
Complessa di Medicina Interna del Policlinico Tor Vergata di Roma.
«Il prediabete rappresenta una fascia intermedia fra salute e malattia», spiega il Prof. Sbraccia, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna del Policlinico Tor Vergata di Roma. «È una condizione dismetabolica che, pur non evolvendo necessariamente in diabete, comporta già di per sé un aumentato rischio cardiovascolare».
Secondo l’esperto, la diagnosi di prediabete si basa su tre indicatori principali:
– Glicemia a digiuno superiore a 100 mg/dl
– Emoglobina glicosilata ≥ 5,7%
– Alterata risposta al carico orale di glucosio.
Il Professor Sbraccia sottolinea come la stragrande maggioranza dei casi di prediabete sia legata all’accumulo di grasso addominale. «Non si tratta sempre di persone obese», precisa. «Anche soggetti normopeso possono presentare un eccesso di grasso addominale rischioso». Per una valutazione pratica, suggerisce una regola empirica: la circonferenza vita non dovrebbe superare la metà dell’altezza della persona.
Quanto al rischio di sviluppare il diabete conclamato, il professore fornisce dati rassicuranti: solo il 30-35% dei prediabetici sviluppa il diabete di tipo 2 nell’arco di 10 anni. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia.
Per prevenire l’evoluzione verso il diabete, il Prof. Sbraccia raccomanda interventi mirati:
1. Riduzione del peso corporeo, quando necessario
2. Eliminazione degli zuccheri semplici dalla dieta: niente zucchero nel caffè e astenersi dal consumare dolci se non occasionalmente.
3. Preferenza per carboidrati complessi e integrali: pane, pasta e pizza integrali.
4. Attività fisica regolare, combinando esercizi aerobici e di resistenza.
Il professore Sbraccia ricorda che il diabete di tipo 2 (DT2) viene identificato con dei criteri arbitrari, questo perché l’iperglicemia è un continuum, così come continuum sono i valori pressori e quelli di colesterolo. Naturalmente per tutti questi parametri, in base a un criterio arbitrale quantunque supportato dall’osservazione clinica, si stabilisce che un soggetto ha un’ipercolesterolemia, un’ipertensione arteriosa oppure un diabete tipo 2 al raggiungimento di determinati valori. Per il DT2, la soglia del valore a digiuno della glicemia è fissata a 126 mg/dl. È un valore al di sopra del quale scattano le complicanze microangiopatiche (rischio di cecità, di insufficienza renale con necessità di dialisi o trapianto, di amputazione non traumatica di un arto). Per il prediabete, le considerazioni sono ancora più sfumate. «Lo definirei come una condizione dismetabolica (del metabolismo glicidico) che pone a rischio di sviluppare il diabete ma non è detto assolutamente che ciò accada». Tuttavia, a prescindere se il prediabete porterà un soggetto al diabete 2, il prediabete è legato a un maggior rischio cardiovascolare.
Riguardo alla familiarità, il professore offre una prospettiva incoraggiante: «La genetica conta, ma uno stile di vita corretto può ridurre drasticamente il rischio ereditario. È più preoccupante avere un familiare diabetico nonostante uno stile di vita irreprensibile, piuttosto che uno con abitudini scorrette».
Il Prof. Sbraccia conclude con un’importante novità riguardo all’attività fisica: «Oltre alla classica attività aerobica, oggi rivalutiamo gli esercizi di resistenza con pesi leggeri. Questi mantengono il muscolo attivo più a lungo, con benefici metabolici significativi. L’ideale è combinare entrambi i tipi di attività».