di Alberto Ferrari

Di colesterolo si vive e si muore. Si vive in quanto in valori normali è indispensabile al funzionamento dell’organismo, e si muore perché, se troppo alto, provoca l’aterosclerosi, a cui sono connessi i cosiddetti eventi cardiovascolari maggiori come l’ictus cerebrale, l’infarto del miocardio e le arteriopatie degli arti inferiori. Il vero pericolo è però rappresentato dal colesterolo LDL, ribattezzato colesterolo “cattivo”, un nome che è tutto un programma, in conseguenza dei rischi specifici che può provocare

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La gente comune associa il colesterolo alle malattie cardiache, ragion per cui pensa che chi ce l’abbia alto, cioè in eccesso, a lungo andare si esponga al rischio di infarto o di altri accidenti a carico di cuore e vasi arteriosi. In realtà il colesterolo, se mantenuto entro certi limiti, gioca un ruolo utile per la nostra salute. È grazie al colesterolo prodotto per via endogena, principalmente nel fegato, oppure quello che assumiamo attraverso i cibi, che questo lipide svolge le funzioni che servono al nostro corpo per crescere e mantenersi in salute. Il colesterolo è un elemento costitutivo delle membrane cellulari, serve per la produzione degli ormoni, degli acidi biliari e della vitamina D. Ragion per cui mantenere il colesterolo totale entro la normalità (200 mg/dl) vuol dire non eccedere la soglia di rischio che trasforma questo lipide da elemento utile a dannoso per l’organismo. Ma quando il colesterolo smette di essere solo positivo e diventa pericoloso? Gli studi indicano che in Italia sono circa 12 milioni le persone che hanno valori di colesterolo troppo elevati. Un dato che ci trova perfettamente allineati con l’impatto che la cosiddetta società del benessere evoca nei Paesi industrializzati come il nostro.

Sappiamo che il colesterolo totale è frutto del rapporto che sussiste fra colesterolo LDL, il colesterolo HDL e i trigliceridi. E sappiamo anche che il colesterolo LDL è quello “cattivo”, mentre l’HDL viene definito “buono”. Una differenza di sostanza, che incide anche sulle attenzioni da riconoscere al colesterolo totale. Ammalarsi di eccesso di colesterolo nel sangue significa che i valori del colesterolo trasportato dalle lipoproteine a bassa densità (LDL) sono saliti oltre i livelli di guardia. Il che significa che vi può essere un accumulo di colesterolo nelle pareti arteriose con il conseguente sviluppo di aterosclerosi, ovvero la presenza di placche ostruttive di colesterolo, cellule e altro, che impediscono il normale deflusso del sangue e che sono alla base dei fenomeni di ischemia. È per questo motivo che il colesterolo LDL troppo alto diventa uno dei maggiori fattori di rischio per le malattie cardiovascolari. Di contro, le lipoproteine HDL sono responsabili del processo inverso, ovvero il loro compito è quello di favorire il transito e lo smaltimento del colesterolo in eccesso. Valori di colesterolo HDL alti sono quindi auspicabili e servono a controbilanciare il danno causato dagli eccessi di LDL. Ciò significa che anche il colesterolo totale può sopportare i valori considerati “alti”, a patto che vi sia un colesterolo HDL altrettanto “alto”.

Il livello ottimale di colesterolo totale in prevenzione primaria, ovvero nei soggetti che non hanno subito un evento cardiovascolare maggiore tipo l’infarto o l’ictus, deve essere <200 mg/dl. Valori compresi fra 200-240 mg/dl sono considerati borderline, mentre >240 sono valori alti. Parallelamente a questi valori di colesterolo totale, il range dei valori del colesterolo LDL sono <130 mg/dl nella norma, fra 130-160 borderline, >160 valori a rischio. Il colesterolo HDL diventa pericoloso se <40mg/dl nell’uomo e <50 nelle donne. Di norma il colesterolo totale e il colesterolo HDL sono valori che si evincono – e lo stesso vale per i trigliceridi – con il controllo ematico, mentre il colesterolo LDL lo si può calcolare ricorrendo alla seguente formula: colesterolo totale – (1/5 trigliceridi + colesterolo HDL); questa formula si applica però solo se i trigliceridi sono minori di 400 mg/dl. Diverso il discorso per la prevenzione secondaria, cioè quando siamo in presenza di eventi cardiovascolari maggiori. In questi casi, i livelli di colesterolo totale ma soprattutto di colesterolo LDL devono essere più bassi, proprio per evitare il rischio di recidiva. Si passa a valori di colesterolo LDL <100 o a valori ancora più bassi (<70), a seconda del numero di fattori di rischio cardiovascolare attribuibili al paziente, che sono: familiarità, ipertensione arteriosa, obesità, sedentarietà, diabete, tabagismo…

Tra i fattori di rischio che fanno aumentare il colesterolo LDL sono da mettere in primo piano un’alimentazione troppo ricca di grassi animali e un’attività fisica insufficiente. Il fumo, oltre a costituire di per sé un fattore di rischio, può determinare una riduzione dei livelli di colesterolo HDL. Ragion per cui è bene seguire un’alimentazione scevra (o quasi) di carni rosse, salumi e formaggi, e ricca di fibre solubili ricavate da frutta, verdura e cereali integrali. Oltre la dieta e l’imperativo categorico di smettere di fumare, è essenziale che si cominci a fare un po’ di attività fisica. Potrebbe essere utile per migliorare la costanza nell’attività fisica affidarsi a un serio programma di allenamento, meglio se concordato con un preparatore atletico che sappia dare la giusta importanza alle condizioni di salute complessive del paziente, sempre dopo aver effettuato una visita medica. Uno stile di vita così improntato è il primo step per abbassare il colesterolo “cattivo”. Da notare che la pratica sportiva e la dieta, con il relativo calo ponderale e del girovita – che indica la presenza di grasso addominale che sappiamo essere un grasso tutt’altro che inerte –  provocano di regola un innalzamento del colesterolo “buono” (HDL) che, come abbiamo detto, incide positivamente sulla valutazione del colesterolo totale.

Tornando al colesterolo LDL, a fronte di differenti valori desiderabili in caso di prevenzione primaria o secondaria, va precisato che questo tipo di colesterolo è molto indicativo per il calcolo del rischio cardiovascolare nel suo complesso per quei pazienti che hanno manifestato un evento cardiovascolare maggiore come l’infarto, l’ictus o l’angina pectoris o che hanno un’ostruzione delle arterie degli arti inferiori. Quindi se avere il colesterolo LDL entro i valori di soglia è bene per tutti, per i pazienti in prevenzione secondaria diventa un “must”. Se per costoro non è sufficiente la dieta e l’attività fisica a tenere sotto controllo il colesterolo LDL, ecco che il medico interviene con i farmaci. L’andamento del colesterolo LDL è un po’ come quello della pressione arteriosa. Nessuno può sentirsi tranquillo con questi due valori fuori controllo. Se la dieta, l’attività fisica e in generale stili di vita più sani da soli non bastano, si deve ricorrere ai farmaci. Il che per il controllo del colesterolo LDL significa assumere farmaci della famiglia delle statine. Il meccanismo di azione di questi farmaci mira a inibire l’enzima che regola la sintesi del colesterolo a livello epatico. Grazie a questa inibizione i recettori per le LDL aumentano la loro attività, con il risultato che vengono captate un numero maggiore di LDL circolanti e portate all’interno del fegato dove possono essere utilizzate o eliminate, con conseguente riduzione dei livelli di LDL circolante nel sangue. Nel complesso, le statine si sono rivelate efficaci nella riduzione della mortalità per eventi ischemici anche nei pazienti ad alto rischio, come i diabetici e gli ipertesi a fronte di un colesterolo LDL mantenuto <100 mg/dl.

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