di Alberto Ferrari

Altro che calo generale di forma fisica, l’età che avanza inesorabile e i soliti eccessi alimentari che ci avrebbero fatto aumentare di qualche chilo in pochi giorni. In presenza di stanchezza muscolare, astenia e gonfiori è bene andare subito dal medico. Potrebbe trattarsi di scompenso cardiaco e l’origine dei sintomi sarebbe nel cuore. Questo perché lo scompenso deriva dall’incapacità del cuore a pompare sufficiente sangue ossigenato nel resto del corpo

Il motivo che spinge a parlare di scompenso cardiaco su un giornale di divulgazione come il nostro è che i primi sintomi vengono spesso scambiati per disturbi passeggeri senza conseguenze, ragione per cui vengono altrettanto spesso trascurati. Lo scompenso, invece, è un problema medico e di salute pubblica tutt’altro che trascurabile. Quando si aggrava può causare l’edema polmonare acuto e la morte. Oltre i 65 anni, è la prima causa di ricovero in Italia e colpisce 1 milione di persone. Se si aggiungono i casi non ancora diagnosticati, il numero cresce a 1 milione e mezzo. La diffusione è in procinto di raddoppiare ogni dieci anni, a causa dell’invecchiamento della popolazione. È dunque auspicabile conoscere i sintomi dello scompenso o insufficienza cardiaca, che dir si voglia, per quello che realmente sono e prognosticano, alfine di essere pronti ad andare dal medico senza indugiare e poi fare gli esami previsti, se qualcuno di questi sintomi dovesse manifestarsi.
Lo scompenso si presenta spesso sotto forma di stanchezza muscolare e astenia. È la diminuzione di ossigeno nei tessuti periferici e muscolari che determina la debolezza e il senso di affaticamento. La stessa diminuzione che porta alla confusione mentale se l’ossigeno scarseggia a livello cerebrale. Un altro sintomo tipico è la formazione di liquidi in vari organi, dai polmoni al fegato, dalle caviglie ai piedi, con conseguente e repentino aumento ponderale (circa 2 kg in pochi giorni). È a questo punto che si annidano gli errori di valutazione più grossolani. Il quadro appena descritto viene spesso interpretato come un calo generale di forma fisica, come una conseguenza inevitabile dell’età che avanza e degli eventuali eccessi alimentari. Invece il problema vero parte dal cuore.
Lo scompenso deriva da una subentrata incapacità del cuore a pompare sufficiente sangue ossigenato in tutti i tessuti. All’inizio questa difficoltà si manifesta durante uno sforzo. In seguito, mano a mano che la scompenso di aggrava, la difficoltà si verifica anche a riposo.
Il sangue viene prima richiamato e poi espulso a ogni contrazione del muscolo cardiaco (diastole e sistole). Se, durante la sistole, la quantità di sangue espulsa è inferiore a quella normale è perché la membrana che riveste il muscolo si è consumata diventando più lasca e sottile. Al contrario, se è la quantità di sangue incamerata durante la diastole a essere insufficiente, è perché la membrana si è ispessita e indurita creando difficoltà alla dilatazione. In entrambi i casi si verifica un’iperproduzione a livello ormonale chiamata a compensare l’inefficienza del muscolo cardiaco, con il risultato che il cuore batte a ritmo più sostenuto. L’iperattività del cuore mette in allarme i vasi sanguigni portandoli a diminuire il diametro alfine di mantenere la pressione arteriosa stabile. Pur a ranghi ridotti il cuore deve garantire il giusto fabbisogno di sangue agli organi più importanti, così sceglie di distribuirlo con maggior avvedutezza. Per garantirlo al cervello e ad altri organi vitali lo sottrae ai tessuti periferici. La diminuzione di sangue fa sì che i reni facciano lavoro doppio per compensare il volume complessivo di liquidi nell’organismo. Il surplus di liquidi tende ad accumularsi, dando vita ai problemi di ritenzione idrica, dapprima in distretti periferici, di cui gli edemi alle caviglie sono il segno più frequente, e poi nei vari organi.
I medici fanno distinzione fra scompenso sinistro e destro. Sinistro significa che lo scompenso colpisce la parte sinistra del cuore, con l’impossibilità per il ventricolo sinistro di pompare sangue ossigenato ai tessuti (circolazione sistemica) creando l’accumulo di fluidi nei polmoni, dove il sangue è richiamato per essere ossigenato. I sintomi più evidenti in questo caso sono il respiro breve e affaticato (dispnea) e una tosse persistente. Nel secondo caso, si assiste all’incapacità del ventricolo destro di pompare sangue venoso in risalita fino ai polmoni, con conseguente gonfiori a livello degli arti (gambe, caviglie e piedi) e dell’addome (fegato).
Un’altra distinzione che viene fatta è fra scompenso acuto o cronico. Lo scompenso acuto si manifesta dopo un evento cardiaco acuto, di regola dopo un infarto o dopo una crisi ipertensiva. Lo scompenso cronico invece è il frutto della sedimentazione degli insulti di varia provenienza a carico del cuore. Dei danni che hanno un alleato comune nel tempo che passa.
Il malfunzionamento del cuore che porta allo scompenso ha diverse origini. Tra le più comuni vi è la cardiopatia ischemica, a causa della quale le arterie si restringono per via della placca arteriosclerotica. L’infarto è la conseguenze più grave di questa condizione clinica, con il risultato che circa un quarto delle persone che soffrono di scompenso sono state vittima di un infarto.
Altrettanto frequente è l’ipertensione. L’ipertensione costringe il cuore a un surplus di lavoro, danneggiandone le pareti. Il cuore è ricoperto da una membrana che diventa più lasca o più rigida, a seconda se ha il sopravvento l’ipertensione sistolica oppure la diastolica. In ogni caso, nel 75% dei casi di scompenso il paziente soffre di ipertensione.
Lo stesso tipo di danno alle pareti del muscolo cardiaco prodotto dall’ipertensione si manifesta in caso di malattie primitive del muscolo cardiaco, conosciute con il nome di cardiomiopatie e caratterizzate da difetti anatomici.
Ci sono anche le malattie a carico delle valvole, in cui viene meno l’efficienza di apertura e chiusura delle medesime al passaggio del flusso sanguigno nelle camere cardiache, con conseguente ristagno e ritorno sanguigno. L’inefficienza valvolare costringe il cuore a un battito più accelerato per pompare più sangue.
Anche i difetti primitivi del battito cardiaco, a causa dei quali il cuore ha un battito irregolare con conseguenze perniciose a scapito del muscolo cardiaco, sono alla base dello scompenso. La malattia del ritmo più comune in caso di scompenso è l’aritmia cardiaca. L’aritmia costringe il cuore a battere più velocemente.
Nel novero delle malattie cardiache dello scompenso vi sono anche le malattie congenite. Si tratta di difetti valvolari, delle camere cardiache oppure delle coronarie presenti fin dalla nascita che, se non debitamente trattati, si riflettono sull’efficienza dell’organo.
Di diversa origine è invece il diabete, una malattia cronica del metabolismo che, a lungo andare, fa danni di diverso impatto sul cuore e che è presente anche fra le cause dello scompenso. Chi ha il diabete può vedersi il muscolo cardiaco indebolito, con danni permanenti alle coronarie e ai reni.
In base ai sintomi e ad altre caratteristiche del paziente, il medico decide gli esami clinici e strumentali utili alla diagnosi. Durante l’esame obiettivo il medico usa lo stetoscopio per sentire l’eventuale presenza di liquidi nei polmoni. Per la stessa ragione, passa in rassegna la pelle di gambe e caviglie e la consistenza dell’addome, facendo una leggera pressione sulla pelle con le mani. In quest’ultimo caso, a ingrossarsi a causa della ritenzione idrica potrebbe essere il fegato. Un esame del sangue servirà a verificare la funzionalità del fegato e dei reni, o se vi è traccia di ischemia a livello coronarico.
Agli esami strumentali è affidato il compito di approfondire la diagnosi. L’ECG serve a capire se vi è traccia di un infarto, se si riscontrano dei segnali di aritmia o di altri impulsi elettrici irregolari e se le pareti del muscolo cardiaco sono diventate meno elastiche. L’ecocardiogramma, considerato il test di elezione per il riscontro di danni valvolari e delle camere cardiache, serve a misurare se la quantità di sangue arricchito di ossigeno che il ventricolo sinistro pompa verso l’esterno a ogni contrazione del muscolo cardiaco, raggiunge un volume sufficiente oppure se esso è deficitario. Una classificazione dello scompenso cardiaco si basa proprio su questo, che tecnicamente si chiama “misurazione della frazione di eiezione del ventricolo sinistro”, ovvero la percentuale di sangue che il ventricolo sinistro pompa nell’aorta a ogni battito cardiaco, rispetto alla quantità di sangue presente nel ventricolo sinistro al termine della diastole. Si misura con l’ecocardiogramma ed è normale quando è superiore al 50%. Più bassa è la frazione di eiezione, peggiore è lo scompenso sistolico.
La radiografia del torace serve a vedere i segni di ingrossamento cardiaco e di edema polmonare.
Il trattamento dello scompenso è affidato in prima istanza ai medicinali. Buona parte dei farmaci utili a ridurre i danni di uno scompenso cardiaco coincidono con i farmaci assunti contro l’ipertensione. Fanno parte di questo paniere i diuretici (per eliminare gli eccessi di liquidi), gli ACE inibitori, i sartani e i beta-bloccanti, che riducendo la pressione contribuiscono anche a normalizzare il ritmo cardiaco. Vi sono poi farmaci specifici per la riduzione della frequenza cardiaca, per correggere la mancanza di ferro, spia dell’anemia e fattore di complicazione per lo scompenso.
Se i farmaci non bastano, si ricorre all’impianto di apparecchi elettronici come il defibrillatore cardiaco, per rilevare le aritmie maligne ed erogare delle scariche elettriche in grado di annullarle. Il pace-maker anti-scompenso serve invece a restituire ai ventricoli un battito sincrono, alfine di migliorare la funzione di pompa cardiaca. Il ricorso al trapianto cardiaco nei casi cronici più gravi è per quei pazienti che non rispondono più ai farmaci. Grazie ai miglioramenti intervenuti nelle tecniche chirurgiche, il trapianto di cuore è diventata una scelta elettiva che garantisce una buona riuscita. Sopravvivere fino a 15-20 anni dopo il trapianto è diventato un evento tutt’altro che raro.

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