di Alberto Ferrari

Scopri di che gruppo sanguigno sei e saprai qual è il tuo rischio d’infarto quando lo smog aumenta. Pare che i soggetti appartenenti ai gruppi sanguigni più comuni siano anche in più esposti al peggioramento delle condizioni coronariche a causa delle polveri sottili. Lo rileva uno studio americano in cui è stata applicata la variante genetica dei gruppi sanguigni e dei disturbi cardiaci tipici dei momenti di forte concentrazione dei valori di PM 2,5 nell’aria

S ono molti gli studi che mettono in relazione l’inquinamento atmosferico con diversi aspetti della salute, fra cui le manifestazioni cardiache. Da ultimo la notizia che vi sarebbe una relazione pericolosa, tale da evidenziare un rischio più acuto di infarto e di altre fra le più diffuse patologie coronariche, per chi appartiene ai gruppi sanguigni più comuni A, B e AB rispetto ai soggetti del gruppo 0, a causa dell’esposizione a dosi elevate di PM 2,5.
Il PM 2,5 è riconducibile alle polveri ultrasottili presenti all’interno di quelle di PM 10. Le une e le altre sono tra gli agenti inquinanti causati dalla combustione delle sostanze fossili come il petrolio e i suoi derivati, il legno e il carbone. Avendo un peso specifico più leggero, il PM 2,5 permane nell’atmosfera più a lungo ed è in grado di penetrare maggiormente in profondità nell’organismo umano, raggiungendo i sistemi cardiovascolare e linfatico, oltre quello respiratorio come fa il PM 10. Per questo motivo il PM 2,5 è considerato una delle minacce più serie durante gli inverni secchi nelle nostre città, quando le centraline di rilevazione schizzano verso l’alto a causa del riscaldamento abitativo, che va ad aggiungersi ai già alti valori dovuti al traffico veicolare e ai processi industriali, senza che pioggia e vento intervengano per disperderlo nell’atmosfera.
Per approfondire la notizia sull’impatto del PM 2,5 sul sistema cardiocircolatorio abbiamo intervistato Benjamin Horne, epidemiologo presso l’Intermountain Medical Center nello Utah e primo autore dello studio sulle conseguenze dell’inquinante nei soggetti con differenti gruppi sanguigni, presentato a novembre 2017 alla conferenza americana dell’American Heart Association.
Dottor Horne, da che cosa è cominciato il vostro interesse per la relazione fra inquinanti atmosferici e le malattie cardiovascolari?
«Il nostro studio si è basato su osservazioni cliniche desunte da precedenti studi che noi stessi abbiamo eseguito e poi pubblicato nel 2006. In questi studi riportavamo che dopo una breve esposizione alle polveri sottili di PM 2,5, anche di un solo giorno o di pochi giorni, nei soggetti esaminati si notava un aumento delle patologie arteriose fra le quali l’infarto del miocardio e, in generale, un diffuso dolore al petto. In particolare, i soggetti con una storia pregressa di malattia coronarica correvano il rischio più alto di veder precipitare il loro quadro clinico a causa delle esposizioni all’inquinante».
E il passo successivo, quello di vedere la relazione fra gruppi sanguigni, disturbi cardiaci ed esposizione alle particelle di particolato ultrasottili, da che cosa nasce?
«Nel nuovo studio siamo partiti ancora dalla relazione fra PM 2,5 e malattie coronariche ma stavolta con l’aggiunta di un fattore di rischio genetico. In caso di infarto e in caso di sindrome coronarica acuta registrata subito dopo un’intensa esposizione al PM 2,5 abbiamo notato che vi è sempre un gene ricorrente, il gene ABO, altrimenti detto gene del gruppo sanguigno. Siccome sia il gene ABO sia il PM 2,5 sono associabili con l’infarto e le malattie coronariche abbiamo ipotizzato che fra questi due fattori di rischio l’interazione non fosse casuale. In altre parole, abbiamo ipotizzato che il rischio più basso o più alto di sindrome coronarica acuta fosse in relazione sia al gruppo sanguigno sia alla crescita del PM 2,5. Di conseguenza, abbiamo posto sotto osservazione le sequenze di DNA dei tre gruppi sanguigni più comuni: il gruppo A, il gruppo B e il gruppo 0. Siccome, stando a uno studio apparso sulla rivista “Lancet” nel 2011, la variante genetica dei gruppi A e B è la più ricorrente in caso d’infarto, ci aspettavamo che questa variante fosse il fattore genetico in grado di dare vita alla differenza più netta in termini di rischio di sindrome coronarica acuta nei periodi di crescita del PM 2,5. Questa è stata la nostra ipotesi di lavoro. Per esaminare a fondo la questione, abbiamo valutato 1285 pazienti presso il nostro centro ospedaliero nello Utah, i quali sono stati ricoverati per sindrome coronarica acuta come l’infarto del miocardio o per dolori al petto di sospetta origine cardiaca. Tutti questi pazienti erano già stati curati per malattia coronarica. Il PM 2,5 è stato osservato in incrementi lineari di 10 µ/m³ oltre la soglia di rischio di 25 µ/m³ (al di sotto del quale non vi sarebbe pericolo per la salute). Fra tutti i nostri pazienti (ignorando il gruppo sanguigno di appartenenza) abbiamo visto che a ogni incremento di 10 µ/m³ di PM 2,5 era associato un incremento del 16% del rischio di sindrome coronarica acuta entro lo stesso giorno o il giorno seguente all’aumento della sostanza inquinante nell’aria. Nel momento in cui abbiamo incluso le informazioni sul gruppo sanguigno abbiamo visto che i portatori del gene ABO nella variante rs687289 (corrispondenti ai gruppi A, B e AB) hanno registrato un aumento del rischio di sindrome coronarica acuta del 25% a ogni incremento di 10 µ/m³ di PM 2,5, mentre quelli del gruppo 0, portatori di un gene differente, un incremento del 10%».
Quindi gli appartenenti al gruppo 0 non è che siano esenti dal rischio di infarto, specie nei momenti in cui il pericolo di sindrome coronarica acuta nel suo complesso aumenta a causa del PM 2,5, anzi?
«Le persone con gruppo sanguigno A, B, AB sono sottoposte a un rischio più alto di sindrome coronarica acuta dal momento i cui i valori di PM 2,5 aumentano. Questa conclusione non deve generare panico fra chi ha il gruppo A, B, o AB. Neppure quelli del gruppo 0 debbono sentirsi privi di rischi quando respirano il PM 2,5. Piuttosto, questi risultati suggeriscono che le persone devono essere a conoscenza del loro livello di rischio, incluse le informazioni sul gruppo sanguigno, specie se sono pazienti cardiovascolari, soprattutto quando i valori di PM 2,5 tendono a salire oltre la soglia di tolleranza. Così istruite, le persone possono intervenire autonomamente per migliorare o ridurre il rischio di dolori al petto intermittenti e il rischio d’infarto quando l’inquinamento diventa più pesante. Una cosa degna di nota è che le persone che si adoperano per ridurre il livello di rischio connesso al PM 2,5 devono parimenti intervenire riducendo i concomitanti fattori di rischio cardiovascolare, ovvero devono smettere di fumare, diminuire i livelli di colesterolo LDL, ridurre la pressione arteriosa, migliorare il rischio di diabete e andare alla ricerca di un peso corporeo ottimale. In questo modo, negli inevitabili periodi di maggior presenza di PM 2,5 nell’aria che respiriamo, la salute di arterie e coronarie risulta meno esposta».
Tra i suggerimenti che di solito vengono dati quando i valori di PM 2,5 diventano preoccupanti vi è quello di chiudersi in casa. Una cosa più facile a dirsi che a farsi, non crede?
«Uno dei consigli più utili nei periodi anche di breve durata di incremento del PM 2,5 è che le persone, specie quelle più a rischio, stiano al chiuso più tempo possibile e, nel caso, che facciano attività fisica indoor. Inoltre, è auspicabile che pianifichino le uscite all’aria aperta nei momenti in cui il PM 2,5 è più basso, il che solitamente accade la mattina presto. Altro accorgimento, evitare le aree di intenso traffico automobilistico, magari dando il buon esempio di usare l’auto il meno possibile. Infine, essere certi di assumere tutti i farmaci cardiovascolari che il medico prescrive».
In certe diete troviamo prescrizioni di mangiare certi cibi e non altri in base all’appartenenza al gruppo sanguigno, come nella dieta del gruppo sanguigno della quale l’antesignano è il dottor Peter D’Adamo. Forse queste diete possono aiutare la gente a prevenire e rallentare le sindromi coronariche acute nei momenti di più intenso inquinamento da polveri ultrasottili?
«Non sono a conoscenza di diete che possano alleviare le preoccupazioni per la salute derivanti dalla concentrazione delle polveri sottili di particolato in rapporto al gruppo sanguigno.
Piuttosto, è bene che le persone non si facciamo prendere dal panico dai risultati delle nostre e di altre ricerche affini. È importante che imparino che la corretta conoscenza del fenomeno sprona ad adottare dei comportamenti più responsabili quando la qualità dell’aria peggiora. Questa potrebbe essere la risposta un po’ a tutte le domande che normalmente ci vengono rivolte su questo argomento degli effetti dell’inquinamento dell’aria e delle conseguenze per le malattie cardiovascolari. Una risposta che anteporrei come sommario per l’interpretazione dei risultati delle nostre ricerche sul tema di cui abbiamo appena discusso».

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