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Nel panorama sanitario attuale, la correlazione tra obesità e patologie cardiovascolari rappresenta una delle sfide più complesse e urgenti. Come emerso durante il recente congresso “Change in Cardiology 2025” tenutosi al Centro Congressi Lingotto di Torino, i dati sono allarmanti: oltre il 40% dei pazienti cardiopatici è sovrappeso, mentre il 20% è obeso. Numeri che evidenziano quanto questi fattori di rischio siano interconnessi e richiedano un approccio integrato.

«L’obesità aumenta significativamente il rischio cardiovascolare e la mortalità, ma negli ultimi decenni ha ricevuto meno attenzione rispetto ad altri fattori di rischio modificabili», sottolineano i direttori scientifici del congresso, richiamando il Consensus sull’Obesità pubblicato nel 2024 dalla Società Europea di Cardiologia.

Il quadro epidemiologico è preoccupante: il 60% della popolazione europea è in sovrappeso o obesa. In Italia, sono circa 4 milioni le persone adulte obese, di cui oltre 320.000 solo in Piemonte. Questi soggetti presentano un rischio di fibrillazione atriale quasi del 50% superiore rispetto a chi ha un peso normale, un aumento del 64% del rischio di infarto e ictus, e del 30% di scompenso cardiaco.

Particolarmente significativo è il dato che rivela come circa 400.000 italiani convivano contemporaneamente con obesità e scompenso cardiaco, evidenziando la stretta correlazione tra queste condizioni.

La novità più significativa nel trattamento dell’obesità correlata a patologie cardiovascolari consiste nell’introduzione di Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) multidisciplinari. Quattro centri all’avanguardia – l’AO Mauriziano di Torino, l’Ospedale di Rivoli AslTo3, l’AOU Maggiore della Carità di Novara e il Policlinico San Martino di Genova – hanno già implementato questi percorsi, che prevedono una stretta collaborazione tra cardiologia e dietologia clinica.

«Oggi, con i nuovi farmaci contro l’obesità, abbiamo a disposizione strumenti con un enorme potenziale», spiegano gli specialisti. Tra questi, la semaglutide, disponibile in Italia dalla scorsa estate nella sua formulazione specifica per l’obesità, e la tirzepatide, introdotta nell’ottobre 2024 e prevista a breve anche per il trattamento dell’obesità.

I primi dati sono incoraggianti: i pazienti trattati con questi farmaci possono perdere tra il 10% e il 20% del loro peso corporeo, con una significativa riduzione del rischio di eventi cardiovascolari. Un aspetto fondamentale è che la somministrazione di questi medicinali deve essere attentamente controllata dal medico cardiologo, in un approccio che integra farmacoterapia e modifiche dello stile di vita.

La diffusione del PDTA cardiologico sull’obesità potrebbe inoltre consentire la creazione di un registro nazionale dei pazienti obesi a rischio cardiovascolare, permettendo di monitorare trattamenti e risultati clinici su larga scala.

Durante il congresso di Torino, il confronto con esperti internazionali come Barbara McGowan della Cleveland Clinic London Hospital e Darren K. McGuire, autore del recente trial SOUL pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha evidenziato come l’approccio integrato rappresenti il futuro della gestione di queste patologie correlate.

La prevenzione rimane comunque fondamentale: sensibilizzare verso un corretto stile di vita è il primo passo, ma deve essere affiancato da strategie sanitarie strutturate. In Piemonte, dove si registrano annualmente circa 10.000 casi di infarto miocardico, un percorso di prevenzione cardiovascolare sulla popolazione obesa potrebbe diminuire concretamente l’incidenza di patologie cardiovascolari.

L’obesità e il diabete continuano a rappresentare potenti fattori di rischio per le malattie cardiache e vascolari, ma l’integrazione delle cure e i nuovi approcci farmacologici aprono scenari promettenti per una gestione più efficace di queste condizioni interconnesse, con benefici significativi per la salute pubblica.

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