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UCLA Fielding School of Public Health, una mappa del mondo
che mostra le morti prevenute dall’USAID dal 2001 al 2021.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet lancia un allarme drammatico sulle conseguenze dei recenti tagli all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID). I ricercatori della UCLA e di altri istituti internazionali prevedono oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030, di cui 4,5 milioni bambini sotto i 5 anni, se i tagli continueranno.

Lo studio analizza 133 paesi a basso e medio reddito nel periodo 2001-2021, stimando che i programmi USAID abbiano prevenuto 91 milioni di decessi in vent’anni. I tagli annunciati nel 2025, pari all’83% del budget, mettono ora a rischio questi progressi.

I pericoli per le patologie cardiovascolari

Sebbene lo studio si concentri principalmente su malattie infettive come HIV/AIDS, malaria e tubercolosi, emergono rischi significativi anche per le malattie cardiovascolari attraverso diversi meccanismi:

Determinanti sociali della salute

I tagli colpiscono settori cruciali come nutrizione, istruzione, acqua potabile e sicurezza alimentare. La malnutrizione e la scarsa qualità dell’acqua sono fattori di rischio noti per l’ipertensione e altre patologie cardiache. L’insicurezza alimentare è collegata a diete di bassa qualità, ricche di sale e grassi saturi.

Collasso dei sistemi sanitari:

Il definanziamento indebolisce le infrastrutture sanitarie locali costruite in decenni. Senza sistemi di prevenzione e monitoraggio, le malattie cardiovascolari – spesso asintomatiche nelle fasi iniziali – vengono diagnosticate troppo tardi, aumentando mortalità e disabilità.

Effetto domino internazionale:

Con gli Stati Uniti che contribuivano oltre il 40% dei fondi umanitari globali, altri donatori internazionali, specialmente nell’Unione Europea, stanno già riducendo i loro impegni. Questo amplifica l’impatto negativo sulla salute cardiovascolare nelle popolazioni più vulnerabili.

Instabilità e stress cronico:

Il deterioramento delle condizioni economiche e l’insicurezza generate dai tagli agli aiuti umanitari creano stress cronico nelle popolazioni, un fattore di rischio cardiovascolare riconosciuto.

I ricercatori sottolineano che l’impatto proiettato sarebbe “paragonabile per scala a una pandemia globale o a un grande conflitto armato”, con conseguenze particolarmente gravi nei paesi più fragili che dipendono dall’assistenza esterna.

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