di  Anna Pellizzone
Un gruppo di ricerca norvegese sta mettendo a punto una nuova tecnica chirurgica per evitare che gli interventi alle coronarie, che portano sangue ossigenato al cuore, abbiano delle complicazioni. Il trucco starebbe nel sostituire le arterie danneggiate innestando non solo, come avviene normalmente,i “nuovi” vasi, ma anche uno strato del tessuto che li circonda e li protegge

Qualcuno le mostra con orgoglio, qualcuno le nasconde timidamente, ma quello che è certo è che le cicatrici raccontano un pezzo della storia del nostro corpo. Quando ci tagliamo, infatti, per riparare la lesione subita, il nostro organismo può produrre un tessuto fibroso, determinato da una proliferazione dell’epidermide, lo strato più superficiale della pelle, e del derma, lo strato più profondo che si trova subito sotto all’epidermide. E così – ed è il caso di dirlo, lo sperimentiamo sulla nostra pelle – possono rimanere sul nostro corpo delle tracce indelebili determinate dalla sostituzione del tessuto originario con il tessuto di riparazione, quello cicatriziale.

Quello che è meno noto, però, è che le cicatrici possono formarsi anche all’interno del nostro organismo, negli organi interni, per esempio, quando subiamo un intervento chirurgico. In alcuni casi, la formazione di queste cicatrici è un problema molto serio, anche se non visibile.

Queste complicazioni si possono avere, per esempio, quando un paziente subisce un intervento ai vasi che irrorano il cuore. Quando le coronarie, le arterie che portano il sangue ricco di ossigeno al nostro muscolo cardiaco, si restringono – limitando la portata del flusso sanguigno e quindi esponendo il paziente al rischio di infarto o di angina – si può intervenire principalmente in due modi. Il primo è quello dell’angioplastica coronarica, che consiste nella dilatazione del vaso in questione attraverso l’inserimento di un palloncino che ripristina il passaggio del sangue. Questa prima metodologia, però, non è sempre possibile, perché la sua fattibilità dipende da una serie di fattori, tra cui la quantità di coronarie ostruite e il loro grado di “ingorgo”. Quando l’angioplastica non è indicata, si può quindi rendere necessario il bypass coronarico. In questo caso, anziché dilatare l’arteria ostruita, si crea un vero e proprio percorso alternativo che garantisca nutrimento al cuore attraverso una nuova strada. Come chiarisce Giulio Stefanini, cardiologo presso l’Humanitas di Milano «il bypass aoto-coronarico consiste nell’impianto di un ponte che porta il sangue dall’aorta direttamente nell’arteria coronaria bypassando, appunto, il restringimento che non permette al sangue di passare a sufficienza nellʼarteria coronaria nativa». Normalmente questo tipo di intervento prevede l’innesto di un vaso – venoso o se possibile arterioso, prelevato da un’altra parte del corpo del paziente, solitamente, se si tratta di una vena, dalla gamba – che vada a sostituire quello ostruito. Come spiega Stefanini, solitamente dalla gamba si preleva la vena safena, che è relativamente semplice da prendere, di calibro adeguato, e non indispensabile.

Si tratta in qualche modo di un’opera idraulica che –

un po’ come avviene per i fiumi che deviano il proprio percorso, tracciando nuovi alvei quando trovano delle barriere sulla propria strada – consente di fare arrivare il sangue ossigenato “a valle” dell’ostruzione.

Tuttavia, come ogni intervento, anche il bypass coronarico non è privo di potenziali complicazioni. Una di queste, e qui veniamo alle cicatrici, è che il vaso trapiantato si irrigidisca. Quando la vena che deve andare a sostituire la coronaria ostruita viene prelevata dalla gamba e inserita in prossimità del cuore, infatti, può sviluppare una crescita di tessuto cicatriziale, che a sua volta, riducendo il lume del vaso, può bloccare il flusso sanguigno. Più in dettaglio, il rischio è che le cicatrici danneggino la parte più interna della “nuova” arteria, un fenomeno che si chiama iperplasia e che consiste nella crescita del volume delle pareti arteriose, che dovrebbero invece rimanere sottili per svolgere appieno le proprie funzioni.

Prosegue il cardiologo, «dobbiamo pensare che questi vasi sono vene che vengono “trasformate” in arterie». In altre parole: viene prelevata una vena, che viene messa nel circolo arterioso come ponte dallʼaorta a una coronaria per bypassare un restringimento. «Di conseguenza il vaso deve adattarsi a essere soggetto a pressioni del sangue molto più alte rispetto al circolo venoso e questo può determinare una reazione del vaso utilizzato come bypass, che si ispessisce con tessuto ʻcicatriziale’ fino a chiudersi del tutto».

Ma ci sono delle buone notizie, che arrivano dall’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU) e che sono state pubblicate sul Journal dell’American College of Cardiology. I ricercatori, infatti, stanno portando avanti uno studio per capire se, prelevando dalla gamba del paziente, oltre alla vena “sostitutiva”, anche il tessuto che la circonda, si può ridurre il rischio di crescita di cicatrici. Per dirla con il gergo dell’elettricista, si tratta di manipolare, nel momento del cablaggio, non soltanto i fili di rame, ma anche la guaina protettiva che li avvolge, riducendo così il rischio di danneggiarli.

I risultati sono incoraggianti. «Sei mesi dopo l’intervento chirurgico – ha spiegato Øystein Pettersen, candidato PhD all’NTNU e specializzando di chirurgia toracica a Trondenheim – la formazione di tessuto cicatriziale in prossimità dell’innesto era decisamente più bassa nei pazienti che sono stati trattati utilizzando la nuova tecnica di innesto». E ha spiegato: «Lo spessore dell’intima – lo strato più interno della parete arteriosa – era mediamente di 0,36 millimetri nei pazienti che hanno ricevuto un trattamento tradizionale». Mentre nel gruppo sottoposto alla nuova tecnologia, il vaso innestato è risultato meno costretto, «con uno spessore medio di 0,27 millimetri». Sembrerebbero misure irrilevanti, ma quando si parla di vascolarizzazione del cuore, sono anche i centesimi di millimetro a fare la differenza.

Per la ricerca per ora si tratta solo di una “pista” molto promettente, ma sarà molto interessante seguire l’andamento dei risultati ottenuti dai 100 pazienti che hanno partecipato allo studio. Nuove ricerche, inoltre, sono previste per i prossimi cinque anni.