico, psichico e sociale dei singoli». Entrando nello specifico, lo studio in questione, basandosi sulla teoria sociale cognitiva (vedi Box) mostra una maggiore efficacia a distanza di un anno nella riduzione dei più importanti fattori di rischio per il sistema cardio-circolatorio (ipertensione, sovrappeso, fumo, inattività fisica) nei pazienti che hanno partecipato a gruppi basati sulla prevenzione tra pari, rispetto a gruppi di controllo autogestiti dai pazienti. Un’informazione, questa, da approfondire con attenzione, soprattutto considerando l’impatto che potrebbe avere la prevenzione sulle nostre vite.

Enrico Lombardi, psicologo clinico-psicoterapeuta, ci fornisce un po’ di dati sull’importanza della prevenzione primaria: «Investendo 1 miliardo in prevenzione, nell’arco di 10 anni se ne potrebbero risparmiare 3 in termini di minore spese in cura e riabilitazione». E aggiunge: «Secondo la Società europea di cardiologia oltre il 50% della riduzione osservata nella mortalità per cardiopatia ischemica è dovuta alla modificazione dei fattori di rischio e il 40% al miglioramento dei presidi terapeutici». Eppure, «dai dati presenti che abbiamo, l’Italia risulta essere il fanalino di coda in Europa rispetto a quanto viene investito in prevenzione».

Nonostante sia la medicina sia l’economia confermino che la prevenzione converrebbe a tutti su più fronti, e nonostante una maggiore attenzione alla prevenzione sia effettivamente riconoscibile, secondo la dottoressa Nicole Cristell, cardiologa alla Casa di Cura IGEA del Centro medico Sant’Agostino a Milano, è necessario fare di più. «Per quanto riguarda le malattie cardiovascolari», ci spiega, «fortunatamente la prevenzione primaria in Italia è presente, soprattutto in termini di informazione medica», che normalmente avviene attraverso il medico di famiglia o grazie a iniziative di associazioni o imprese. Oggi, quindi, una certa consapevolezza c’è, ma non è ancora abbastanza, perché, per esempio, ci sono persone che non misurano la pressione per anni, anche se è un gesto semplice, veloce, che andrebbe fatto periodicamente». E allora ecco che studi come quello condotto da Gómez-Pardo e colleghi diventa fondamentale, perché se è vero che ormai abbiamo le idee piuttosto chiare – anche se una consapevolezza e un’educazione non ancora abbastanza diffuse – sul fatto che abitudini come fumo, diete ipercaloriche e sedentarietà possono fare male al cuore e al sistema cardiovascolare, è certamente necessario aumentare quanto più possibile gli sforzi per colmare il mare che ancora rimane tra il dire e il fare (e con efficacia) della prevenzione.

Il primo passaggio verso una strategia medico-sanitaria efficace è una riflessione accurata e condivisa sul fatto che «il problema cruciale della prevenzione primaria, se la guardiamo con gli occhi dei soggetti/pazienti – che poi siamo tutti noi – è che i fattori di rischio non sono percepiti come soggettivamente disturbanti: è più difficile indurre i cambiamenti dove non ci sono i sintomi, ovvero dove non c’è la percezione soggettiva dell’essere malati» ci spiega la prof.ssa Vegni, che aggiunge «ci sono molte spinte nella direzione della prevenzione, benché i fattori facilitanti e ostacolanti possano essere molti, a partire dal modello biomedico fondante la medicina, il quale funziona sulla base dell’identificazione di una malattia – una variazione dalla norma di un parametro biologico – e che dunque fatica a porsi in un’ottica di prevenzione».

E allora ecco che la medicina da sola non basta. «Naturalmente», continua la professoressa, «anche le scelte della politica sanitaria entrano in gioco in questo campo. I dati interessanti sottolineano l’importanza di agire sui cosiddetti “determinanti di salute” per innestare davvero buone pratiche di prevenzione, e in Italia ci sono tentativi disseminati in questa direzione. La psicologia ha un ruolo pratico fondamentale nella clinica quotidiana con il singolo individuo, se pensiamo che i fattori in gioco hanno a che fare con le abitudini e i comportamenti». Un esempio su tutti, quello del fumo, uno dei fattori di rischio più citati: esistono modelli di intervento di disassuefazione al fumo in cui il lavoro sui fattori motivazionali dei pazienti è fondamentale sia per cercare la chiave per far smettere di fumare sia per – ancora più difficile – cercare le motivazioni per il mantenimento della nuova abitudine salutare acquisita».

Del resto, l’essere umano è una macchina complessa, che interagisce con un mondo ancora più complesso. Circa la necessità di interpellare più discipline per intervenire efficacemente è convinta anche la dott.ssa Cristell, che sottolinea il bisogno «dell’intervento di più figure professionali», oltre alla valutazione delle strategie in base alle caratteristiche dei singoli individui. «Le persone sono tutte diverse», ci ricorda, «alcuni sono attenti e seguono le indicazioni, altri sono a conoscenza dei rischi ma non riescono a modificare lo stile di vita».

Ma torniamo al nostro studio, che si concentra sulla prevenzione tra pari come strumento di prevenzione. «La prevenzione tra pari», ci spiega il dott. Lombardi, «è una metodologia di intervento riconosciuta in letteratura scientifica come particolarmente efficace nella prevenzione dei comportamenti a rischio, nello specifico nella promozione della salute intesa come benessere bio-psico-sociale». Nata negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando negli Stati Uniti soprattutto iniziarono a svilupparsi diversi progetti di promozione della salute come la prevenzione della droga o la facilitazione dellinserimento scolastico, la peer education comportava che «le persone coinvolte diventassero soggetti attivi del loro sviluppo e della loro formazione. Ciò avviene attraverso il confronto tra punti di vista diversi, lo scambio di idee, l’analisi dei problemi e la ricerca delle possibili soluzioni, in una dinamica tra pari che tuttavia non esclude la possibilità di chiedere collaborazione e supporto agli esperti».

La professoressa Vegni identifica nella «percezione di similarità» e nel «concetto di influenza sociale» i punti di forza di questo metodo: avvertire affinità con l’altro lo rende infatti un interlocutore più affidabile, aumentando così la probabilità di esserne influenzato. «I pari diventano dei modelli altrettanto efficaci – se non addirittura più efficaci – dei professionisti del settore. È più facile recepire un messaggio di una buona pratica salutare da qualcuno che l’ha sperimentata in prima persona che dall’esperto che ce lo cala “dall’alto”; è emotivamente più convincente partire dalla condivisione delle difficoltà per aiutarsi reciprocamente a trovare strategie efficaci per affrontarle. Spesso gli esperti non possono che dare strumenti generali che ciascuno deve poi declinare nella propria vita; il confronto con i pari riduce questa difficoltà e facilita la condivisione di soluzioni efficaci».

Ed è esattamente quanto è stato registrato dallo studio condotto da una sponda all’altra dell’oceano Atlantico che ci dà due informazioni fondamentali. La prima, è che «non basta fornire informazioni per determinare un cambiamento. È necessario coinvolgere il malato, ingaggiarlo, come oggi diciamo con un termine complicato ma importante, nel percorso di cura: il paziente si deve sentire coinvolto e deve poter avere occasione di ricevere informazioni se è nelle condizioni emotive di recepirle e scegliere le informazioni che siano efficaci per lui». Il secondo elemento dirompente, sempre secondo Vegni, è il gruppo: «Sia su un piano di costi: fare educazione ai pazienti in gruppo agisce in favore dell’efficienza; sia in termini di efficacia, perché l’auto-mutuo aiuto è uno strumento potente di rinforzo». E aggiunge: «Credo, per la nostra esperienza, che pazienti e operatori sanitari debbano essere co-presenti nel percorso di cura. Quindi più che solo gruppi di pari, gruppi di pari ed esperti insieme, nella stessa aula e nello stesso momento, sapendo che in gioco non ci sono solo informazioni, conoscenze e competenze, ma anche emozioni, la paura di ammalarsi, la rabbia di non riuscire a cambiare, la delusione di aver fallito. Le emozioni sono una chiave imprescindibile per entrare efficacemente nei meccanismi psicologici che accompagnano il cambiamento».

Secondo Lombardi, i risultati dello studio «sono incoraggianti». Ma avranno necessità di «essere rivalutati a distanza di un anno per essere confermati come risultati effettivamente stabili nel tempo, a ulteriore conferma che la prevenzione fra pari possa essere una risorsa valida e spendibile in questo particolare ambito». Come anticipato all’inizio di questo articolo, infatti, studi come questo sono tasselli fondamentali di un sistema molto complesso, in cui è importante «consolidare mediante studi randomizzati l’efficacia di più strumenti di prevenzione possibile, in modo da poter disporre di differenti risorse spendibili in diversi ambiti e con persone differenti per caratteristiche, età e background socio-culturale». In altre parole, ha concluso lo psicologo, non è possibile «giungere a una conclusione che identifichi uno strumento di prevenzione come migliore in assoluto». Quello che è possibile, invece, e va inseguito, è che si sviluppino «diversi strumenti che potranno essere spendibili a seconda del contesto e dell’esigenza specifica».

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