
Nei corridoi delle Terapie Intensive del Piemonte si compie quotidianamente quello che la dottoressa Anna Guermani chiama «un rito magico». Un rituale che trasforma il più profondo dei dolori in un germoglio di speranza, orchestrato da una rete invisibile di professionisti che lavorano instancabilmente dietro le quinte della vita.
«Da 17 anni guido il Coordinamento Regionale delle donazioni», racconta la dottoressa Guermani, «il cui quartier generale si trova presso le Molinette di Torino». Le sue parole dipingono un affresco complesso di vite intrecciate, dove ogni decisione è un battito di ciglia nella corsa contro il tempo.
In questo mondo di confini sottili tra vita e morte, nulla è lasciato al caso. «Formiamo il personale delle Terapie Intensive come architetti della speranza», spiega Guermani. «Li guidiamo 24 ore su 24, perché ogni donazione è come una delicata coreografia dove non si può sbagliare un passo». La sua voce tradisce la passione di chi ha fatto di questa missione la propria ragione di vita.
Il sistema piemontese emerge come un’eccellenza nazionale: «Rappresentiamo il 10% delle donazioni in Italia», afferma con orgoglio misurato. «Nel 2024 abbiamo raggiunto 39,1 donatori per milione di abitanti, ben al di sopra della media nazionale». Numeri che raccontano storie di generosità e competenza.
Ma è quando si parla dei tessuti che gli occhi della dottoressa si illuminano: «È un mondo meno conosciuto ma ugualmente prezioso. Cornee che ridanno la vista, cute che guarisce, ossa che permettono ai bambini di tornare a correre. Non sempre salviamo vite, ma spesso le trasformiamo radicalmente».
Frequentando pagine social dedicate ai donatori, trapiantati e pazienti in lista d’attesa, sembra che il desiderio di sapere chi c’è dietro a un organo donato e, in misura minore, chi c’è dietro a un organo ricevuto sia piuttosto incombente. Cosa ne pensa la dottoressa Guermani?
«Ha ragione, il desiderio di conoscere è forte. La legge però è chiara: in base alla legge 91/1999 tutti gli operatori coinvolti nella donazione e nel trapianto sono tenuti al rispetto dell’anonimato. Non possono rivelare dati che aiutino a identificare donatori e riceventi. È una legge sicuramente vecchia, che nasce da due esigenze: una molto pratica – evitare lo scambio di denaro; l’altra, di dare una tutela psicologica ai soggetti fragili coinvolti. Non tutti i trapiantati se la sentono di conoscere i familiari dei donatori; possono aver paura, sentirsi in difetto, talora in colpa per quello che è avvenuto che ha visto i donatori venir meno a loro favore. Non è giusto favorire un clima in cui tutte queste paure e insicurezze zavorrino la psiche già fragile dei trapiantati. Chi vive con un nuovo organo ha il diritto di crearsi una nuova vita senza sentirsi in difetto nei confronti di chi è stato meno fortunato di lui. Così i familiari del donatore potrebbero vivere un lutto patologico, instaurare un legame morboso con coloro che vivono grazie agli organi del loro congiunto, e non riuscire ad affrontare il futuro che li attende nonostante la grave perdita che hanno subito. La legge c’è per questi motivi. Sicuramente, in tutti questi anni la percezione è cambiata. Nell’opinione pubblica non mancano le voci di coloro che vorrebbero che la legge venisse modificata, che il rispetto dell’anonimato delle persone coinvolte venisse ridiscusso, magari per casi selezionati, quando è evidente che sia la famiglia del donatore sia il ricevente e i suoi cari sono favorevoli a incontrarsi. La legge attuale impone a noi operatori l’obbligo della riservatezza anche in casi come questi. Ovviamente, sui social ci sono persone che si espongono con dettagli su data e tipo di trapianto o di donazione di organi, offrendo così alla loro controparte la possibilità di riconoscersi e farsi avanti».
Il momento più toccante dell’intervista arriva quando Guermani racconta di una tragedia familiare trasformata in speranza. «Un caso che mi ha segnato profondamente», confessa. «Una bambina, ultima superstite di una tragedia familiare, è diventata donatrice grazie alla sensibilità dei nonni. In quelle 24 ore di attesa per le autorizzazioni, ho visto come la donazione possa essere un balsamo anche per chi resta, un modo per dare un senso all’insensato».
Alla fine, conclude la dottoressa con un sorriso velato di emozione, a volte faccio fatica a contenere tutta questa sofferenza. Ma poi penso che sia un modo bellissimo di fare il medico. La donazione è davvero un rito magico: trasforma il dolore più cupo in luce per chi aspetta una seconda possibilità.