di Angela Nanni

Nessuna disfunzione della tiroide va trascurata, neppure le forme in fase precoce e lieve, prive di segni o sintomi obiettivi, pena importanti compromissioni, tra gli altri, dell’apparato cardiovascolare. È quanto emerge da uno studio recente, che ha investigato a 360 gradi le conseguenze per il cuore delle disfunzioni della ghiandola tiroidea

La tiroide è una piccola ghiandola posta alla base del collo, dalla forma simile a una farfalla. La sua funzione principale è produrre gli ormoni tiroidei, ovvero la triiodotironina, meglio conosciuta con l’abbreviazione T3, e la tiroxina, il T4, ma è suo compito anche produrre la calcitonina, un ormone coinvolto nel corretto metabolismo del calcio. Questa ghiandola spesso non funziona come dovrebbe, con gravi ripercussioni sulla salute: può infatti funzionare troppo e si parla di ipertiroidismo; o troppo poco, e in questo caso si parla di ipotiroidismo. Secondo le stime disponibili, a soffrire di disturbi di questa ghiandola sono 6 milioni di italiani, in prevalenza donne: le ripercussioni negative sulla salute non sono evidenziabili solo quando ci sono disfunzioni gravi, ma anche nelle forme subcliniche, come precisa uno studio recente. Nello specifico questo studio di revisione, pubblicato a marzo 2019 sulla rivista «Trends in Cardiovascular Medicine» ha evidenziato come le forme subcliniche, non adeguatamente affrontate, possano ripercuotersi negativamente soprattutto sulla funzione cardiovascolare. È ampiamente noto che la funzionalità tiroidea influenzi la corretta funzionalità dell’apparato cardiovascolare. In caso di ipertiroidismo, per esempio, cioè quando la tiroide funziona più di quanto dovrebbe, si osserva anche tachicardia, ovvero un aumento nella frequenza del battito. Al contrario, se la tiroide funziona meno di quanto dovrebbe, si assiste a un rallentamento dei battiti, e si parla di bradicardia. È anche risaputo che disfunzioni tiroidee si riflettono negativamente sulle cellule endoteliali che tappezzano i vasi, poiché favoriscono fenomeni di aterosclerosi. Meno chiare, invece, sono le conseguenze di salute in caso di forme di problemi alla tiroide di tipo subcliniche. Si parla di forme subcliniche sia in caso di ipo che di ipertiroidismo quando il TSH, ovvero l’ormone incaricato di favorire il corretto rilascio da parte della tiroide di T3 e T4, è leggermente al di sopra o al di sotto dei valori di riferimento. La disfunzione, dunque, è molto lieve, i sintomi sono assenti o ancora più sfumati e aspecifici di quanto succede in caso di ipo o ipertiroidismo conclamati, eppure possono già ingenerarsi danni all’apparato cardiovascolare. Ecco perché è auspicabile avviare a trattamento le forme di ipotiroidismo subclinico con valori di TSH superiore a 10, sia in caso di ipertiroidismo subclinico con TSH inferiore a 0,1 mlU\L. Trattare anche le forme subcliniche, infatti, sembra poter ridurre il rischio di malattia e di decesso a causa di problemi cardiovascolari.
Come affrontare dunque le forme subcliniche di disfunzioni tiroidee? L’abbiamo chiesto ad Anna Maria Formenti, specialista in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Università Vita e Salute San Raffaele di Milano: «È noto come l’ipo e l’ipertiroidismo anche nelle forme subcliniche siano segnati da un impatto significativo sul rischio cardiovascolare. Nel caso di ipertiroidismo subclinico, soprattutto negli anziani, possono comparire fibrillazione atriale e altri tipi di aritmie ipercinetiche sopraventricolari con una frequenza superiore a quella della popolazione generale. Anche il rischio di patologia ischemica è incrementato. Risulta pertanto fondamentale trattare le forme subcliniche di malfunzionamento della tiroide per evitare complicanze fra le quali spiccano quelle che riguardano la perdita di massa ossea e la comparsa di osteoporosi».
Oltre alle subcliniche ci sono le forme conclamate. Come influenzano la salute cardiovascolare? «È bene precisare che la diagnosi di un problema alla tiroide si effettua su base clinica: attraverso un prelievo ematico si vanno a valutare i livelli degli ormoni tiroidei (T3 e T4) e del TSH, ovvero dell’ormone prodotto dall’ipofisi che regola il funzionamento della tiroide».
I disturbi più comuni delle tiroide sono l’ipotiroidismo e l’ipertiroidismo, esaminiamoli per capire come ognuno può influenzare la salute cardiovascolare.
Si parla di ipotiroidismo quando la tiroide produce meno ormoni rispetto a quanto richiesto dalle esigenze dell’organismo umano. In questa forma si distingue ulteriormente la tiroidite di Hashimoto, perché in questo caso la carenza di ormoni tiroidei è riconducibile a un disordine autoimmune: accade quando le cellule della tiroide vengono riconosciute come estranee e distrutte. Da qui si instaura la carenza di produzione di ormoni tiroidei.
La causa più frequente di disturbi alla tiroide nella popolazione mondiale è la carenza di iodio, il cui fabbisogno quotidiano è stimato in 150 microgrammi per gli adulti, 90 per i bambini fino a 6 anni, 120 per i bambini in età scolare e 250 per le donne in gravidanza e durante l’allattamento. Va quindi seguita la raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) di consumare sale iodato, capace di sopperire a eventuali carenze, in particolare nell’età pediatrica per assicurare un adeguato sviluppo psico-fisico dall’epoca prenatale fino all’adolescenza. «Un’altra causa frequente di ipotiroidismo è quella post-chirurgica, quando si rende necessario asportare la ghiandola per patologia nodulare, tumorale o per iper funzionamenti», tiene a precisare la dottoressa Formenti. In ogni caso, al di là delle cause sottese alla condizione, se gli ormoni tiroidei sono carenti, si registrano bradicardia, ingiustificata sensazione di freddo, stanchezza che non trova ristoro, pelle secca, problemi di memoria, riflessi più lenti, depressione e, a volte, compaiono anche stitichezza o gonfiore, ovvero la condizione risente di un generale rallentamento delle normali attività metaboliche. La terapia dell’ipotiroidismo si basa sulla somministrazione di un ormone tiroideo sintetico nella quantità più opportuna in base al peso del paziente e alla causa di ipotiroidismo (post-chirurgica o autoimmune). Una volta impostata la terapia, andrà effettuato un confronto dopo almeno 40-60 gg al fine di valutare eventuali modifiche nel dosaggio. «Non trattare questa condizione può portare alla lunga a un danno cardiaco importante. Dapprima si può repertare un rallentamento del battito cardiaco (bradicardia) e, in alcuni casi, un rialzo dei valori di pressione arteriosa. Nei casi di ipotiroidismo più severo e avanzato, si osservano varie alterazioni cardiovascolari tra cui la dilatazione del ventricolo sinistro associato a edema cardiaco, cioè ad accumulo di liquido tra le fibre muscolari cardiache e nel complesso anche a una riduzione della contrattilità cardiaca. Queste alterazioni sono particolarmente pericolose se accompagnate da sintomi quali difficoltà di respirazione e mancanza di fiato (dispnea), soprattutto nei casi in cui il soggetto è già cardiopatico. Un ulteriore danno di tipo infiammatorio è indotto, a livello vascolare, dall’ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia che si manifesta nei quadri di ipotiroidismo».
Se la tiroide funziona più del dovuto allora si parla di ipertiroidismo, i cui sintomi vanno dalla tachicardia al nervosismo, all’irritabilità, dal dimagrimento ingiustificato all’insonnia, dal forte aumento della sudorazione ai capelli fragili, alle unghie che si spezzano, alle alterazioni nel ciclo mestruale e all’esoftalmo (la sporgenza degli occhi a causa dell’infiammazione dei muscoli oculari e del tessuto adiposo presente nelle orbite). L’ipertiroidismo può instaurarsi per motivi autoimmuni, che è il caso della malattia di Basedow, caratterizzata della formazione di noduli tiroidei iperfunzionanti, ma la condizione può essere scatenata anche da terapie farmacologiche secondarie all’assunzione di amiodarone. Questo farmaco viene utilizzato per il trattamento di alcune aritmie cardiache. «L’amiodarone contiene al suo interno un quantitativo di iodio 100 volte superiore al fabbisogno giornaliero. Questo sovraccarico risulta accentuato dal fatto che l’amiodarone è un farmaco che tende ad accumularsi nell’organismo umano per tempi lunghi (l’organismo impiega 2 mesi per espellerlo tutto)». L’amiodarone può essere causa di disfunzione tiroidea nel 14-18% dei casi, come ci spiega la dottoressa Formenti, puntualizzando «che i danni indotti dall’amiodarone sono determinati con diversi meccanismi: l’eccessivo carico di iodio può interferire con la sintesi degli ormoni tiroidei; il farmaco rende difficile l’usuale conversione del fT4 in fT3, l’ormone tiroideo attivo; il farmaco può esercitare un effetto tossico diretto sulle cellule tiroidee. Questi danni possono portare a un quadro di ipotiroidismo o ipertiroidismo, a seconda dei casi. Se dovesse succedere, su parere del cardiologo, l’amiodarone può essere sospeso e sostituito da altre tipologie di farmaci antiaritmici, tenendo presente che il danno tiroideo indotto dal farmaco non sempre risulta reversibile».
Chi soffre di ipertiroidismo evidenzia anche problemi nella frequenza cardiaca, che vanno modulati attraverso l’assunzione di farmaci specifici, come chiarisce la nostra esperta: «Nei pazienti con ipertiroidismo si rende necessario talvolta impostare una terapia con un farmaco beta-bloccante per controllare la frequenza cardiaca. Una volta che, attraverso la terapia, si arriva al controllo della patologia, il beta-bloccante potrà essere gradualmente scalato e infine sospeso. La terapia con betabloccante controlla bene l’aumento di frequenza cardiaca e altri sintomi quali i tremori delle dita e delle mani. È una terapia sicura se ben gestita dal medico, che tiene monitorati i valori di pressione arteriosa che potrebbero abbassarsi».
Cosa succede se l’ipertiroidismo non viene correttamente affrontato? «Nei soggetti giovani solitamente i sintomi cardiovascolari, che vanno dalla sensazione di cuore in gola, alla tachicardia alla dispnea da sforzo, sono piuttosto modesti. Nei pazienti anziani, in concomitanza di preesistenti patologie cardiache, si registrano alterazioni del ritmo cardiaco (fibrillazione atriale, tachicardia parossistica sopraventricolare), scompenso cardiaco ed episodi di angina. Quindi, se il cuore e i vasi sanguigni del paziente presentano già alterazioni, tanto maggiori e spesso più gravi saranno le alterazioni cardiovascolari».

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