
Nel nuovo romanzo Per sempre, Richard Ford affida la narrazione a Frank Bascombe, protagonista già amato di alcuni suoi lavori più celebri. In questa ultima incarnazione, Frank è un uomo di settantaquattro anni con alle spalle due matrimoni, tre figli (di cui uno morto prematuramente) e una vita ricca di trasformazioni. È stato giornalista sportivo, marine (prima di un congedo anticipato per motivi di salute) e ora, nel ruolo più quieto di agente immobiliare nel New Jersey, si prepara a chiudere una stagione della sua esistenza.
Il peso del caregiving: quando un padre diventa angelo custode
La vita lo ha trasformato nel caregiver del secondogenito Paul, che a quarantasette anni scopre di essere affetto da SLA. Fin dalle prime pagine emergono i bisogni, le frustrazioni e il dolore di un uomo destinato a sopravvivere al proprio figlio. L’unico sollievo che Frank riesce a trovare è negli incontri con Betty, una massaggiatrice vietnamita. Non c’è sesso, solo un momentaneo appagamento che costa duecento dollari a seduta. A ogni appuntamento, però, cresce il senso di colpa: teme che il figlio possa avere bisogno di lui proprio mentre si trova nelle pareti ovattate della sala massaggi.
La malattia e la resilienza: un corpo che invecchia
Per un uomo della terza età, Frank è ancora in forma, nonostante l’inevitabile serie di malattie che si è lasciato alle spalle: un tumore alla prostata superato senza perdere la potenza sessuale, un ictus fortunatamente non invalidante. Rimangono però i dolori muscoloscheletrici che si fanno sentire con fitte lancinanti quando deve spostare il figlio dalla carrozzina al sedile dell’auto, operazione che si ripete a ogni viaggio alla Mayo Clinic in Minnesota, dove Paul partecipa a uno studio clinico. Non è una cura – dalla SLA, a tutt’oggi, non si guarisce – ma un contributo alla ricerca che potrà aiutare i futuri malati a comprendere meglio questa malattia devastante e ancora troppo misteriosa.
Il viaggio verso Mount Rushmore: una metafora di libertà
In un febbraio gelido, con temperature polari che costringono tutti a imbacuccarsi come esploratori artici, malato e caregiver, ormai giunti alla fine della loro routine ospedaliera, prendono una decisione rivoluzionaria. Per San Valentino decidono di affittare un camper e percorrere gli oltre cinquecento chilometri che separano il Minnesota dal Sud Dakota, dove non fa certo meno freddo, per raggiungere il celebre Mount Rushmore, il monumento nazionale che immortala i volti di quattro presidenti americani. Una gita fuori stagione che sa di rivalsa: contro il tempo atmosferico, certo, ma soprattutto contro il destino che vorrebbe padre e figlio ormai rassegnati alla morte imminente e al dolore inconsolabile.
Dialoghi senza filtri: la verità tra padre e figlio
Durante il viaggio la conversazione tra i due si fa serrata e senza esclusione di colpi, pur mantenendo una patina da dialoghi filosofici. Il figlio, nella sua condizione di morto vivente, è comprensibilmente furioso con il mondo, e il padre accetta di buon grado di fargli da capro espiatorio. È il bersaglio più prossimo, non solo per questioni di vicinanza fisica nella cabina del camper o nelle stanze dei motel dove sono costretti a dormire (nei posti letto del mezzo a quattro ruote si gela), ma perché è sempre stato lì. Mille volte il figlio punzecchia il padre su questo o quell’aspetto della loro vita in comune, e mille volte il padre balbetta una risposta, cercando di non apparire troppo arrendevole, sapendo che quando cade nella trappola non fa altro che alimentare il tiro al bersaglio del provocatore.
L’intesa finale: lo “stronzo preferito”
Alla fine del viaggio, superando mille difficoltà legate al freddo polare e al peggioramento delle condizioni fisiche del malato, padre e figlio sembrano aver raggiunto un’intesa profonda. La sanciscono le parole che il figlio rivolge al padre in un momento di spiccato sentimentalismo, espresso come solo lui sa fare: lo chiama il suo «stronzo preferito».
La morte come liberazione: riflessioni sulla SLA
Poco dopo, Paul muore per cause indipendenti dalla SLA. Il padre si sorprende a pensare che, dato lo stato di salute precipitoso del figlio, non riesce a provare un eccesso di rammarico per la sua dipartita. In quelle condizioni, la morte ha il potere di azzerare il processo di decadimento muscolo-scheletrico al quale la mente – che non è un muscolo – rimane del tutto estranea. È chiaro a Frank che se il figlio fosse morto lentamente di SLA, sarebbe stato costretto a vivere il proprio disfacimento fisico fino all’ultimo respiro, nella più totale lucidità mentale.
Conclusioni: perché leggere “Per sempre”
Un romanzo in cui malattia e morte attraversano ogni pagina, eppure il lettore non si sente aggredito dallo sconforto. L’ironia delle battute e la comicità delle situazioni vissute da padre e figlio – agghindati come l’omino Michelin per resistere al gelo, traballanti nei tragitti a piedi a causa delle loro difficoltà deambulatorie e dello spesso strato di ghiaccio che li attende ogni volta che escono dal camper – sono gli ingredienti con cui Richard Ford, attraverso la voce narrante del suo personaggio (che in gioventù ha avuto una breve e infruttuosa carriera da scrittore), dona a questo romanzo una freschezza e un’autenticità che rappresentano quanto di meglio possiamo chiedere alla letteratura nel suo compito di riprodurre la realtà.
Per sempre (Feltrinelli, 2024 € 20,90) è un romanzo che parla di morte ma celebra la vita, che affronta la malattia senza pietismo, che racconta l’amore tra padre e figlio con brutalità e tenerezza. Richard Ford conferma il suo talento nel trasformare storie ordinarie in letteratura straordinaria.