di Cristina Cavalletti

Il cuore si rigenera dopo un infarto, attraverso particolari frazioni di RNA inoculate direttamente nella parete cardiaca. È possibile grazie a una metodica innovativa, in grado di indurre la rigenerazione delle cellule miocardiche. I ricercatori che hanno dato notizia, spiegando che per ora si tratta di esperimenti validati solo a livello preclinico, sono italiani

Il 16 maggio 2019, la prestigiosa rivista «Nature» ha pubblicato la lettera in cui un gruppo di ricercatori italiani ha comunicato i risultati di una terapia sperimentale per l’infarto miocardico acuto: l’iniezione di particolari frazioni di RNA direttamente nella parete del cuore, in grado di indurre la rigenerazione delle cellule miocardiche.
La possibilità di tale rigenerazione esiste in natura nei pesci e in alcuni anfibi, mentre nei mammiferi è presente solo nelle primissime fasi della vita, e viene quasi del tutto perduta negli adulti. Per questo, quando si verifica un infarto, cioè l’occlusione di un’arteria e conseguentemente la morte di porzioni più o meno estese di tessuto miocardico, la lesione viene riparata con nuove cellule dello stesso tipo solo in minima parte, e soprattutto da tessuto cicatriziale che non partecipa in alcun modo alla funzione di pompa del cuore: la cicatrice si comporta nel migliore dei casi come una zona inerte, e nel peggiore può andare gradualmente sfiancandosi, tanto che, durante la sistole (la fase di contrazione del cuore), si estroflette anziché contrarsi; in ogni caso, la quota di sangue che a ogni sistole viene spinta nelle arterie (la cosiddetta “gittata sistolica”) si riduce, tanto che il cuore diventa incapace di sostenere una circolazione efficiente: si arriva così all’insufficienza, cioè allo scompenso del cuore.
I composti chimici che conservano, trasmettono, trasportano e regolano le informazioni sulla base delle quali vengono costruite le proteine che formano gli organismi viventi sono il DNA e l’RNA. In particolare, mentre il DNA ha principalmente il compito di conservare l’informazione genetica all’interno del nucleo delle singole cellule, i vari tipi di RNA traducono tali informazioni e le rendono operative. In altre parole, i cromosomi che sono nel nucleo delle cellule sono formati da DNA e conservano tutte le numerosissime informazioni che costituiscono l’identità delle cellule stesse, di cui solo una piccola parte è espressa. Alcune frazioni di RNA funzionano come degli interruttori biologici che sono capaci di “accendere” e rendere operative le une o le altre di tali informazioni. Quando si parla di ingegneria genetica si intende tutto un campo di lavoro in cui i ricercatori operano sul DNA, mirando a introdurre nei cromosomi certe sequenze che mancano o sono alterate, o sull’RNA, puntando ad attivarne frammenti inattivi. In particolare, la possibilità di ripristinare nelle cellule muscolari del cuore la perduta capacità di rigenerazione era stata finora dimostrata solo in mammiferi di piccola taglia e piuttosto lontani geneticamente dall’uomo. Lo studio appena pubblicato su «Nature» dimostra che il sistema funziona anche nei maiali, il cui cuore – ci piaccia o no – da molti punti di vista somiglia molto al nostro.
Ci tengo a sottolineare che si tratta di esperimenti, dunque il trattamento non è al momento disponibile, e ci sarà ancora molto da lavorare prima che lo diventi, soprattutto per regolare e controllare il processo di rigenerazione. Ma l’idea funziona e la strada è aperta, e tutti sappiamo ormai bene quanto oggi siano accelerati i progressi tecnologici anche in campo medico, dove si assiste a terapie che da nuove sono diventate di routine in un tempo così ristretto da sembrare fantascienza se solo ci si guarda indietro.
Proprio la terapia dell’infarto miocardico può essere considerata esempio e paradigma di una simile evoluzione.
Fino alla metà del secolo scorso quando qualcuno veniva colpito da infarto c’era ben poco da fare: lo si metteva a riposo assoluto, gli si somministravano farmaci che miravano a sostenere la circolazione e ad alleviare il lavoro del cuore, e se si era credenti ci si affidava alla Divina Provvidenza. Se l’infarto non era particolarmente esteso, il paziente pian piano si avviava alla convalescenza, altrimenti non si poteva che assistere impotenti al suo decesso, in fase acuta o dopo un tempo più o meno lungo. In particolare, nei primissimi giorni dopo l’insorgenza dell’infarto, indipendentemente dall’estensione, c’è una fase in cui le cellule miocardiche danneggiate possono scatenare gravissime aritmie, fino alla fibrillazione ventricolare che, se non trattata, determina la morte istantanea, Cosa che, in passato, accadeva anche a persone che avevano subito un piccolo infarto, le quali non superavano la fase acuta perché morivano di fibrillazione ventricolare, a differenza di quello che accade oggi, in cui i pazienti colpiti da infarto si riprendono benissimo e tornano, nel giro di qualche settimana, a tutte le attività precedenti. Negli anni Sessanta del secolo scorso, furono “inventate” la cardioversione elettrica e le unità coronariche. I pazienti con infarto, anziché essere curati a casa loro o in una corsia d’ospedale con diabetici, bronchitici o cirrotici come vicini di letto, cominciarono ad essere ospitati in piccoli reparti dedicati, dotati di apparecchi per il monitoraggio e di defibrillatori. Si smise di morire in fase acuta per “morte elettrica”.
Più tardi furono messe a punto le tecniche chirurgiche di bypass aorto-coronarico, quelle cardiologiche di dilatazione delle coronarie mediante angioplastica con palloncino o mediante inserzione di stent, e quelle farmacologiche di trombolisi. Grazie all’una o all’altra di tali tecniche è oggi possibile riaprire la coronaria la cui occlusione sta provocando l’infarto, e in tal modo impedire che l’infarto stesso si determini, o almeno limitarne l’estensione. È evidente che è necessario intervenire il più presto possibile, al primo sospetto di infarto, chiamando i servizi d’emergenza che possano trasportare il paziente nel più vicino Centro in grado di praticare tutte le terapie del caso: più presto viene ripristinato il flusso di sangue, minore è l’estensione del miocardio danneggiato. Oggi sempre più pazienti che hanno subito un infarto tornano a casa con un cuore perfettamente in grado di sostenere una circolazione efficiente.
Ma nessuna terapia è in grado di guarire tutti: per una ragione o per l’altra il ripristino del flusso di sangue può iniziare troppo tardi, o non riuscire efficace, ed allora si assisterà inevitabilmente alla comparsa di una zona necrotica estesa, che in fase acuta o cronicamente, nei mesi e negli anni successivi, comprometterà la funzione del cuore.
È su questi pazienti che potrà trovare applicazione la terapia con iniezione delle adeguate frazioni di RNA nel miocardio: per quanto vasta sarà stata la necrosi, sarà riparata non da inerte tessuto cicatriziale ma da nuovo tessuto miocardico perfettamente in grado di funzionare.

NATURE VOL 569 16 MAY 2019, “MicroRNA therapy stimulates uncontrolled cardiac repair after myocardial infarction in pigs”, Khatia Gabisonia, Giulia Prosdocimo, Giovanni Donato Aquaro, Lucia Carlucci, Lorena Zentilin, Ilaria Secco, Hashim Ali, Luca Braga, Nikoloz Gorgodze, Fabio Bernini, Silvia Burchielli, Chiara Collesi, Lorenzo Zandonà, Gianfranco Sinagra, Marcello Piacenti, Serena Zacchigna, Rossana Bussani, Fabio A. Recchia & Mauro Giacca.

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