di Alberto Ferrari

C’è un modo per corazzarsi contro la morte? La morte è un fatto naturale. Comunque vada a finire, prima o poi ciascuno di noi morirà. Allora è sensato rassegnarsi all’idea di caducità dell’esistenza e, magari, vivere come se non vi fosse domani? Prima di prendere decisioni affrettate conviene ripensare alla concezione di morte che ci raccontiamo da secoli, per non dire millenni. Una fatica improba per chiunque? Sicuramente. Ciò nonostante Elias Canetti si è cimentato nell’impresa, della quale ora esiste una testimonianza scritta. Vale a dire, un libro o, meglio, una gran messe di appunti. I suoi appunti contro la morte

Siamo agli inizi del secolo scorso. La scena si svolge in un quartiere a Manchester, abitato da gente benestante che si è fatta strada, per lo più, nelle professioni liberali. Molti di loro, all’epoca dei fatti (1912) sono ebrei, come la famiglia del protagonista. Il protagonista è un bimbo di sette anni che sta giocando con un amichetto nel cortile sotto casa. A un tratto la madre si affaccia alla finestra e lo rimbrotta con parole nuove. “Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto!” Il padre, trentunenne, un ricco commerciante ebreo sefardita, è appena stato stroncato da un infarto. Il grido della madre è destinato a imprimersi in maniera indelebile nella mente del figlio. È il tarlo che costringerà l’adulto a ritornare a più riprese sul tema della morte. Il protagonista si è fissato che vuole osservare la morte da tutte le angolature di pensiero, alfine di sconfessare quelle che gli paiono troppo accomodanti. Comunque la s’incaselli, per lui la morte è un insulto talmente insopportabile di fronte al quale l’essere umano farebbe bene a non chinare mai il capo in segno di remissività o accettazione, neppure quando la morte si presenta come evento naturale. Tutte cose che sappiamo perché è quello stesso bambino a ricordarcele, nei libri che ci ha lasciato. Già, perché nel frattempo quel bambino precoce è cresciuto, ha studiato chimica all’università in ossequio alla madre ma poi ha optato per il mestiere di scrittore, per il quale sicuramente è più dotato. Prova ne è che, nel 1981, quello scrittore, divenuto nel frattempo piuttosto celebre, verrà insignito del premio Nobel. Stiamo parlando di Elias Canetti, di cui l’editore Adelphi ha appena pubblicato “Il libro contro la morte”.

Chi tende a interpretare la fissazione per la morte improvvisa del padre come un macigno destinato ad alimentare il senso di colpa del figlio verso i genitori coglie solo una parte della verità e, forse, la più scontata. È Canetti stesso a metterci sull’avviso, rigettando questa lettura psicanalitica pur non negandole del tutto cittadinanza. Ovviamente in essa c’è del vero. In una delle riflessioni che compongono questo libro di pensieri, appunti diaristici e raccontini epigrammatici annotati quotidianamente per oltre quarant’anni, leggiamo: «Non sarebbe spaventoso se il mio duro atteggiamento verso la morte, atteggiamento incrollabile, potesse un giorno essere spiegato e liquidato come un fatto psicologico, come se fosse scaturito soltanto da particolari condizioni della mia vita e perciò valido solo per me?» Del resto, Canetti non aveva in simpatia la dottrina di Freud, essendo basata in larga parte – guarda caso – proprio sulla pulsione di morte: una forma di intelligenza con il nemico (la morte) troppo sfrontata per essergli congeniale. Per Canetti la morte non può essere presa a pretesto dialettico per contrapporgli la vita, come fa Freud e, prima di lui, ha fatto Hegel. A suo dire, la morte è sterile. La morte non porta a nulla, a tal punto che gli uomini si sono inventati il fare figli per sfuggire al nulla in cui sembra destinata a impantanarsi ogni esistenza. La perpetuazione nei figli sarebbe positiva, l’abbandonarsi al credo della vita oltre la morte, proprio delle religioni, è invece negativa. A dire il vero, non solo negativa, ma anche da restituire al mittente, in quanto si tratta di un espediente consolatorio di cui solo i potenti sanno trarre vantaggio per controllare meglio le credulità delle masse.

Canetti non ha neppure in simpatia chi ha una concezione vitalistica dell’esistenza, come per esempio Hemingway, per il quale, nel corso di una vita, l’uomo può dover dare prova di virilità arrivando a uccidere un altro uomo, sia che si tratti di una guerra dichiarata e sacrosanta o di una scaramuccia al bar, scatenata da futili motivi. All’opposto, Canetti è un pacifista a oltranza, di quelli che preferiscono sopportare il fastidio creato da un mosca piuttosto che pensare di abbattere l’insetto con un colpo secco e definitivo, che ponga fine al tormento. Pacifista lo è diventato perché, come testimone del suo tempo e come studioso, ne ha viste troppe di carneficine messe a segno in nome di nobili motivi. Come uomo ha assistito personalmente allo sterminio del suo popolo – gli ebrei – da parte dei nazisti. Come studioso egli ha rovistato nelle pieghe delle storia per mettere a nudo la volontà omicida che alberga in ognuno di noi. È il lascito di “Massa e potere”, il suo libro più famoso, che così commenta in un appunto del 1968: «“Massa e potere” non è altro che il tentativo di rintracciare tutti i delitti compiuti dal potere, e un’infinità di volte; nei lunghi anni in cui mi sono dedicato a questo compito, ho provato disgusto di fronte alla Storia e agli uomini che, in quanto potenti e criminali, ne sono stati i soggetti […] Tutto quanto è accaduto esiste in ciascuno di noi come predisposizione e possibilità. Forse è questo che mi divide da un uomo come Wiesenthal [il famoso cacciatore di criminali nazisti, ndr]. Entrambi non possiamo dimenticare ed entrambi siamo persuasi che non si debba dimenticare. Ma lui cerca i persecutori, io l’intento persecutorio dentro di noi».

Chi non ha mai pensato al suicidio come atto risolutivo di un fallimento? Canetti ammette di averlo fatto. Eppure nella sua visione del mondo, con la quale è deciso a togliere cittadinanza alla morte, egli s’immagina che, se non esistesse la morte, non esisterebbe neppure la possibilità di fallimento, là dove la morte segna lo sbocco di una vita che ha esaurito il tempo a disposizione per cimentarsi in tentativi ulteriori: «se la morte non ci fosse, nessuno potrebbe veramente fallire in qualcosa […] Illimitato, il tempo darebbe illimitato coraggio».

In uno sguardo rivolto al futuro che per noi sta per diventare realtà, egli ipotizza l’esistenza di automobili che si guidano da sole, in cui chi sale ha la certezza di arrivare a destinazione sano e salvo. S’immagina un mondo in cui l’uomo di tanto in tanto decida di fare un viaggetto a bordo di questi veicoli per procrastinare l’idea stessa di fine dell’esistenza. Che poi, a ben vedere, è la stessa identica cosa che gli capita quando scrive. Quando Canetti scrive si sente come se fosse immortale e le sue matite gli appaiono come le macchine del futuro. Gli danno la stessa sicurezza di immortalità di coloro che, forse un giorno, viaggeranno in automobili senza autista e potranno chiudere gli occhi durante tutto il tragitto, credendosi al riparo dal rischio di morire.