di Riccardo Segato

Il diabete è noverato fra i fattori di rischio più importanti per le malattie cardiovascolari. Una ragione più che sufficiente per occuparcene periodicamente su questo giornale. In questo articolo ne parliamo in relazione alle statine, il farmaco d’elezione per la cura dell’ipercolesterolemia. E anche per la ricorrenza che è stata individuata di recente fra diabete e psoriasi, una delle malattie della pelle più diffuse

A proposito di malattie cardiovascolari e diabete, è stato evidenziato che tra gli effetti collaterali delle statine vi sarebbe l’insorgenza del diabete. Più nel dettaglio, l’assunzione di statine avrebbe come effetto collaterale l’accelerazione del diabete di tipo 2. A questo proposito molti diabetologi sono concordi nel ritenere che il rischio non è uniformemente presente in tutti gli studi e che si tratta di un danno marginale. Dunque, se vi è un buon motivo per assumere le statine, la terapia non va abbandonata per paura del diabete. Le statine si sono universalmente dimostrate capaci di contenere e ridurre il colesterolo LDL con un rapporto rischi/benefici del tutto favorevole. Perciò questo farmaco rappresenta un punto di non ritorno nella prevenzione cardiovascolare a livello mondiale. Vi sono prove al di là di ogni ragionevole dubbio che le statine siano in grado di ridurre significativamente il rischio di infarto miocardico e di ictus, sia in prevenzione primaria (nei soggetti sani) sia in prevenzione secondaria (nei soggetti con pregressa malattia cardiovascolare). Quindi, a scopo precauzionale, il suggerimento per chi è in terapia con le statine è di aumentare la frequenza dei controlli della glicemia, con la quali si stima la presenza del diabete.
Il diabete è una malattia del metabolismo caratterizzata da concentrazioni elevate di glucosio nel sangue. Il glucosio è l’elemento principale degli zuccheri che assumiamo attraverso l’alimentazione. Nel sangue il glucosio si trasforma in glicemia, i cui valori sono regolati dall’ormone dell’insulina. Per cui il diabete fa la sua comparsa quando la quantità o l’efficacia biologica dell’insulina non è in grado di regolare correttamente la glicemia. Se la malattia si manifesta durante l’adolescenza o la gioventù ed è accompagnata da sintomi evidenti di sete intensa e prolungata, bisogno frequente di urinare, spossatezza e dimagrimento, il test della glicemia e l’esame delle urine di solito non lasciano spazio a dubbi sulla diagnosi. Il bambino o l’adolescente è affetto da diabete di tipo 1. Cioè la malattia è autoimmunitaria. Ciò comporta che il giovane paziente dovrà ricorrere, per il resto della sua esistenza, a delle iniezioni periodiche di insulina.
Diverso il caso del diabete di tipo 2. Nel diabete di tipo 2 non è detto che i sintomi caratteristici, gli stessi del diabete di tipo 1, siano manifesti. Infatti, per la diagnosi di diabete di tipo 2 è sufficiente che i valori della glicemia siano modestamente sopra la media. Che poi è il caso più frequente di questo tipo di diabete, in cui cause genetiche e fattori ambientali, per lo più legati all’alimentazione, sono responsabili del deficit dell’insulina. Valori di glicemia appena alterati e sintomi praticamente assenti. È questo il quadro clinico in cui s’iscrive di regola il diabete di tipo 2, ragione per cui misurarsi l’insulina periodicamente equivale è fare della diagnosi precoce. Altrimenti, fintanto che la persona colpita non fa il test della glicemia, il suo diabete di tipo 2 resta inespresso e, quello che è peggio, libero di fare danni. Nel diabete di tipo 2 spesso la diagnosi viene fatta in occasioni di un check-up richiesto per i più svariati motivi. Per esempio durante degli accertamenti medici di routine. Oppure nella fase preliminare di un ricovero che riguarda ben altre malattie. Non stupirà sapere che in Italia le stime dicono che circa un milione e mezzo di persone hanno contratto la malattia senza saperlo. Una cifra pari alla metà dei connazionali con diagnosi di diabete, stimati, appunto, 3 milioni.
L’età in cui il diabete di tipo di 2 si manifesta di solito è dopo i 40 anni ma la media è in calo. Dai 40 anni canonici si è passati a una diffusione maggiore tra i più giovani. Le cause del preoccupante dell’abbassamento anagrafico sono riscontrate nella maggiore diffusione dell’obesità tra i giovani, che determina insulino-resistenza e influisce negativamente sulla secrezione dell’ormone. Se dunque uno dei sintomi tipici del diabete di tipo 1 è la perdita di peso rapida, altrettanto tipico è l’opposto, ovvero sovrappeso e obesità, per il diabete di tipo 2.
Le complicanze del diabete, sia esso di tipo 1 o 2, possono essere lievi, moderate ma anche gravi. Queste ultime portano alla disabilità permanente e alla morte. Il diabete è la maggior causa di cecità, di insufficienza renale che comporta la dialisi o il trapianto, di amputazione di un arto che non sia causata da un trauma. Infine è tra le principali cause delle malattie cardiovascolari, ovvero di infarto del miocardio, di ictus cerebrale e di arteriopatia obliterante degli arti inferiori. Il diabete, al pari della dislipidemia, dell’ipercolesterolemia, dell’ipertensione e del fumo di sigaretta, concorre alla formazione della placca arteriosclerotica che restringe i vasi provocando i trombi che infine esitano nelle malattie cardiovascolari che abbiamo appena ricordato. Altro che effetto collaterale delle statine! Il vero dramma del diabete in rapporto alle malattie cardiovascolari è questo che abbiamo appena ricordato.
Recentemente il diabete è stato posto in relazione alla psoriasi. Uno studio dell’Università di Philadelphia (Stati Uniti) ha confermato il legame esistente fra la malattia della cute e il diabete. Alla base, vi sarebbe l’azione patogena generata dalla psoriasi che va a modificare l’insulino-resistenza. Nelle forme lievi di psoriasi, non ci sarebbero particolari controlli da fare per la prevenzione del diabete. Il diktat del controllo periodico della glicemia scatta invece per le forme moderate e severe e va accompagnato, a detta dei diabetologi che hanno studiato il problema, a un controllo sistematico della pressione arteriosa e a una mappatura dei dolori articolari, gli altri due campanelli dell’allarme della presenza di psoriasi e diabete.
La psoriasi viene descritta come una malattia infiammatoria cronica non contagiosa che può colpire a tutte le età. Non di rado, quando si manifesta può essere per sempre, oppure può rispettare dei periodi di latenza anche molto lunghi. Quello che è sicuro è che la psoriasi rimane una patologia geneticamente condizionata e, a tutt’oggi, inguaribile. Ciò tuttavia non si esclude che la malattia possa andare in remissione spontanea, per periodi prolungati o anche per tutta la vita. Ovvio che la psoriasi vada curata in quanto tale. Primo perché anche la forma molto lieve può degenerare rapidamente, dando luogo ad aggravamenti che possono durare anni. Secondo perché, se curata, si può verificare l’effetto opposto, che da severa la psoriasi ritorni al grado lieve, con beneficio indiretto per le comorbidità aggregate, tra cui il diabete.
Il diabete si cura con la dieta, l’attività fisica e l’assunzione di farmaci ad hoc. Inoltre il paziente deve essere messo nella condizione di conoscere a fondo la malattia per gestirla nei suoi molteplici aspetti. Non a caso il diabete è considerata una di quelle malattie per le quali la partecipazione attiva del paziente in tutti i processi di cura è irrinunciabile.
La dieta è essenziale per ridurre il livello glicemico che dipende dai carboidrati (zuccheri) che vengono ingeriti mangiando. Allo steso modo anche l’introito di grassi va controllato per correggere la dislipidemia, spesso molto frequente nel diabete di tipo 2. Meno grassi e meno zuccheri significa anche minore peso corporeo, i cui eccessi contribuiscono allo sviluppo del diabete di tipo 2. La regola aurea resta quella di un introito giornaliero di calorie inferiore a quello che si consuma.
L’attività fisica è importante perché contribuisce al calo di peso e perché fa consumare il glucosio nei muscoli che riduce la glicemia. Inoltre lo sport aumenta la sensibilità insulinica e aumenta il colesterolo HDL (“buono”). Da ultimo ma non per importanza, fare attività fisica riduce la pressione arteriosa e migliora i fattori di rischio di complicanze croniche. A tale proposito, studi recenti hanno evidenziato che gli esercizi di rafforzamento muscolare intenso, eseguiti al limite della soglia anaerobica, possono essere di grande aiuto per la cura e per la prevenzione del diabete di tipo 2. Ciò accade perché il rafforzamento muscolare completo va di pari passo con il miglioramento dell’indice glicemico. Dato che il glucosio si trasforma in energia per effetto delle contrazioni muscolari, si è ipotizzato che facendo lavorare di più tutti i distretti muscolari, accrescendone la massa, l’assorbimento del glucosio è maggiore, perché in questo modo si stimolano i recettori dell’insulina.

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