di Alberto Ferrari

La malattia non è solo un accidente organico causato da particolari fattori di rischio. Può essere anche l’espressione profonda di una condizione psichica primaria. Un malessere che prende forma per colmare un vuoto sopportato e misconosciuto per troppo tempo. Se così fosse, la malattia può diventare un’occasione di riscatto dell’individuo contro le paure ancestrali che hanno marcato a fuoco il lato della sua personalità sofferente. Un libro ci offre l’occasione per approfondire questo tema

Quando si parla del rapporto fra stato mentale e malattia organica, il pensiero di molti, se non di tutti, va alle conseguenze dei disturbi psicologici, degli stati di alterazione psichica che portano alle diverse malattie, fra le quali le più ricorrenti sono sicuramente le malattie cardiovascolari. Del resto, ci sono dati scientifici inoppugnabili sulle conseguenze cardiovascolari, per esempio, di stress e depressione. In più occasioni ne abbiamo scritto su questo giornale. Scienza a parte, quante volte si è sentito parlare del tale al quale è venuto un infarto perché era molto stressato? Oppure di quell’altro che per colpa dell’insonnia o della sindrome bipolare è arrivato allo stesso risultato? Oppure di chi, in lotta perenne contro la depressione, un bel giorno muore a causa di un ictus cerebrale? Se ne è letto e sentito parlare tante volte.
Quello che invece non è ancora un dato certo neppure nel dibattito scientifico è se la malattia organica possa essere l’espressione patologica di una condizione di sofferenza psichica. Noi abbiamo notizia di una donna che, arrivata intorno ai quarant’anni, scopre di essere allergica al latte e ai suoi derivati e che, attraverso il lavoro di psicanalisi, mette in relazione l’allergia con le difficoltà psichiche connesse all’idea di svezzamento insoddisfatto. In altre parole, la signora non ha avuto figli ed è avvilita per la maternità mancata. Fatto sta che si sente totalmente inadatta al ruolo di figlia e pronta piuttosto per quello di madre, che però non le riesce di concretizzare. A causa di questa condizione di frustrazione femminile profonda ha sviluppato il rifiuto del latte. Un rifiuto con il quale sta dicendo a se stessa che lei non è più la bambina che ha bisogno del latte materno. Al contrario, il latte lo potrebbe produrre in proprio, se solo ne avesse occasione! Com’è noto, il latte è l’alimento naturale di ogni bebè mentre è un cibo indotto nell’adulto. L’adulto ha imparato a cibarsene nel corso dell’evoluzione della specie. Prima ha dovuto mettere a punto nello stomaco l’enzima in grado di digerirlo. Chi ancora oggi fa fatica a metabolizzare il latte e i suoi derivati è perché è carente di questo enzima.
In “Vite che non sono la mia”, lo scrittore francese Emmanuel Carrère affronta l’argomento dei travestimenti psichici che stanno dietro alle malattie organiche parlando non già di disturbi cardiovascolari o di allergie alimentari ma niente meno che di tumori. In questo romanzo egli racconta la morte di sua cognata, felicemente sposata e madre di tre bambine, falcidiata dal tumore di Hodgkin alla giovane età di trentatré anni. Nel farlo raccoglie parecchie testimonianze fra amici, colleghi e naturalmente parenti. Scopre così che la cognata, che di professione era magistrato, aveva un sodalizio professionale molto stretto con un altro giudice. Si tratta di Étienne, che come lei è zoppo e usa le stampelle. Il cancro ha costretto i medici ad amputargli una gamba a soli diciassette anni. Spinto da Carrère a parlare della collega e del lavoro che insieme svolgevano in una cittadina della Nord della Francia, è giocoforza che Étienne parli molto di sé. La malattia li accumunava in una sorta di rapporto simbiotico. Un rapporto che tuttavia non ha mai travalicato l’amicizia fraterna, pur trattandosi di un uomo e una donna all’incirca coetanei. Amicizia e forte intesa professionale, che faranno di loro dei paladini degli sfruttati e degli oppressi pur mantenendosi sempre nel solco della giurisprudenza, senza cioè sconfinamenti politici o d’altra natura. Quando Juliette, la cognata di Carrère, ha i giorni contati, intrattiene con Étienne un dialogo molto franco sulle paure peggiori che la consumano a causa dell’imminenza della morte e per l’abbandono del marito e delle figlie ancora piccole. La loro amicizia rafforzata dalla comune esperienza di malati di cancro e di infermi di vecchia data glielo consente.
Étienne dopo anni di psicanalisi è diventato un cultore dell’inconscio e sarebbe pronto a riconoscere che il suo cancro è stato l’espressione di una fragilità profonda che ha manifestato fin da bambino. Ma il giudice che è in lui fatica ad accettare un’opinione così indimostrabile sul piano riazionale. Infatti la correlazione immaginifica fra inconscio e cancro è opera di Carrère. A questo proposito lo scrittore cita la teoria dello psicanalista francese Pierre Cazenave, secondo la quale gli uomini si dividono grossomodo in due categorie, quelli che sognano di cadere spesso nel vuoto e quelli che invece si sentono ben ancorati agli appigli che la vita offre loro. Per i secondi, sicuri di sé, non ci sono problemi. Le malattie saranno solo organiche. Ai primi, invece, è imputabile un difetto nella definizione della personalità primaria, che fa sì che si sentano spesso inadeguati, che soffrano di vertigini e angoscia e che siano solcati da una depressione invisibile che loro stessi faticano a riconoscere e a chiamare per nome. Un sentimento di non esistenza che a un certo punto può benissimo presentare il conto e affermarsi sotto forma di tumore. La malattia diventa così il sussulto disperato di una personalità mancata, l’urlo osceno di una creatura clandestina che scopre tutt’a un tratto di esistere e di avere i giorni contati. Non a caso Cazenave cita una frase illuminate di Céline, che si trova in un libro-intervista di Cazenave dal quale Carrère ha preso spunto per dare fondamenta teoriche alle sue intuizioni sull’origine psicosomatica della malattia, e cioè: «Forse è questo che cerchiamo nella vita, nient’altro, il più grande dolore possibile per diventare noi stessi prima di morire».
E un po’ di buon umore dopo tanta sofferenza non c’è? Sì che c’è. Nel fare il bilancio dell’esistenza esemplare ancorché straziante della cognata, Carrère non può esimersi dal fare il bilancio anche della propria. A soccorrerlo nella duplice prova, avviandolo alla conclusione del romanzo, la definizione di Freud circa la condizione di benessere psichico. Secondo Freud, chi è in grado di amare e di trarre giovamento dal proprio lavoro è colui che ha un buon equilibrio psichico. Una definizione che rischiara l’orizzonte e sposta le nubi a debita distanza. Poche e semplici parole che spronano a fare affidamento sui sentimenti veri, i soli in grado di accompagnarci degnamente nella notte dell’esistenza e della malattia.

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