Ho avuto un infarto del miocardio a 29 anni, mi hanno applicato uno stent cardiaco a 44 anni e a 49 anni, nel 2013, sono stato colpito da un ictus. La mia terapia si basa su di alcuni farmaci (Congescor, Cardirene, Plavix, Crestor, Ramipril). La mia domanda è la seguente: dopo l’ultimo evento, mi hanno prescritto a vita la doppia antiaggregazione di Plavix 75 e Cardirene 160. Secondo lei è corretto, oppure sarebbe il caso di valutare la diminuzione del Cardilene a 100 mg/dl, nella prospettiva di ridurre un po’ i rischi emorragici?

La sua domanda è legittima. In medicina è molto importante usare la logica per capire e scegliere fra una terapia piuttosto che un’altra, come nel suo caso. Seguendo l’anamnesi che lei ha descritto, mi pare fuori dubbio che la sua patologia cardiovascolare abbia interessato almeno due distretti di grande rilievo (cardiaco e cerebrale). I tre episodi di cui lei ha sofferto si sono manifestati in circa vent’anni, provocando eventi di primo piano sul suo apparato cardio-cerebro-vascolare e l’ultimo, in ordine di tempo, appena due anni fa. Considerando la sua giovane età, appena 51 anni, e che ha iniziato ad ammalarsi a 29, significa che lei soffre di fattori di rischio di elevata intensità e magari multipli. Siccome dall’episodio cerebrale è passato poco tempo, personalmente le confermo la terapia in corso perché è fondamentale ancora evitarle fenomeni di coagulazione. Quelli che le hanno prodotto danni e non quelli di emorragia che sarebbero iatrogeni (cioè prodotti dai farmaci) e quindi più controllabili. Insomma, il suo rischio è la coagulazione, non l’emorragia. Basta controllarsi periodicamente e i rischi emorragici possono essere evitati.

Per le poche notizie che ho avuto, credo di dovermi fermare qui.

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