di  Angela Nanni
La scienza indaga e conferma gli effetti negativi del comune zucchero bianco raffinato e dei tanti alimenti e delle altrettante bevande in cui esso è contenuto, talora in grosse quantità.Numerosi studi sostengono che una dieta ricca di zuccheri può avere effetti dannosi sulla salute a partire dal metabolismo,contribuendo all’insorgenza di vari tipi di patologie,tra cui le malattie cardiovascolari

Uno studio pubblicato recentemente su una rivista di settore e condotto presso l’Helmholtz Zentrum di Monaco – un centro di ricerca tedesco specializzato nella ricerca di prevenzione, diagnosi e cura di molte malattie – ha evidenziato come la depressione costituisca, almeno nella popolazione maschile, un fattore di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari al pari di obesità e ipercolesterolemia. Gli autori dello studio sono arrivati a simili conclusioni dopo aver seguito per dieci anni 3500 uomini di età compresa fra i 45 e 74 anni. Nel lasso di tempo indicato si sono registrati 557 decessi, 269 per cause cardiovascolari. Il 15% di tutti i decessi sono imputabili alla depressione. Peggio della depressione sono riusciti a fare solo il vizio del fumo e l’ipertensione.

Soffrire di depressione significa, fra le altre cose, sperimentare disfunzioni endocrine a carico dell’asse ipotalamo-surrene, con una maggiore secrezione di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress, responsabile dell’innalzamento della pressione arteriosa: un altro indizio di come la depressione possa diventare un vero e proprio killer del cuore. Molti dei farmaci che si utilizzano per curare la depressione, inoltre, noverano fra i principali effetti collaterali un aumento dell’appetito: chi soffre di depressione, si trova spesso, dopo l’inizio della terapia farmacologica, a fare i conti con i problemi di peso indotti in parte dalla spossatezza e dalla voglia di non far niente tipici della condizione psichica, in parte dai farmaci assunti. Proprio il peso fuori dalla norma e la sedentarietà costituiscono, a loro volta, ulteriori fattori di rischio per le patologie cardiovascolari.

«Studi internazionali e l’attuale orientamento di ricerca della psichiatria considerano la sintomatologia depressiva presente nelle più gravi patologie organiche quali neoplasie, malattie neurologiche e cerebrovascolari, cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco, malattie cardiovascolari, non più solo una reazione naturale e inevitabile alla malattia o un sintomo di essa, ma vera e propria espressione di una patologia autonoma che, se non riconosciuta e curata adeguatamente, può peggiorare di molto il decorso e la prognosi della malattia organica» chiarisce Anna Maria Pacilli, psicoterapeuta e specialista in psichiatria, che lavora presso il centro di salute mentale di Boves (CN) e presso il Centro dei Disturbi del Comportamento Alimentare di Cuneo, che aggiunge: «Questa parte del discorso, purtroppo, è per lo più misconosciuta o poco valutata nella pratica clinica e il calo dell’umore rilevabile in pazienti affetti da gravi patologie organiche viene considerato come una reazione secondaria alla malattia››.

I disturbi della sfera affettiva, in particolare la depressione e le malattie cardiovascolari sono, indubbiamente, patologie molto frequenti nei paesi industrializzati: le evidenze cliniche e sperimentali suggeriscono come la depressione maggiore sia un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e come una malattia cardiovascolare, a sua volta, possa essere causa di depressione. ‹‹Non sempre, però, i punti di interfaccia tra la patologia psichica e quella organica sono di agevole valutazione e spesso l’esatta considerazione del problema tende a sfuggire» precisa la dottoressa Pacilli.

Depressione e malattie cardiovascolari tendono a costituire un vero e proprio circolo vizioso soprattutto nelle persone anziane, per motivi del tutto intuitivi. Una persona di una certa età che sviluppa disturbi cardiaci, sa che, vista l’età, difficilmente guarirà o recupererà completamente in autonomia e indipendenza, perciò, vedendo peggiorare la sua qualità di vita, si isola e sviluppa una sintomatologia depressiva; dopotutto il cuore è il centro delle emozioni e quelle dolorose lo frantumano, non solo in senso figurato. Un cuore fisicamente scompensato, purtroppo, non regge alle emozioni e un cuore colpito dalle emozioni non regge agli eventi clinici negativi. Le persone che patiscono un infarto e sopravvivono, infatti, nella quasi metà dei casi sviluppano in risposta una sindrome depressiva che ne aumenta sensibilmente l’incidenza di morte improvvisa. Questo, molto probabilmente, succede perché non si reagisce all’evento cardiovascolare modificando lo stile di vita errato, che in parte ha determinato l’evento, e quindi si soccombe all’incapacità di cambiare se stessi e la propria esistenza. Allo stato attuale delle nostre conoscenza, non sono noti i meccanismi che sottendono allo stretto rapporto fra depressione e malattia cardiaca, ma probabilmente intervengono delle perdite di controllo a livello del sistema nervoso autonomo: delle disfunzioni a carico del sistema endoteliale, con riduzione del livello degli acidi Omega-3 insaturi circolanti. A tal proposito la dottoressa Pacilli chiarisce ancora: «I possibili meccanismi pato-fisiologici che determinano le più frequenti complicazioni cardiache nei pazienti depressi non sono del tutto conosciuti, ma potrebbero in parte essere spiegati con una maggiore stimolazione simpatico-adrenergica e con un aumento dell’aggregazione piastrinica.

Questi studi applicati nella nostra pratica clinica suggeriscono che la consulenza diretta sia ospedaliera sia domiciliare dello psichiatra al paziente depresso con comorbidità medica assume un valore formativo per i colleghi, oltre che terapeutico per il paziente, sia come indicazioni farmacologiche specifiche, sia come approccio globale a questi malati, il cui trattamento necessita di specifiche conoscenze. Un valore formativo hanno anche le discussioni di casi clinici tra psichiatri e colleghi non specialisti, sia medici di medicina generale che ospedalieri, come dimostrano le ormai numerose esperienze di psichiatria di consulenza che hanno proprio nella discussione di casi clinici in piccoli gruppi una delle modalità operative più proficue ed efficaci».

I pazienti che ricevono una diagnosi di patologia cardiovascolare grave, purtroppo, non sempre vengono adeguatamente seguiti anche per l’eventuale sviluppo di sintomatologia depressiva: sebbene le evidenze testimoniano ampiamente la contemporanea presenza delle due condizioni, si tende ancora a dare scarsa rilevanza alla sintomatologia depressiva, preferendo concentrarsi sulla risoluzione dei disturbi cardiovascolari e sottovalutando, quindi, il beneficio che deriverebbe dal dare la giusta importanza a entrambe. D’altronde, non si può misconoscere che affrontare contemporaneamente i disturbi cardiovascolari e depressivi implica l’attuazione di protocolli terapeutici complessi con il rischio di interazioni farmacologiche ed effetti collaterali anche gravi.

Per quanto detto finora s’è rivelato utile riflettere sul fatto che, come sottolinea ancora la dottoressa Pacilli: « il riconoscimento e il trattamento dei disturbi psichici da parte del medico di medicina generale è divenuto negli ultimi anni uno dei principali argomenti di ricerca e di approfondimento teorico e pratico per la psichiatria e la medicina pubblica, causa le ormai chiare e definitive evidenze epidemiologiche che dimostrano che la maggior parte dei disturbi psichiatrici (il 70-90% delle patologie psichiatriche nella popolazione generale) è trattata dai medici di base e che i disturbi psichiatrici rappresentano una percentuale consistente delle patologie trattate dai medici di medicina generale (20-40%). Dai dati in nostro possesso possiamo affermare che, quando la sintomatologia depressiva è grave, viene riconosciuta dal medico di medicina generale soltanto in un 65% dei casi, mentre la possibilità di diagnosi corretta, al cospetto di una sintomatologia meno pronunciata, scende e in ogni caso circa 2/3 dei pazienti riconosciuti depressi dal medico di medicina generale non ricevono un trattamento adeguato. Possiamo sperare di migliorare il trattamento delle patologie depressive in comorbidità con le patologie cardiovascolari e organiche solo quando si riusciranno a migliorare le capacità diagnostiche, ad approfondire la formazione specifica sui trattamenti psicofarmacologici e si aiuterà il medico nella individuazione di una corretta scelta di trattamento terapeutico mirato ed efficace».