di Anna Pellizzone

Dispositivi indossabili, applicazioni per smartphone, sequenziatori genetici, sensori di ogni genere e specie. Prepariamoci per un viaggio nel futuro che è già tra noi. Il percorso che faremo in questo articolo si snoderà tra app e device per la salute e il lifestyle e ci aiuterà a trovare la bussola per orientarci tra le opportunità e i rischi della medicina che verrà e che, almeno in parte, già è

Non molto tempo fa (febbraio 2018), la famosa rivista «The Economist» dedicava la propria copertina a una delle rivoluzioni più dirompenti del nostro tempo, quella sanitaria, facendo riferimento a un generico “Doctor You”, ovvero a come, soprattutto con la diffusione del digitale e la crescita esponenziale della capacità computazionale, il ruolo del paziente – e del medico – si stia modificando a ritmi vertiginosi.
Il motore di questo cambiamento così veloce è, in poche parole, l’incontro tra il sapere medico e la tecnologia, in particolare quella digitale, alla portata di sempre più persone. Anche se, è bene ricordarlo, una grande fetta della popolazione mondiale (circa 3,8 miliardi di persone) non ha ancora un accesso veloce e sicuro alla rete e non può quindi raccogliere e condividere informazioni, nemmeno riguardo alla salute. Fatta questa doverosa precisazione, possiamo senza dubbio dire che il mondo della cura sta attraversando una delicata fase di transizione, anzi, un vero e proprio cambio di paradigma. Dalla medicina tradizionale, si sta infatti passando alla cosiddetta 4P medicine, dove le quattro “P” stanno per Predittiva, Preventiva, Personalizzata e Partecipata. Una nuova medicina in cui la possibilità di raccogliere ed elaborare una grande quantità di dati gioca un ruolo fondamentale.
Molti di questi dati oggi vengono raccolti direttamente dal paziente in un flusso continuo di informazioni attraverso app, smartphone, sequenziatori genetici, orologi multifunzione o addirittura vestiti “intelligenti”, in grado di misurare vari parametri del nostro organismo, dalla frequenza cardiaca alla pressione, passando per la determinazione dell’ordine dei nucleotidi, le unità che compongono il nostro genoma. A prescindere dalla loro natura, i dati possono essere raccolti in modo standardizzato su larga scala, andando così a “nutrire” un immenso database dei nostri parametri biologici e delle nostre abitudini di vita, che oggi, grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, può contribuire all’avanzamento della medicina, ma che richiede certamente una nuova consapevolezza – e nuove regole – per tutti, dai pazienti ai medici, passando per le istituzioni sanitarie, le assicurazioni e le aziende.
E così, mentre l’accesso a questo tipo di strumenti si alza, i costi di raccolta dei dati si abbassano, le informazioni a disposizione aumentano e con esse la nostra capacità di interpretarle. Non a caso, la spinta a investire nel settore (che possiamo definire “digital health”) cresce a dismisura (14 miliardi di dollari solo negli USA) e coinvolge sempre più spesso i colossi del digitale (uno tra tutti, Amazon, che si è buttato nel settore della distribuzione del farmaco).
Secondo gli esperti, siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione, che ha bisogno di essere governata, sia perché non ci sfugga di mano, sia perché possa dare i suoi migliori frutti. Pensiamo ad esempio alle implicazioni in termini di privacy: che cosa potrebbe succedere se un’assicurazione avesse accesso ai dati raccolti dal cloud del cardio-orologio? Magari in associazione al nostro stile di vita, ad esempio attraverso una fidelity card del supermercato, risalendo quindi alle nostre abitudini alimentari? O se i nostri dati genetici finissero in mano al nostro datore di lavoro e la nostra predisposizione ad alcune malattie diventasse causa di discriminazione? Pensiamo a questi aspetti anche dal punto di vista della cyber-security, ovvero della sicurezza informatica. Sembra fantascienza, ma negli Stati Uniti qualche anno fa è balzato agli onori delle cronache il caso di un pacemaker di nuova generazione che era risultato vulnerabile ad attacchi hacker. Questi device, che erano in grado di comunicare attraverso particolari tecnologie con gli strumenti elettromedicali esterni per il monitoraggio delle funzionalità, potevano essere manomessi da malintenzionati, che avrebbero potuto modificare le configurazioni dei dispositivi impiantati. Un vero e proprio incubo, che chiaramente necessita di riflessioni e interventi a monte della diffusione di queste tecnologie.
Senza arrivare a casi tanto estremi, pensiamo anche agli aspetti normativi legati a questi nuovi oggetti. App per la salute, portali online, dispositivi indossabili: siamo di fronte a strumenti tecno-scientifici che appartengono al dominio della medicina, e come tali sono regolamentabili con le regole, le prassi e le certificazioni tipiche di questo ambito? E come facilitare che i prodotti e i servizi sviluppati dal basso, spesso dagli stessi pazienti, possano essere efficacemente valorizzati, allo stesso tempo garantendone la qualità e l’affidabilità? Pensiamo a una banale app per donne in gravidanza: ormai sono diffusissime e hanno scopi molto diversi: dall’intrattenimento attraverso video animati che rappresentano i cambiamenti del feto nel corso della gestione, a veri e propri promemoria degli esami da effettuare. E se, banalmente, la app si “scordasse” di ricordare uno di questi esami? Di chi sarebbe la responsabilità? In che ambito del diritto siamo? Dove sta il confine tra le app che vanno certificate e quelle che non vanno certificate, essendo essere spesso di natura ibrida tra il lifestyle e la salute? E come guidare il consumatore nel mare magnum del mercato online di queste tecnologie?
Si tratta di domande fondamentali, a maggior ragione davanti all’enorme potenziale della medicina digitale. Venendo più nello specifico all’ambito cardiovascolare, vediamo qualche esempio di tecnologia in grado di aiutare medico e paziente nell’affrontare i disturbi cardiovascolari.
Partiamo da un altro colosso della tecnologia che sta investendo in ambito sanitario: Apple. L’ormai noto Apple Watch da qualche tempo ha messo a disposizione anche in Italia un servizio per la predittività della fibrillazione atriale: questa tecnologia abbina un elettrocardiogramma a una sola derivazione con un sistema di intelligenza artificiale, nutrito di moltissimi dati, che è così in grado di essere predittivo di eventi di fibrillazione atriale in modo abbastanza accurato. Siamo di fronte a un prodotto non medicale, ma sottoposto a trial clinico, ed è quindi scientificamente testato.
Un altro caso, passando al monitoraggio di malattie cardiometaboliche, è quello di One Drop, una tecnologia che abbina un glucometro, curato anche nel design, a un sistema che aggrega i dati ottenuti dai vari utenti, quindi crea un’inferenza predittiva e restituisce informazioni utili agli utenti stessi. Per esempio, pensiamo soprattutto a quando si viaggia, consente di vedere in quali ristoranti le persone con lo stesso problema di salute hanno avuto un profilo glicemico più alto. Le app per il monitoraggio della glicemia sono moltissime e molto spesso partono proprio da iniziative dei pazienti. In questo senso il rapporto tra medico e paziente si sta modificando: il flusso di informazioni si capovolge e il paziente è diventato oggi più che mai portatore di un sapere di cui il medico ha bisogno e deve fidarsi. Allo stesso tempo è necessario avere un approccio critico, soprattutto laddove queste tecnologie non sono certificate.
Anche in Italia non mancano gli esempi di start up innovative virtuose che si muovono in questo scenario: è il caso di Amicomed, nata a Milano dall’incontro tra un cardiologo, un imprenditore e un consulente manageriale, che consiste in un servizio digitale che, insistendo sullo stile di vita dell’utente, e monitorandolo, crea un programma di cambiamento comportamentale e aiuta gli utenti a controllare l’ipertensione dando consigli su cosa mangiare, che tipo di attività fisica fare e quando misurare le pressione arteriosa. Amicomed è il frutto della collaborazione tra professionisti e discipline molto diverse fra loro – dai medici ai nutrizionisti, dagli esperti di scienze motorie ai tecnici informatici – ed è stato certificato come dispositivo medico, che non ha l’obiettivo di sostituirsi al personale medico-sanitario, ma ha una funzione di supporto per la diagnosi, il monitoraggio e la scelta di un’eventuale terapia.

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