di Alberto Ferrari

I gruppi sociali ed etnici che rientrano fra le minoranze discriminate si ammalano di più di malattie cardiovascolari. È quanto sostengono alcuni ricercatori americani che hanno messo a confronto la salute di cuore e arterie di gruppi minoritari con meno opportunità e diritti rispetto alla salute di chi rientra fra le maggioranze di segno opposto

Che grande paese l’America! Grande innanzitutto per le sue contraddizioni a prima vista insanabili ma che, invece, si trovano a convivere dando sfogo a tutti gli umori possibili. Gli americani hanno eletto un presidente che, a cominciare dalla mattina presto su Twitter, non perde occasione di mostrarsi omofono, antigender e xenofobo ossessionato dalle minoranze etniche.
Gli fa da contrappeso un coro permanente di voci dissenzienti. Tanto per citarne qualcuna, i contro tweet al vetriolo di scrittori del calibro di Don Winslow e Stephen King, o le dichiarazioni pubbliche rilasciate da attori della portata di Robert De Niro o Maryl Streep. De Niro, alla vigilia delle elezioni del 2016, ha perfino minacciato di prendere a pugni Trump, per ammorbidirne l’arroganza.
In una sede meno esposta ai riflettori mediatici e agli umori variabili delle politiche del consenso, fortunatamente per tutti noi, l’America è ancora il paese in cui un gruppo di ricercatori scientifici ha appena dato alle stampe (giugno 2019) una metanalisi nella quale si è indagato se vi fossero maggiori rischi cardiovascolari tra i gruppi sociali stigmatizzati, concludendo che tali rischi vi sono e che, pertanto, tutte le politiche inclusive, tese a migliorare le condizioni di questa gente, sono da promuovere, in vista del bene supremo della salute pubblica. Mentre Trump se la prende con le minoranze etniche, promettendo di erigere muri per tenerle fuori, la scienza si preoccupa di capire in che modo e invertire la tendenza che minaccia la salute di cuore e arterie di tutte le minoranze discriminate, con l’avvertenza che a fare di una minoranza una minoranza stigmatizzata è sufficiente la percezione da parte dei suoi membri.
Partendo da queste premesse, i surriferiti ricercatori hanno pubblicato sull’edizione canadese della rivista americana «Plos One» una ricerca frutto del lavoro di revisione di 84 studi condotti negli USA fa il 1984 e il 2017, per evidenziare ogni possibile link fra una condizione di stigma e la presenza di indicatori di malattie cardiovascolari. Si è così investigato su un fattore di rischio come l’ipertensione, sull’irregolarità del battito cardiaco, sulle indicazioni di pericolo coronarico desumibili dai marcatori sanguigni e salivari, e su altri parametri obiettivi di malattia cardiovascolare ponendo l’accento sui pazienti che, a giudizio di un organismo istituzionale (National Survey of Midlife Development in the United States) rientrano fra i soggetti stigmatizzati: per genere (27% delle donne), per etnia (10% uomini e 11% donne), per peso (5% uomini, 10% donne, ma il 40% degli obesi), per altri aspetti legati all’apparenza fisica (8% uomini e 4% donne). Quello che fa la differenza è che queste categorie marginalizzate hanno un accesso più limitato alle politiche di prevenzione così come a quelle di cura. Il che altro non fa se non accelerare l’evoluzione della malattia. Intervenire significa interrompere il circolo vizioso delle conseguenze negative per la salute in questi soggetti più esposti di altri a una sofferenza meno medicalizzata, a trattamenti ridotti o negati, a un declino più rapido nell’autonomia motoria quotidiana, a una copertura assicurativa meno efficace (negli USA la Sanità è privatizzata) e a tutto ciò che di altro ancora fa di queste categorie più fragili le più esposte al cronicizzarsi della malattia e alla morte.
Che cosa accade nell’organismo di queste persone fino ad accelerare la malattia cardiovascolare? A detta degli autori, che citano la letteratura sull’argomento, si assiste a cambiamenti a livello fisico che intervengono quando il corpo deve reagire a uno stimolo eccessivo di stress provocato dall’iper produzione di ormoni specifici: cortisolo, adrenalina e noradrenalina. Quando si acutizza, lo stress ha come effetto di accelerare il battito cardiaco e aumentare la pressione. Se lo stress si cronicizza, battito cardiaco e pressione arteriosa tendono a restare elevati, favorendo a lungo andare i processi di vasocostrizione dai quali dipendono l’ischemia del miocardio e il conseguente infarto. Anche l’arteriosclerosi è un pericolo incombente, a causa delle vasocostrizioni del tessuto endoteliale delle arterie.
Tutti fattori ben documentati in soggetti appartenenti a ognuna delle categorie discriminate, fra le quali, oltre alle già citate per razza, per peso, per genere, vi sono quelle che patiscono per il proprio orientamento sessuale. Riguardo alle discriminanti legate all’espressione della sessualità, i ricercatori ricordano che il loro studio non ha potuto neppure ipotizzare di confrontarsi con i dati sulla salute cardiovascolare di omossessuali e transgender di Paesi in cui dati simili non esistono perché questi gruppi vengono ancora fortemente discriminati, vuoi perché la pratica dell’omosessualità è ancora fortemente osteggiata, come in Polonia, in Russia e in altri Paesi dell’Est Europa, o, addirittura, considerata illegale e perseguibile per legge, come nella maggior parte dei Paesi islamici. Un anacronismo ancora più insopportabile da tollerare da quando (fine agosto 2019) è stato ribadito a chiare lettere che l’omosessualità non ha nessuna malformazione genetica alla base. Dei 25 geni che orientano le preferenze sessuali, nessuno è in grado di predire l’orientamento sessuale. Un risultato, peraltro, frutto di uno studio testato su un ampio campione di popolazione: quasi mezzo milione di persone, il cui DNA era stato preventivamente raccolto e conservato in una banca dati con sede in Gran Bretagna.
Tornando invece alla più tollerante America, c’è un dato che lascia perplessi perché la dice lunga su come la percezione di un problema spesso diventi il vero problema. Qualche anno fa, sulla stampa statunitense, è apparsa una notizia che difficilmente può aver perso il suo appeal d’attualità. Ricordando che nonostante le malattie cardiovascolari siano il killer numero uno fra le donne, si riferiva di come molte donne rimandassero la visita programmata con il cardiologo per paura di sentirsi dire o che erano troppo grasse oppure che non facevano abbastanza movimento fisico; questo perché, ad ogni occasione d’incontro con il medico, le parole d’ordine che le donne si sentono ripetere come un mantra è di mettersi a dieta e di fare più esercizio fisico, quasi indipendentemente dal disturbo. Infatti, quasi la metà delle 1011 donne che hanno preso parte all’indagine osservazionale condotta nel 2016 da Women’s Herat Alliance, un’associazione attiva in vari Stati con l’obiettivo di prendersi cura della salute cardiaca delle donne, aveva dichiarato, in base alla compilazione di un questionario ad hoc, che era abbastanza comune cancellare o rimandare la visita con il dottore nella speranza di farsi trovare più magre e più in forma per l’appuntamento successivo. Inutile ricordare che la salute cardiovascolare non coincide con un fisico da fotomodella, e che i parametri più importanti per misurarla non si basano certo su qualche chilo di troppo o su un’attività fisica che non dia tregua. Nella formazione di questo pregiudizio la responsabilità del medico non sembra secondaria.
È quanto sottolineano anche i ricercatori di “I legami fra discriminazione e salute cardiovascolare fra i gruppi socialmente stigmatizzati”, la ricerca sistematica dalla quale siamo partiti. Nel paragrafo dedicato alle implicazioni della prevenzione, si riscontra che sovente il medico adotta un atteggiamento di sufficienza nei confronti della salute cardiovascolare dei pazienti obesi, preferendo orientare la prevenzione verso il calo ponderale, piuttosto che sulla ricerca dei marcatori cardiovascolari, con il risultato che le malattie cardiovascolari, se trascurate, in questi come in altri soggetti, hanno maggior spazio di manovra nel fare danni alla salute di cuore e arterie. Insomma, concludono gli autori, una visione meno vessata da pregiudizi sui gruppi socialmente stigmatizzati gioverebbe innanzi tutto ai medici e al loro modo di orientare la prevenzione di queste malattie che, come già ricordato, restano la principale causa di morte fra la popolazione dei Paesi occidentali.

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