di Elisabetta Bramerio

Dall’analisi di alcuni studi si evince che livelli di più bassi calcio non sono estranei a un aumento del rischio di arresto cardiaco. Si tratta di risultati che, facendo luce nei meccanismi che portano a questo tipo di evento, potrebbero tornare molto utili per la prevenzione, una volta confermati da ulteriori indagini. Ne parlano gli autori di un recente studio che ha posto in relazione livelli più bassi di calcio con l’arresto cardiaco nella popolazione di un’ampia area urbana

Lʼarresto cardiaco non va confuso con l’infarto. È una delle prime cose che viene precisata quando se ne parla, questo perché, nel linguaggio comune, spesso i due termini sono erroneamente usati come sinonimi. L’arresto cardiaco si manifesta se vi è un difetto del ritmo che impedisce al cuore di battere. Tutt’al più l’infarto, che si verifica per colpa di un’occlusione delle coronarie, può essere una delle possibili cause di arresto. Un’altra precisazione doverosa è che l’arresto può portare a morte improvvisa. Il che accade quando non si riesce a ripristinare il ritmo cardiaco in tempo utile – con un defibrillatore per esempio – e il flusso sanguigno ristagna troppo a lungo nei distretti in cui sono a rischio gli organi vitali, causando, appunto, la morte del soggetto, oppure danni gravissimi e permanenti.
Un altro modo con cui, di solito, si prepara il terreno per introdurre l’argomento è menzionare il caso in cui a farne le spese è stato un personaggio famoso. Fra i nomi noti vi è sicuramente quello di Filippide, vissuto nel V secolo a.C. Filippide, incaricato di tornare ad Atene per annunciare la vittoria del suo esercito contro i persiani, morì di arresto cardiaco, stremato per la corsa di oltre 40 chilometri che fece partendo da Marathon, cittadina dell’Attica in cui ebbe luogo la battaglia che cambiò le sorti della storia greca e da cui derivano il nome (e la distanza) dell’odierna gara podistica. Un decesso comprovato da riscontri obiettivi o una favola spolverata con un po’ di medicina? Questo la Pitzia moderna, meglio conosciuta come Internet, non ce lo dice.
Ma il dato più significativo dell’arresto cardiaco, questo sì comprovato da fonti certe, è che la metà degli uomini e circa il 70% delle donne che ne sono colpiti ogni anno non ha nessuna malattia cardiaca pregressa che possa giustificarne l’evenienza.
Ragion per cui la comunità scientifica sta affinando la ricerca per individuare nuove strategie di prevenzione, isolando nuovi e vecchi fattori di rischio e mediatori di questa manifestazione clinica che colpisce annualmente circa 300 mila persone solo negli Sati Uniti e 50 mila in Italia (1 caso ogni 1000 abitanti ogni anno).
Sappiamo che le difformità dei valori di calcio nell’organismo favoriscono un rischio maggiore di arresto cardiaco improvviso o SCA (Sudden Cardiac Arrest) in coloro che sono sottoposti a dialisi. Ma un conto sono i pazienti colpiti da insufficienza renale cronica, un altro la popolazione in generale. Al momento non si è a conoscenza di un rapporto di causa effetto fra i livelli di calcio e SCA nella popolazione in generale. Finora il tasso di calcio è stato posto in relazione solo alla salute delle ossa e a poco altro.
Il calcio è un elettrolito che, al pari di altri minerali come magnesio e potassio, cloruro e sodio, è dotato di una carica elettrica essenziale per l’azione contrattile del cuore. Ma il nesso che c’è fra livelli di calcio ed eventi cardiovascolari è ancora confuso e contradditorio. Per esempio, in alcuni studi osservazionali, la natura del rapporto fra calcio e ischemia cardiaca è nulla o addirittura opposta a quella in caso di SCA. L’ischemia è una cardiopatia dovuta alla presenza di arterie coronarie parzialmente ostruite o irrigidite e ristrette. In contraddizione con quanto appena accennato per l’ischemia vi è il dato che le popolazioni che hanno a disposizione acqua arricchita di calcio (e valori più elevati di questo minerale nel sangue) sembrano avere un’incidenza più bassa di eventi cardiovascolari. All’opposto, altri studi segnalano un aumento del tasso di malattie cardiovascolari includenti il danno miocardico e la morte improvvisa nelle donne in menopausa che ricevono dosi suppletive di calcio per contrastare l’osteoporosi. Per la somma di queste ragioni non è chiaro se la popolazione in generale tragga vantaggi o svantaggi dai livelli di calcio nel sangue in relazione alle malattie cardiache e vascolari.
Con lo studio “Serum Calcium and Risk of Sudden Cardiac Arrest in the General Population” (apparso nell’ottobre 2017 sulla rivista scientifica «Mayo Clinic Proceedings») dei ricercatori statunitensi hanno valutato l’associazione fra i livelli di calcio e SCA avendo come riferimento 1 milione e più di individui, tale è la popolazione dell’area metropolitana di Portland (Oregon) verso la quale hanno rivolto la loro indagine, condotta fra il febbraio 2002 e la fine 2015. Il che li ha portati a individuare un totale di 712 pazienti (casi-controllo compresi) colpiti da SCA e dei quali vi è traccia dei valori di calcio a 90 g. dall’evento, essendo soggetti già in cura per malattie cardiovascolari o per altre patologie, o perché il test degli elettroliti è stato eseguito al momento del ricovero. Questi soggetti hanno un’ età media pari a 66 anni circa, il 67% dei quali sono uomini (molti gli afro-americani), il 77% affetti da ipertensione, il 45% da diabete, il 38% da malattia cronica dei reni.
In conclusione, in questo studio di popolazione i livelli più bassi di calcio registrati nei 90 giorni che hanno preceduto l’evento di SCA sono associati a una maggior incidenza della SCA medesima. Numeri alla mano, i pazienti con i livelli di calcio più bassi (<8,95 mg/DL) avevano un rischio doppio e triplo di SCA rispetto a coloro i cui livelli di calcio si sono mantenuti ≥9,55 mg/DL.
A dire il vero, sono molti gli studi che hanno seguito i pazienti nel lungo periodo usando i livelli di calcio per investigare l’associazione con la mortalità cardiovascolare e per tutte le cause in differenti sottogruppi. È quanto si legge nello studio in oggetto, là dove gli autori passano in rassegna i lavori scientifici che li hanno preceduti. Si tratterebbe di report che confliggono nei risultati, in quanto sia livelli alti che bassi di calcio sono associabili a un aumento degli eventi cardiovascolari. In uno di questi studi si evidenzia che il rischio di morte prematura, largamente attribuibile a cause cardiovascolari, è in aumento fra le persone con meno di 50 anni con livelli di calcio più alti della norma. In un altro studio si ventila l’ipotesi che i livelli di calcio più alti contribuiscano a una calcificazione vascolare che è in relazione a condizioni patologiche risultanti da eventi cardiovascolari maggiori. In un altro studio ancora, viene riportato che una leggera calcificazione arteriosa è associabile alla morte prematura per cause cardiovascolari. Più di recente, uno studio riporta che livelli più bassi di calcio si associano a una percentuale di morte cardiovascolare prematura più bassa negli uomini rispetto alle donne, sebbene gli autori non escludano che la discrepanza sia frutto del caso. Similmente, in un altro studio, in cui sono analizzati dei pazienti affetti da insufficienza cardiaca e da malattia cronica del rene, si vede che coloro i quali hanno livelli più alti di calcio sono significativamente più esposti alle suddette malattie della controparte che i livelli di calcio li ha nella norma.
Dall’analisi degli studi surriferiti emerge la tendenza che livelli più bassi di calcio sono associabili con un aumento del rischio di SCA nella popolazione in generale. Un risultato che lo studio americano in oggetto conferma. In conclusione, sembra che far luce sulle implicazioni fra i livelli di calcio e la SCA possa diventare molto utile nella prevenzione di questa manifestazione clinica se i dati fin qui evidenziati verranno confermati da ulteriori indagini e studi.

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