di Alberto Ferrari

In questo racconto pubblicato nel 1898 Tolstoj ci offre lo spunto per ripensare alla morte e alla vita senza il velo di ipocrisia che normalmente è calato su questi argomenti. Una voce possente per ricordarci che chi sta per morire come il protagonista di questa novella non deve essere trattato come un malato lagnoso privo di rispetto per i progressi della medicina, per la reputazione del curante e per il timore che la morte suscita in chi gli sta intorno

Un uomo vive, s’ammala e muore. Nel caso di Ivan Il’ič, vivere sembra coincidere a lungo con un periodo fortunato. Figlio di un alto funzionario pubblico all’epoca dello zar, viene avviato agli studi di giurisprudenza che supera brillantemente. Diventa magistrato, ottiene vari incarichi fino a essere nominato procuratore in una città importante. Nel frattempo si sposa con la ragazza più desiderabile della sua cerchia, hanno dei figli, alcuni dei quali muoiono in tenera età, cosa non infrequente a quei tempi. Di queste morti premature lui non ne fa una tragedia, a differenza della moglie che, anno dopo anno, diventa sempre più insofferente. È gelosa per partito preso e lo accusa di trascurare la famiglia. A casa la vita si fa opprimente, così Ivan Il’ič prova a trarne vantaggio appena fuori. Cerca di fare bene il suo lavoro e coltiva amicizie altolocate nei salotti buoni, facendosi trovare sempre pronto per le partite a carte. Sa di essere un uomo temuto. Essere procuratore gli impone di giudicare il suo prossimo e gli offre la discrezionalità per distruggere chiunque. Ivan Il’ič tuttavia crede di avere raggiunto il giusto equilibrio fra la mentalità del giudice e quella dell’uomo di mondo. Ne è così convinto che non esita a mettersi alla prova. Nella cerchia della mondanità ostenta savoir-faire. Non si fa trovare impreparato di fronte a nessun tema; quando dice la sua pubblicamente sembra che le parole gli escano misurate e pertinenti proprio come vorrebbe che fossero. Essendo un funzionario, parla per lo più di politica e di nomine. In mezzo agli altri fuma, pilucca biscottini e beve il tè con altrettanta moderazione.
Ebbene, questa personalità notevole un bel giorno s’ammala. A seguito di un incidente domestico, accusa dei dolori al fianco che non vogliono cessare. Più il tempo passa più sembra che il suo sia un disturbo endogeno. Avverte un pessimo sapore in bocca e la notte a letto non trova pace in nessuna posizione. È così che va dal medico. Un medico non gli basta, siccome la strana malattia gli viene prospetta come una disputa complessa fra rene mobile e intestino cieco. Qualunque cosa voglia dire, il luminare che gli fa questa diagnosi ostenta lo stesso sguardo trionfale, la stessa bonarietà apparente che Ivan Il’ič utilizza con gli imputati che è chiamato a giudicare. Dal che il paziente deduce di essere malato seriamente. Ironia della sorte, il fatto che lui stia male sembra non interessare nessuno. Nessuno se lo fila, proprio come l’imputato che soffre perché si sente impotente di fronte alla legge, cosa che lui ha avuto modo di osservare in migliaia di istruttorie.
Va da sé che a casa non trova nessuna comprensione nella moglie petulante. La bella ragazza che era con il passare degli anni e delle gravidanze ha ingaggiato una lotta senza speranza contro con la pinguedine, fatto sta che si limita a mascherarla vestendosi di nero. La malattia del marito diventa un’occasione nuova per rimproverarlo, probabilmente di avergli sacrificato anche la linea. Stavolta le colpe del consorte sono di parlare troppo di malattia, di stare seduto invece che sdraiato, di non prendere le medicine come dovrebbe, di prediligere certi cibi a dispetto di altri e via di questo passo.
L’unico in grado di restituirgli un po’ di pace è il servo Gerasim. Questi è il caregiver che lo lava e lo accudisce quando smette di essere autosufficiente, per usare un termine di oggi; e lo fa con una delicatezza sorprendente per essere un contadino grande e grosso e dotato di mani callose e possenti. Soprattutto Gerasim è l’unico che non lo guarda con sufficienza come fanno i medici e la moglie, che tendono a minimizzare la sua sofferenza e le sue paure. Arrivato a un certo punto egli avverte di essere spacciato. Quello che gli fa rabbia è di non essere creduto. Sembra che intorno aleggi un ottimismo che non ne vuole sapere della morte. Il paradosso è proprio questo, più la morte si avvicina, più sembra che intorno si siano dati la voce per farlo passare per un mitomane. Perché ciò accade, perché queste difese contro un evento che sembra inaccettabile? Pensandoci Ivan Il’ič si accorge che è stato così anche per lui, fin dai tempi degli studi universitari. All’epoca in cui studiavano i sillogismi secondo cui “Caio è un uomo, tutti gli uomini sono mortali, per cui Caio è mortale”, sembrava che nessuno si ponesse il problema che fra “quel tutti gli uomini sono mortali” erano compresi anche i diretti interessati. Era compreso anche lui. Ironia della sorte, la morte può essere presa a pretesto per spiegare la logica ma diventa un argomento tabù di fronte a un uomo che muore.
Fatta sta che quando la morte sta per aver ragione della vita di colui che è stato un giudice di rango ma che, durante l’aggravarsi della malattia, ha avuto modo di ribaltare le prospettive di ciò che è giusto e sbagliato anche in chiave personale, reputando che dietro molta della sua onorabilità si nascondesse il timore di agire diversamente per paura di inimicarsi il sistema, dicevamo quando la morte arriva, sarà Ivan Il’ič ad avere pietà dei suoi cari e non loro di lui. Sarà lui che chiederà alla moglie di risparmiare al figlio la sofferenza di vederlo soffrire. Dal che si deduce che la colpa più grossa di chi muore è quella di fare soffrire chi resta. Come se per il moribondo non vi sia dignità per il fatto che sta per morire, a causa della colpa di avere squinternato davanti ai viventi una condizione di fragilità che va bene per spiegare le basi del pensiero logico ma che non ha diritto di cittadinanza se si è costretti a pensare in termini banalmente positivi. In questo racconto pubblicato nel 1898, Tolstoj ci offre lo spunto per ripensare alla morte e alla vita senza il velo di ipocrisia che normalmente viene calato su questi argomenti.

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