
Se avete 52 anni, siete donna e il vostro medico vi dice che la pressione sistolica a 122 mmHg è «nella norma», forse è il momento di fare qualche domanda in più. Non perché il medico stia sbagliando: sta seguendo le linee guida vigenti. Il problema è che quelle linee guida, secondo una crescente mole di ricerche, potrebbero essere state costruite su una biologia che non è la vostra.
Una ricercatrice della Yale University School of Medicine, Nina Stachenfeld, ha riacceso il dibattito con un articolo pubblicato a marzo 2026 su Medscape: la medicina, scrive, «ha sbagliato qualcosa riguardo alla pressione arteriosa delle donne». Non è una critica marginale. È la sintesi di anni di studi che convergono su un punto scomodo: le soglie di rischio cardiovascolare per le donne sono più basse di quelle degli uomini, ma continuiamo a valutarle con lo stesso metro.
Il problema delle soglie: 120 mmHg non è uguale per tutti
Tutto ruota attorno a un numero: 120. È la soglia di pressione sistolica al di sopra della quale, secondo l’American Heart Association (AHA), si entra nella zona di allerta. Per anni è stato considerato un valore universale, valido per qualsiasi adulto indipendentemente dal sesso. Ma universale non significa neutro: significa costruito su una popolazione di riferimento che, storicamente, era in larga parte maschile.
Uno studio pubblicato nel 2021 su JAMA Cardiology, che ha analizzato i dati di oltre 27.000 partecipanti provenienti da quattro grandi coorti epidemiologiche statunitensi — tra cui il Framingham Heart Study e il Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis — ha identificato una differenza sostanziale. Negli uomini, il rischio cardiovascolare aumenta in modo significativo con pressioni sistolica oltre i 120 mmHg. Nelle donne, quel rischio comincia a manifestarsi già oltre i 110 mmHg. Dieci millimetri di mercurio che, nel silenzio di uno studio medico, possono fare un’enorme differenza.
«Siamo chiamati a ripensare ciò che consideravamo una pressione normale in grado di proteggere una donna dallo sviluppare malattie cardiache o ictus», ha dichiarato Susan Cheng, cardiologa del Cedars-Sinai Medical Center e tra i principali autori della ricerca. La stessa soglia di rischio più bassa vale per ciascuna delle manifestazioni cardiovascolari studiate: infarto miocardico, insufficienza cardiaca, ictus.
Una biologia diversa, una storia medica uguale
Le ragioni biologiche di questa differenza sono molteplici e interconnesse. I vasi sanguigni delle donne invecchiano più rapidamente rispetto a quelli maschili nella stessa fascia d’età. Le variazioni ormonali — ciclo mestruale, gravidanza, menopausa — influenzano in modo diretto il tono vascolare e le resistenze periferiche. In particolare, la carenza di estrogeni nel periodo post-menopausale è correlata a un aumento delle resistenze vascolari che si traduce in un incremento della pressione, spesso brusco e clinicamente rilevante.
Gli studi mostrano una traiettoria precisa: sotto i 50 anni l’ipertensione è più frequente negli uomini, ma dopo la menopausa l’andamento si inverte. Le donne anziane hanno pressioni mediamente più elevate degli uomini coetanei, con un rischio cardiovascolare che non è semplicemente «in ritardo» rispetto a quello maschile, ma si manifesta con caratteristiche proprie — spesso senza ostruzione coronarica visibile, spesso scambiato per ansia o sintomi menopausali.
Anche le dimensioni corporee contano: cuore e vasi delle donne sono strutturalmente più piccoli, il che può favorire forme specifiche di rimodellamento e irrigidimento arterioso che sfuggono ai parametri diagnostici calibrati sull’anatomia maschile. Come scrivono i ricercatori di una revisione sistematica pubblicata su PMC, «la pressione arteriosa è un tratto sessualmente dimorfico» — eppure le linee guida di trattamento non ne tengono ancora adeguatamente conto.
L’Europa e l’Italia: un quadro preoccupante
L’Italia non è immune da questa deriva diagnostica. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare, il 31% della popolazione italiana è ipertesa e il 17% si colloca in zona borderline. Un quarto degli ipertesi — il 27% — non sa nemmeno di esserlo, e una quota consistente non ha misurato la pressione nell’ultimo anno.
Il dato di genere è rivelatore: nella fascia 35-79 anni, oltre il 50% degli uomini è iperteso contro il 40% delle donne. Ma questa differenza riflette davvero uno stato di salute migliore delle donne, o piuttosto l’effetto di soglie diagnostiche tarate al rialzo? Se il valore soglia per le donne fosse abbassato a 110 mmHg, come suggerisce la ricerca più recente, la prevalenza dell’ipertensione femminile potrebbe risultare significativamente più elevata di quanto i dati attuali indichino.
I dati del Progetto Cuore dell’ISS mostrano che i valori pressori delle donne italiane aumentano in modo particolarmente marcato dopo la menopausa, con picchi di prevalenza ipertensiva che nei soggetti ultra-85enni raggiungono il 70% nelle donne contro il 66% negli uomini. Un’inversione netta rispetto alla situazione nei decenni precedenti, che dovrebbe indurre a una sorveglianza precoce piuttosto che tardiva.
Angela Maas, responsabile del Women’s Cardiac Health Programme del Radboud University Medical Centre olandese e voce autorevole dell’European Society of Cardiology (ESC), ha ricordato in occasione del World Hypertension Day che le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nelle donne in Europa. «Il messaggio per tutte le donne è di prendere sul serio il controllo della pressione sanguigna, conoscere i propri valori e convincere il proprio medico che se è troppo alta è necessario un trattamento». Una formulazione che suona, inevitabilmente, come un appello alla vigilanza individuale in assenza di strumenti istituzionali adeguati.
Le linee guida non si aggiornano: perché?
La risposta della comunità scientifica internazionale alle nuove evidenze è stata, fin qui, cauta. L’AHA e l’American College of Cardiology — le cui ultime linee guida sull’ipertensione risalgono al 2017 — non hanno finora previsto soglie specifiche per sesso. Nel processo di revisione in corso, non è in programma l’introduzione di raccomandazioni differenziate per uomini e donne.
L’argomento invocato è quello dell’evidenza: «Modificiamo le raccomandazioni solo quando le prove scientifiche sono rock-solid», hanno detto. Un’affermazione comprensibile nella logica della medicina basata sull’evidenza, ma che cela un paradosso: la solidità delle prove dipende da chi è stato incluso nei trial clinici. E per decenni le donne sono state sottorappresentate — o del tutto assenti — negli studi cardiovascolari di riferimento.
La European Society of Cardiology ha fatto un passo avanti nel 2022, pubblicando un documento di consenso che indica come «soglie specifiche per sesso nella diagnosi di ipertensione possano essere ragionevoli». Ma la stessa ESC ammette che le evidenze disponibili non sono ancora sufficienti a tradurre questo principio in raccomandazioni operative. Il cerchio si chiude su se stesso: mancano le prove perché mancano gli studi; gli studi mancano perché per decenni non si è ritenuto necessario progettarli con una lente di genere.