di Riccardo Segato

Grazie a un controllo ottimale dell’ipertensione, una drastica riduzione di sale e di grassi saturi nella dieta il tasso di mortalità mondiale diminuirebbe sensibilmente nei prossimi anni. A beneficiarne per prime, le malattie cardiovascolari in termini di prevenzione, fortemente condizionate da questi tre fattori di rischio. È quanto emerge da una nuova metanalisi condotta su scala planetaria

Interessa a qualcuno se la mortalità mondiale potrebbe registrare un calo significativo stimato di 94 milioni di vite? Il tutto fra il 2015 e il 2040? Se sì, come ci auguriamo, cominciamo a dare retta alle conclusioni di una metanalisi apparsa nel mese di giugno sulla rivista scientifica «Circulation» dal titolo programmatico: “I tre interventi sulla salute pubblica in grado di salvare 94 milioni di vite in 25 anni”. Perché l’articolo ha attirato i nostri interessi professionali, oltre a quelli umani? Perché i tre interventi sono rivolti a migliorare le condizioni cardiovascolari della popolazione.
Incrociando i dati sui livelli di pressione arteriosa, di consumo di sodio e di grassi saturi negli alimenti, i ricercatori, facenti capo al Dipartimento di Global Health e Population di Boston, Massachusetts, hanno concluso che, se dipendesse da un controllo ottimale dell’ipertensione, la mortalità di cui sopra calerebbe da sola del 70% mentre il restante 30% si ridurrebbe, in proporzioni equipollenti, grazie a un consumo più contenuto di sodio e a una drastica riduzione dei grassi saturi nella dieta. Si è stimato che una copertura antipertensiva più capillare, basata su un’aderenza terapeutica più efficace, prolungherebbe la vita di quasi 40 milioni di persone. Il restante calo di mortalità si otterrebbe da un combinato disposto fra controllo dell’ipertensione, riduzione del consumo giornaliero di sale (40 milioni) ed eliminazione di grassi saturi (i restanti 15 milioni di vite umane).
Soffermiamoci per un momento sul problema del sale. Il ruolo del sale da cucina o cloruro di sodio che dir si voglia non è solo negativo. A parte il fatto che il sale rappresenta il più antico metodo e per secoli l’unico di conservare i cibi. Conservare sotto sale ha permesso al cibo che i nostri antenati hanno messo sotto ai denti, dalla carne al pesce a tante altre vivande, di mantenersi salutare e commestibile fino all’avvento del frigorifero, cioè fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Oltre a ciò, il sale rappresenta un ottimo stabilizzatore della membrana cellulare, in grado di garantire un buon equilibro all’interno di ogni cellula. Ragione per cui, assunto entro una certa soglia, il sale fa bene ed è un ingrediente vitale per l’organismo, oltre che un prodotto irrinunciabile della buona cucina. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i problemi sorgono se si eccede la soglia di 5 grammi al giorno. Con l’avvertenza che 5g/die non rappresenta il consumo ottimale, ma il limite massimo oltre il quale nessuno dovrebbe andare. Il rapporto corretto del consumo di sale è in base al peso. Nei bambini il consumo deve essere inferiore che negli adulti, così come nelle donne rispetto agli uomini, essendo di corporatura più minuta. Fatto sta che ricerche cliniche hanno dimostrato congiuntamente che, diminuendo il consumo di sale entro la soglia di tolleranza, diminuiscono sia la pressione arteriosa sistolica sia quella diastolica, comunemente dette la massima e la minima. In Italia, con un consumo pro capite di 10 g/die, siamo al doppio della soglia massima. I consigli per ridurre il consumo di sale vanno da quelli pratici di non mettere mai la saliera in tavola, ridurre almeno del 10% il sale nella pasta e in tutte le vivande in cui lo introduciamo. In questo modo, a parere di chi ha studiato il fenomeno, il palato si abitua e, solo dopo qualche mese, quello che prima sembrava salato a puntino diventa troppo saporito per i nostri nuovi gusti in fatto di sapidità. Altra avvertenza: attenzione ai cibi confezionati, in cui la quantità di sale è presente sia per insaporire sia per favorire una maggior conservazione dei cibi. In attesa che chi di competenza s’impegni con una legge che stabilisca dei limiti invalicabili per i cibi conservati nei vari modi, dagli inscatolati agli impacchettati, dai sottovuoti ai surgelati, è bene dare un occhio alle etichette e regolarsi in base alla quantità di sale presente per ogni 100 g di prodotto. Perché uno dei problemi con il sale è simile a quello con le uova. Posto che si rispetti il limite giornaliero di sale (non più di 5 g) e quello settimanale con le uova (non più di 3), bisogna vigilare che non si ecceda con i due ingredienti a causa della loro presenza in molti cibi cotti o comunque preparati. Tra i sali consigliati quello ad alto contenuto di iodio è sempre da preferire, grazie agli effetti protettivi che ha per la tiroide. Ciò nonostante le stime dicono che meno della metà della popolazione mondiale fa uso di sale iodato; non più del 30% degli italiani. Mentre è obbligatorio un taglio drastico con ogni tipo di sale nei soggetti ipertesi, negli obesi, nei diabetici e in tutti coloro che presentano altre malattie cardiovascolari associate.
Ma torniamo al focus dello studio da cui abbiamo preso le mosse. Globalmente, le malattie non trasmissibili, come appunto quelle cardiovascolari, portano alla morte circa 38 milioni di persone ogni anno. Il 40% di tutti questi decessi avviene fra chi ha meno di 70 anni. Di questo 40%, l’80% si registra nei Paesi a reddito basso e medio, nei quali gli investimenti per la prevenzione di queste malattie sono poca cosa, non andando oltre l’1% del PIL. Stanti le minori risorse di tutti questi Paesi, in cui peraltro vive la maggioranza della popolazione mondiale, come si può osservare in Asia, in America Latina e soprattutto in Africa, non stupisce che se solo si riuscissero a potenziare i controlli sulla pressione arteriosa grazie a un numero più capillare di diagnosi, e si avessero a disposizione più farmaci terapici, si potrebbe cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel, a patto – raccomandano gli esperti – che la guardia contro il tabagismo venga mantenuta sempre bella alta. Se s’innescasse questo processo virtuoso, accompagnato da una prevenzione contro il fumo che non arretra, si stima che la mortalità per tutte quante le malattie non trasmissibili si ridurrebbe di un terzo.
Nei Paesi a basso e medio reddito, si stima che l’ipertensione colpisca il 31% della popolazione. Di questi pazienti, solo per il 29% viene fatta la diagnosi e solo il 7,7% è, di fatto, sotto copertura farmacologica. Tra i soggetti più colpiti da ipertensione gli uomini, per i quali la copertura farmacologica sembra più ostica da fare propria come abitudine di profilassi. Anche per il consumo di sale la sproporzione non cambia, più alto negli uomini rispetto alle donne. Al di là di queste differenze di genere, sulle quali sicuramente incidono vissuti sociali fra uomo e donna non sovrapponibili, i ricercatori ricordano che le potenzialità più promettenti per ridurre la mortalità cardiovascolare da ipertensione combinata con l’eccesso nel consumo di sale è atteso in vaste regioni del Medio Oriente e del Sud-Est asiatico, dove la presenza dello Stato, sotto forma di Sanità pubblica, sta guadagnando terreno più che altrove. Sicuramente più che nei Paesi della fascia sub-sahariana, abbandonati a se stessi sotto il profilo statuale e, va da sé, sanitario. Invece, nei Paesi dell’Asia del Sud, la vera emergenza sanitaria è rappresenta dagli eccessi di grassi saturi. Bangladesh, Afghanistan, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka godrebbero dei più importanti benefici in termini di salute se mettessero al bando i grassi saturi presenti in maniera preponderante nelle loro diete, a causa dell’abitudine culinaria che hanno di friggere qualsiasi tipo di alimento.
In base al rapporto costi/benefici dei tre interventi esaminati, a parere dell’OMS, i migliori acquisti per migliorare il tasso di mortalità nei termini indicati sono rappresentati dal combinato di una profilassi più efficace e capillare per l’ipertensione e ridotto consumo di sale. Più in salita la strada volta alla forte riduzione dei grassi saturi, a causa del maggior impegno economico necessario per instaurare dei cambiamenti di mentalità e di abitudini alimentari molto radicate, come abbiamo visto, specie nei Paesi del Sud dell’Asia.

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