di Elisabetta Bramerio

In base a uno studio recente si è appurato che l’attività fisica riduce il rischio di morte in pazienti che hanno subito un infarto e che sono esposti agli altri accidenti connessi con la cardiopatia ischemica. A detta del primo autore di questo studio, il dottor Orjan Ekblom dell’università di Stoccolma, fare attività fisica almeno due volte o più la settimana dovrebbe essere prescritto agli infartuati al pari delle terapie finalizzate a migliorare la dieta e perdere peso, a smettere di fumare e a ridurre e controllare le fonti di stress

Finora ce l’avevano raccontata così. Fare attività fisica con regolarità riduce i rischi di malattia cardiaca di cui l’infarto è la conseguenza più conosciuta e diffusa. Questo perché l’attività fisica rientra fra gli indicatori di uno stile di vita salutare, al pari di non fumare, di migliorare la dieta e ridurre lo stress, che mettono il cuore al riparo dalla cardiopatia ischemica e dalla sua punta dell’iceberg che è appunto l’infarto del miocardio. Se la cardiopatia ischemica è responsabile del 12% di tutte le morti nella popolazione di età compresa tra 35 e 74 anni, l’infarto acuto lo è dell’8%, percentuale che fa dell’infarto la causa più frequente di mortalità e morbidità al mondo.
Ebbene, le indicazioni sulla prevenzione di cardiopatia ischemica e infarto grazie allo sport non sono cambiate. Semmai si sono arricchite di una nuova scoperta. Ovvero, che ripristinare o cominciare per la prima volta l’attività fisica dopo l’infarto riduce il rischio di morte. È quanto è emerso da una ricerca svedese presentata all’ultimo Congresso annuale della Società europea di cardiologia, che si è tenuto a Lubiana (Slovenia) dal 19 al 21 aprile di quest’anno. Lo studio, messo a punto da ricercatori dell’Università di Stoccolma, si è avvalso dei dati di oltre 22 mila pazienti risultati positivi al test della cardiopatia ischemica nel periodo compreso fra il 2005 e il 2013. Nella raccolta delle informazioni di interesse medico su questi pazienti non sono stati trascurati i dati sull’attività fisica. In base a quanto da loro dichiarato, i soggetti sono stati suddivisi in totalmente inattivi, in parzialmente inattivi rispetto a prima della malattia, più attivi di prima, attivi come prima.
Ebbene, in quasi cinque anni di osservazione sono deceduti 1087 pazienti. Andando a verificare l’associazione fra le morti per infarto, grazie a un confronto fra chi aveva diminuito l’attività fisica, oppure l’aveva incrementata o mantenuta costante rispetto a chi invece era diventato totalmente inattivo, è emerso che il rischio di mortalità è risultato più basso, rispettivamente, del 37%, del 51% e del 59% fra gli sportivi rispetto ai sedentari per tutto il periodo dell’osservazione.
La malattia coronarica è di gran lunga la malattia cardiaca più diffusa. Essa può manifestarsi fin dall’infanzia con la formazione della placca arteriosclerotica. La placca è conseguente a un accumulo di colesterolo all’interno delle arterie che attraversano il muscolo cardiaco. La placca è responsabile di una diminuzione del lume e di un irrigidimento delle coronarie che provoca un minor afflusso di sangue. Se fino ai 30 anni d’età la formazione della placca è graduale e difficilmente rappresenta un problema acuto, fra i 50 e i 60 è destinata a crescere sensibilmente esponendo il paziente ai rischi maggiori. La maggior parte degli infarti si verifica a causa della formazione di un trombo (coagulo di sangue) che va a ostruire una o più arterie coronarie. Di norma la trombosi si verifica a causa di una placca aterosclerotica che si sviluppa lentamente all’interno di una coronaria, interrompendo il flusso di sangue. Se il trombo non viene rimosso rapidamente, la zona del muscolo cardiaco (miocardio) irrorata da quell’arteria muore e si verifica l’infarto.
La placca arteriosclerotica si riduce grazie a un’alimentazione sana. Più nello specifico, un’alimentazione ricca di fibre (frutta e verdure) e pesce ma povera di grassi saturi. I grassi saturi sono quelli di origine animale, contenuti nelle carni rosse, in salumi e formaggi. La verdura e la frutta sono molto importanti perché oltre a essere ricchi di fibre contengono potassio, un minerale che serve ad abbassare la pressione di circa 8-14 mm/Hg. L’ipertensione rappresenta un rischio grave quando la placca tende a sedimentare, in quanto rappresenta la forza esercitata dal sangue contro la pareti delle arterie. L’ipertensione si controlla riducendo il consumo di sale a non più di 5 grammi al giorno. Il che comporta una drastica riduzione dei cibi in scatola e di tutti gli alimenti saporiti in cui il sale è contenuto in abbondanza. La formazione della placca si riduce anche riducendo il consumo di alcol. Le indicazioni a questo proposito suggeriscono di limitarne il consumo a non più di 2 bicchieri al giorno negli uomini, a non più di 1 nelle donne. Lo stesso risultato si raggiunge smettendo di fumare, mantenendo un peso forma e praticando attività fisica con regolarità. Infine, imparando a gestire lo stress. Molto utili a questo proposito si sono rivelate le tecniche di yoga e di meditazione, di rilassamento e pilates.
Le statine rappresentano il farmaco per la riduzione della colesterolemia. Il loro compito è quello di riportare nella norma i valori di colesterolo e di stabilizzare la placca aterosclerotica, riducendo il rischio della sua rottura ed evitando la formazione del trombo.
Oltre all’infarto, le altre manifestazioni acute causate dall’arteriosclerosi sono l’angina e l’arresto cardiaco. Vediamole tutte in rapido ordine.
L’infarto si manifesta quando una o più coronarie è totalmente o parzialmente ostruita dalla placca, cosa che mette in forse la normale abilità cardiaca di pompare sangue nei vari distretti. I sintomi sono un forte senso di oppressione al centro del petto, la possibilità che questo dolore si irradi verso le spalle e le braccia, il collo e le mascelle, un aumento repentino della sudorazione, la mancanza di fiato o il respiro corto, l’accelerazione del battito cardiaco, la sensazione di nausea e vomito. In presenza di questi sintomi, non bisogna perdere tempo ma recarsi al più vicino Pronto Soccorso. Meglio arrivarci con l’ambulanza, così da avere assicurato un trattamento tempestivo adeguato.
L’angina è il classico dolore al centro del petto che si manifesta in chi è affetto da cardiopatia ischemica quando il cuore richiede un maggior afflusso di ossigeno. I dolori tipici durano di solito qualche minuto e sono per molti aspetti sovrapponibili a quelli dell’infarto. A scatenare l’angina concorrono fattori esterni e casuali, come il camminare a passo troppo veloce all’aperto, oppure una giornata ad alto tasso di umidità, sollevare pesi o fare sforzi eccessivi dopo pranzo, essere oberati da troppe scadenze di lavoro, dover parlare in pubblico, avventurarsi in relazioni sentimentali che creano ansia e, in genere, essere soggetti ad arrabbiature e a tensioni emotive. L’angina si cura curando la cardiopatia ischemica che la provoca.
L’arresto cardiaco è l’evento acuto più pericoloso che fa capo a una cardiopatia ischemica, fatto salvo che può manifestarsi, del tutto inaspettatamente, anche in soggetti sani. In caso di arresto, il cuore cessa temporaneamente di battere. Non vi è una relazione diretta fra arresto cardiaco e infarto ad eccezione che l’infarto, quando si manifesta, può scatenare un malfunzionamento del sistema elettrico che controlla il ritmo e la frequenza cardiaca, scatenando così la cessazione del battito. Nella maggioranza dei casi di arresto si crea scompiglio all’interno delle camere cardiache. Si tratta di una condizione clinica conosciuta come fibrillazione ventricolare. A farne le spese è la circolazione sanguigna all’interno delle camere cardiache, che si blocca. Con la conseguenza che la morte sopraggiunge dopo pochi minuti. In questi casi, la vita del soggetto è appesa a un filo. Solo le manovre di rianimazione cardiopolmonare, ovvero la pressione al centro del patto per mano di un soccorritore esperto, oppure l’intervento con un defibrillatore, sono in grado di creare uno shock al cuore in conseguenza del quale l’organo vitale può ritornare e battere.
Tornando allo spunto della notizia dalla quale siamo partiti, in base allo studio svedese si può affermare che l’attività fisica riduce il rischio di morte in pazienti che hanno subito un infarto e che sono esposti agli altri accidenti secondari alla cardiopatia ischemica. Per ammissione del primo autore di quello studio, il dottor Orjan Ekblom dell’università di Stoccolma, Dipartimento di Sport e Scienza della Salute, «fare attività fisica almeno due volte o più la settimana dovrebbe essere prescritto agli infartuati al pari delle terapie finalizzate a migliorare la dieta e perdere peso, a smettere di fumare e a ridurre e controllare le fonti di stress».
Quantunque gli autori dello studio in questione non si sbilancino sul tipo di attività da praticare, se di tipo aerobico, per spingere il cuore a sopportare uno sforzo non gravoso ma prolungato, oppure se di resistenza, laddove lo sforzo muscolare coincide con un affaticamento intenso in cui il cuore lavora alla soglia massimale, oppure un mix fra le due modalità di allenamento, evidenze condivise suggeriscono che non vi sono particolari limitazioni da questo punto di vista, se non quelle legate a un approccio rispettoso del buon senso e delle prescrizioni del medico.

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