
Il Ciccione è morto. A esequie avvenute, l’Alligatore ci racconta com’è andata. Non si tratta di un gioco di parole di dubbio gusto – o forse sì, se preferite. Resta il fatto che “A esequie avvenute” è l’ultimo romanzo che Massimo Carlotto ha appena dato alle stampe, verosimilmente il decimo della saga che ha l’Alligatore (al secolo Marco Buratti, investigatore privato senza licenza) per protagonista. Dal primo all’ultimo di questi romanzi noir, sempre più hard boiled, sono passati trent’anni.
Anagraficamente parlando, l’Alligatore avrebbe ormai superato i sessanta, se non beneficiasse di quel lasciapassare temporale di cui godono i personaggi seriali. I lettori, complici dell’autore, se li immaginano sempre cristallizzati all’età che avevano quando li hanno conosciuti per la prima volta. Nel caso dell’Alligatore, un trentenne ben addentro alla decade prossima all’età di mezzo. Solo che il tempo intorno a lui è passato veloce.
Non ci sono più i fatti di Genova sullo sfondo – quella contestazione al G8 del 2001 culminata con la morte di Carlo Giuliani durante gli scontri in una città blindata. In questo romanzo si parla dell’attualità attraverso un rapimento simulato e il pagamento di un riscatto nel quale entrano in gioco le banche cinesi, sorte per riciclare l’enorme ammontare di contanti che le attività imprenditoriali gestite da cinesi producono in tutt’Europa, e che si prestano a ogni sorta di transazione illecita. Un conto con i narcos messicani da pagare per una partita di droga arrivata via mare al porto di Gioia Tauro? Si può fare attraverso le banche cinesi, capaci di eludere ogni tipo di controllo perché muovono solo contanti.
Il Ciccione è Max la Memoria, il secondo membro del trio insieme all’Alligatore e a Beniamino Rossini. Rossini è l’unico con licenza di uccidere quando il gioco si fa duro, mentre gli altri due rimangono fermi nei loro propositi di rifiutare ogni coinvolgimento armato.
Ma perché il Ciccione viene così chiamato anche dall’amico fraterno Alligatore? È possibile che un uomo sensibile e acculturato come lui non sappia che si tratta di un termine giustamente bandito dal frasario comune? Dove nemmeno “obeso” ha più diritto di cittadinanza, sostituito dal più neutro “portatore di obesità”, proprio per evitare di identificare il paziente con la malattia dalla quale è vistosamente affetto?
Poco importa che la malattia in oggetto venga considerata cronica e ingravescente – ovvero una condizione dalla quale non si guarisce e che va curata per rallentare l’inesorabile peggioramento clinico. Carlotto, e con lui l’Alligatore, sicuramente lo sanno. Ma nel linguaggio romanzesco calcato su quello reale, il parlare in punta di forchetta, ancorché corretto, difficilmente può trovare cittadinanza. La letteratura noir non è un ambulatorio medico, e i suoi personaggi non sono pazienti da trattare con le pinze del politicamente corretto.
Max la Memoria è obeso perché è un inguaribile sedentario che passa la vita davanti al pc a catalogare fatti e personaggi della mala politica e criminale del Veneto. E perché, da buon veneto, è amante della cucina tradizionale, al punto da essere diventato il cuoco ufficiale del trio che ormai vive insieme in una cascina sulle pendici delle colline padovane. La sua obesità non è un dettaglio accessorio: è parte integrante del personaggio, della sua storia, della sua identità. Chiamarlo “Ciccione” non è crudeltà, ma realismo narrativo.
Ma questo Ciccione, Carlotto dove l’ha tirato fuori? Difficile una risposta sicura. L’ipotesi più plausibile è che sbuchi da una sua stessa costola. Chi ha letto una delle sue prime opere letterarie, “Il fuggiasco”, sa che Carlotto quando era poco più che ventenne e latitante – a causa di un crimine che non aveva commesso e per il quale nel 1993 ottenne la grazia dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – sia dentro che fuori dal carcere, durante i sei anni trascorsi da latitante, s’era lasciato andare. Aveva ceduto alla bulimia e, per conseguenza, era diventato obeso.
Chi incontra oggi Carlotto alla presentazione di uno dei suoi libri si trova di fronte un bell’uomo alto e ancora aitante, nonostante l’età sia ormai quella di un quasi settantenne. Ma se vuole conoscere le pene giudiziarie del giovane bulimico e obeso – prima a Parigi, poi a Città del Messico, dove venne venduto alla polizia dall’avvocato corrotto al quale si era rivolto per ottenere illecitamente la cittadinanza messicana – deve leggere quel libro. Quando ormai, da latitante, aveva perso ogni speranza di fare ritorno in Italia, in attesa che la giustizia facesse il suo corso normale, prima che si mettesse di mezzo il Presidente della Repubblica per porre fine all’errore giudiziario che ha rappresentato il suo caso.
In “A esequie avvenute”, Carlotto non fa sconti a nessuno, nemmeno al linguaggio. Il Ciccione muore, ma il termine che lo definisce resta – testimonianza di un’epoca in cui le parole non sono ancora state sterilizzate dalla medicina sociale, e di una letteratura che preferisce la verità cruda alla consolazione dell’eufemismo. Perché in fondo, nel noir come nella vita, ciò che conta non è come chiami le cose, ma come le vivi.
Massimo Carlotto, A esequie avvenute, Einaudi 2025, € 18,00