di Alberto Ferrari

Donald Trumpè il nuovo presidentedegli Stati Uniti.È noto che il predecessore di Trump, Barack Obama, ha dovuto rinunciare a molti degli impegni a favore di un cibo più salutare ed ecosostenibile,a causa delle pressioniesercitate delle multinazionali del cibo. E se ha fallito Obama, cosa può fare Trump, che non è certo un paladino dei diritti? Forse è meglio non sperare ai contrappesi fra poteri forti.A dirla con Michael Pollan,chi può davvero impensierire Big Food è il consumatoreche boicotta i prodottidell’industria e s’impegnanella crescita di una rete di produzione e distribuzionealternative

In uno degli ultimi articoli scritti per il ‹‹New York Times›› Michael Pollan sostiene che le iniziative a favore di un’agricoltura ecosostenibile che Obama ha attuato negli otto anni di Casa Bianca devono essere derubricate come insufficienti. Essendo follower di Pollan su Twitter, quando ho avuto notizia di quest’articolo ho cercato di leggerlo quanto prima. Mi incuriosiva, in particolare, l’opinione sulle politiche a favore di un cibo più salutare, attuate per contrastare la proliferazione dei casi di diabete alimentare e di malattie cardiovascolari. Quest’ultimo è stato un tema caldo della moglie di Obama, Michelle, promotrice di un programma per la tutela della salute degli adolescenti, basato sulla diminuzione dei tassi di zucchero e sale nelle bevande e negli snack venduti nelle scuole.

Negli stessi giorni la rivista “Internazionale” ha tradotto l’articolo di Pollan in italiano, proponendolo ai lettori sul numero del 21 ottobre 2016, a un paio di settimane dall’uscita negli USA. Per cui, chi volesse leggerlo senza fare la fatica che ho fatto io, che l’inglese non l’ho studiato a Oxford e neppure a Cambridge, può facilmente ricorrere al settimanale italiano.

Cominciamo col ricordare chi è Michael Pollan. Giornalista e scrittore appassionato di natura, Pollan è diventato uno dei pensatori di riferimento a livello mondiale per coloro che si battono a favore di un cibo più salutare, coltivato e processato nel rispetto dell’ambiente e di una maggior tutela per i lavoratori. Nei suoi libri egli dimostra con grande chiarezza come il cibo a buon mercato abbia degli alti costi sociali che si ripercuotono sulla salute dei consumatori, sull’ambiente e sulla spesa sanitaria. Sue sono le inchieste che evidenziano come dalle monocolture di mais e soia geneticamente modificate, altamente inquinanti per l’uso di concimi derivanti dal petrolio e di pesticidi chimici, dipende oltre il 90% dei cibi che finiscono sulle nostre tavole. Sempre sue sono le inchieste che hanno messo sotto accusa la maniera di allevare bestiame negli Stati Uniti. A causa di tutto il mais che mucche, galline, maiali (ma anche salmoni) mangiano al posto del foraggio e degli altri ingredienti naturali per i quali sarebbero geneticamente predisposti, producono delle deiezioni che non si possono riciclare come concime perché sono impregnate di sostanze chimiche che brucerebbero i raccolti anziché favorirne la crescita. Così, questi scarti vengono accumulati in discariche maleodoranti, che vanno a infiltrarsi nel terreno inquinandolo, in molti casi, fino alle falde acquifere.

Pollan non si è risparmiato nel denunciare le dure condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i raccoglitori di pomodori della Florida, dove viene fatto largo uso di manodopera clandestina e sottopagata, assoldata per il tramite di un caporalato legato a doppia mandata alla criminalità organizzata che gestisce i flussi migratori illegali (qualcosa di molto simile avviene anche nelle regioni del Sud d’Italia, specie nei periodi di raccolta). Così come sua è la denuncia, molto circostanziata a livello di inchiesta giornalistica, secondo la quale chi costringe gli agricoltori e gli allevatori alle monoculture e agli allevamenti intensivi è l’acquirente unico dei prodotti, il monopolista del mercato agroalimentare americano. Si tratta di poche aziende che controllano l’80% dell’intera catena alimentare che va dalle sementi agli scaffali dei supermercati. Queste multinazionali sono in grado di manipolare per il proprio tornaconto le leggi e i soggetti che devono farle applicare. In una parola, anzi due, Big Food.

A giudizio di Pollan, Obama ha dovuto battere in ritirata ogniqualvolta ha provato a mettere i bastoni tra le ruote a Big Food. In un caso, dopo aver istituito una commissione di legali con l’incarico di ascoltare il malcontento degli agricoltori, le infiltrazioni lobbiste di Big Food hanno fatto sì che questa commissione si vedesse tagliati i finanziamenti e non fosse più in grado di portare a termine le inchieste. Con la conseguenza, tra le altre, che i pochi agricoltori che nel frattempo avevano denunciato i soprusi sono stati boicottati dagli operatori di Big Food e per questa ragione sono finiti in malora, senza che i rappresentanti di Obama che li avevano sollecitati a parlare fossero tornati indietro in qualche modo per proteggerli.

La stessa tracciabilità dei prodotti che Obama aveva cavalcato, auspicando la stampa di un’etichetta che rendesse lampante la provenienza delle materie prime, la maniera in cui queste diventano merce, specificando quanta manipolazione genetica vi finisce dentro, è rimasta appesa all’albero delle buone intenzioni. Big Food l’ha spuntata anche su questo, essendo suo interesse primario quello di non diffondere in che modo viene coltivato, allevato e processato il cibo.

Ma soprattutto l’ha spuntata in quello che è stato un cavallo di battaglia della prima campagna di Obama, quella del 2008 che opponeva Obama al senatore repubblicano John McCain. Obama s’era riproposto di ridurre sensibilmente l’inquinamento del pianeta nell’arco di una decina d’anni, promettendo battaglia per imporre alle aziende inquinanti di mettersi in regola con le nuove eco-norme e cercando di privilegiare le fonti di energia pulita a discapito di quelle derivanti dal petrolio e dal carbone. Siccome l’agroalimentare nel suo insieme è responsabile di un terzo delle polluzioni a livello mondiale, Obama, nella campagna presidenziale, aveva promesso che vi avrebbe posto rimedio. All’indomani della vittoria elettorale, quando i suoi esperti hanno cominciato a prendere in considerazione il da farsi, ecco che sono cominciati i guai. Con una mossa a sorpresa Big Food ha ottenuto dal legislatore lo stralcio dell’equiparazione delle aziende agricole a quello di industrie. In questo modo le aziende agricole non devono rispettare le restrizioni per lo smaltimento delle sostanze inquinanti. Una fattoria non è una fabbrica di tessuti o di automobili, quindi le restrizioni ambientali messe a punto per l’industria non si possono adattare alla campagna.

E i successi di Michelle per la diminuzione dei tassi di zucchero e sale nelle bibite e negli snack? Una legislazione che stava comunque maturando, di cui forse Michelle ha fatto in tempo a cavalcare l’onda.

Ma allora, se anche Barack Obama, nonostante il vasto potere che era nelle sue mani fino a quando è stato il Presidente degli Stati Uniti, non è riuscito a opporsi all’arroganza di Big Food, cosa può succedere adesso, che in carica c’è Donald Trump? Giusto per capirsi, in campagna elettorale Trump è apparso mentre cenava in un fast food. Davanti a una grossa bistecca e una montagna di patatine fritte nel piatto, ha dichiarato di essere uno strenuo sostenitore della maniera americana di mangiare. Evidentemente, voleva far capire senza possibilità di equivoci a favore di chi stava schierato. Quando Pollan ha scritto il suo articolo la contesa elettorale fra Trump e la Clinton era ancora aperta ma egli, anche nel caso di una vittoria della candidata democratica, non è parso molto ottimista. Se Trump è quello dello spot surriferito, Pollan ci ricorda che Ilary ha un passato di avvocato difensore di una delle multinazionali di Big Food e che fra i finanziatori della sua campagna vi sono esponenti di spicco del cartello americano del “Super Cibo”.

A mio avviso il messaggio finale di Pollan è il seguente. Non esiste un potere così forte in grado di contrastare quello di Big Food. È inutile sperare nell’arrivo di un nuovo messia, tanto più che una persona di un certo spessore morale come Obama ha fallito. L’unico vero nemico della cordata di aziende multinazionali del cibo è il consumatore consapevole, in grado di boicottare i prodotti dell’industria e di impegnarsi nella crescita di una rete di approvvigionamento e distribuzione alternative, che diano impulso ai piccoli coltivatori locali, ai mercatini del cibo a chilometro zero, agli orti fai-da-te. Inutile sperare che altri ci tolgano certa carne dal fuoco, se prima non ci proviamo noi, magari cominciando a mangiare molti più vegetali.