Si tratta di una malattia autoimmune in cui gli anticorpi di un organismo attaccano i suoi stessi fosfolipidi, che sono degli importanti costituenti delle membrane cellulari. Non è chiaro né perché questo accada, né in che modo avvenga; tuttavia, sono state fatte varie ipotesi a riguardo. Secondo alcuni scienziati gli anticorpi che vanno ad attaccare i fosfolipidi potrebbero essere generati in risposta ad agenti infettivi esterni, come batteri o virus; questa ipotesi, però, non è ancora stata accertata. Dopo la nascita di questi anticorpi, un secondo impulso potrebbe scatenare la reazione autoimmune. Anche sull’identità di questo secondo impulso sono state fatte numerose congetture: si è pensato che potesse essere rappresentato dal vizio del fumo, oppure dall’uso di contraccettivi orali, dalla terapia ormonale sostitutiva, da una prolungata immobilità o da patologie sottostanti come il tumore, l’ipertensione arteriosa e l’ipercolesterolemia, o ancora da eventi fisiologici, come la gravidanza. È stato inoltre osservato che la APS si presenta spesso associata a patologie di tipo reumatico (come il lupus), alle infezioni e all’uso di droghe.
Se non curata aumenta il rischio di varie patologie a carico dell’apparato cardiovascolare; ne riportiamo alcune.

  • Formazione di coaguli di sangue nelle arterie, che accrescono il rischio di ictus – se il coagulo si è formato nelle arterie cerebrali – o di infarto – se il coagulo si è formato a livello delle arterie coronarie (quelle che trasportano il sangue al cuore). I coaguli di sangue possono formarsi anche in altri distretti corporei periferici, per esempio a livello delle gambe e delle braccia, dando luogo al fenomeno patologico noto come arteriopatia periferica.
  • Fenomeni frequenti di trombosi venosa profonda. La trombosi venosa profonda è la formazione di trombi occludenti a livello delle vene profonde che irrorano i muscoli. Questo problema si localizza soprattutto nella parte inferiore delle gambe, nella parte bassa dell’addome e a livello inguinale. Può causare dolore o gonfiore alle gambe, ma può anche essere asintomatico. Il problema che si pone in conseguenza di questo fenomeno è quello di una crescita del rischio di embolie: i trombi si possono rompere e possono risalire attraverso i vasi sanguigni. Se arrivano in zone critiche, per esempio se raggiungono le arterie polmonari, possono causare embolie polmonari mortali.
  • Ipertensione polmonare, che è solitamente causata da un’embolia polmonare determinata dalla formazione di coaguli di sangue a livello dei polmoni.
  • Ispessimenti e deformazioni delle valvole cardiache.
  • Irregolarità del sangue, come trombocitopenia (basso livello di piastrine nel sangue) o anemia (bassi livelli di globuli rossi).
  • Disturbi a carico dei reni.
  • Problemi della pelle, come ulcerazioni a livello delle gambe e sanguinamenti sotto le unghie, sia delle mani che dei piedi.
  • Disturbi del sistema nervoso. È stato infatti osservato che gli individui con APS sono soggetti a un maggiore rischio di sviluppare l’epilessia e una malattia rara nota come sindrome di Guillain-Barré – una infiammazione del sistema nervoso periferico che si manifesta con una progressiva paralisi degli arti, prima di quelli inferiori e poi delle braccia.
  • Frequenza di aborti spontanei. Si tratta di una conseguenza importante che si manifesta nei pazienti affetti da APS; tuttavia, i recenti progressi nel trattamento della patologia hanno di molto aumentato la possibilità che questo tipo di pazienti porti a termine una gravidanza con successo e senza problemi per il nascituro.

I sintomi della patologia
I sintomi della malattia sono quelli legati alle condizioni sopra descritte, e sono:

  • trombosi venosa profonda;
  • tromboflebiti superficiali – che colpiscono le vene superficiali, vale a dire quelle appena sotto la pelle – che si possono manifestare con gonfiori delle vene stesse, che al tatto sembreranno un cordone duro;
  • ulcerazione a livello degli arti inferiori;
  • aborti spontanei;
  • embolia polmonare;
  • ictus e attacchi ischemici transitori;
  • anemia;
  • soffi cardiaci;
  • diminuzione dei globuli rossi.

I disturbi a carico dell’apparato venoso sono in assoluto i più frequenti in presenza di APS.
Altri sintomi che possono comparire nei pazienti affetti da questa patologia sono fenomeni ricorrenti di emicrania, ipertensione polmonare, problemi a carico dei reni e delle valvole cardiache, malattia di Raynaud. Se si dovessero presentare queste condizioni sarebbe bene segnalarle al medico.

La diagnosi di APS
Come faccio a sapere se ho effettivamente questa malattia? È opportuno segnalare al proprio medico curante se soffriamo di uno o più dei sintomi sopra indicati. Il medico vi chiederà informazioni più dettagliate sulla vostra salute e storia familiare per verificare se il vostro quadro anamnestico può effettivamente far pensare a una diagnosi di APS. In caso di sospetto, vi chiederà di sottoporvi a un esame del sangue per verificare la presenza di anticorpi antifosfolipidi, che verranno identificati attraverso ulteriori test specifici sul campione di sangue prelevato.

Prevenzione e cura della sindrome da anticorpi antifosfolipidi
Per quanto riguarda la prevenzione della APS, essendo le sue cause sconosciute, è difficile proporre azioni precise. Tuttavia, ai pazienti colpiti dalla malattia, si ricorda che è importante contrastare i fattori di rischio per l’ictus, attraverso controlli costanti dei propri livelli di colesterolo e della pressione arteriosa. Inoltre, è essenziale mantenere un peso corporeo adeguato per evitare l’insorgenza di fenomeni di insulino resistenza e diabete di tipo 2. Come al solito, infine, per questi pazienti è ancora più necessario smettere di fumare.
La terapia comune per i casi di APS consiste nella somministrazione di anticoagulanti, come l’eparina e il warfarin. A questi, in alcuni casi, possono essere aggiunti bassi dosaggi di aspirina. Nei pazienti che manifestano intolleranza all’aspirina verrà prescritta una terapia alternativa, per esempio a base di Clopidogrel, un antiaggregante piastrinico.
La terapia a base di anticoagulanti e antiaggreganti piastrinici dovrebbe prevenire la formazione di coaguli di sangue che possono portare alle gravi conseguenze che abbiamo descritto. Sono disponibili anche altri farmaci per il trattamento della patalogia, per esempio le idrossiclorochine.
La durata della terapia, così come le prescrizioni farmacologiche e il loro dosaggio, varieranno a seconda del tipo di APS, della sua gravità e della presenza concomitante o meno di altre condizioni patologiche che possono essersi verificate in passato, come una trombosi venosa profonda o un evento ictale. I pazienti con manifestazioni frequenti (recidive) della patologia o che presentano problemi di coagulazione potrebbero doversi sottoporre alla terapia anticoagulante a vita. L’uso di questi farmaci richiede un monitoraggio costante per ridurre il rischio di sanguinamenti e ottenere il massimo beneficio dalla terapia. Al tempo stesso andranno eliminati tutti gli altri fattori di rischio per la formazione di trombi, come il vizio del fumo, l’ipertensione arteriosa e livelli elevati di colesterolo nel sangue.
Nelle donne in gravidanza che presentano la APS la terapia dipenderà dal livello di anticorpi presenti nel sangue. Alle pazienti che mostrano i più alti livelli anticorpali potrà essere prescritto un trattamento a base di eparina a basso peso molecolare, combinata con bassi dosaggi di aspirina, per prevenire il rischio di aborto durante i primi sei mesi di gravidanza.
La maggior parte degli studi sulle terapie per curare la sindrome anticorpi antifosfolipidi è stata rivolta a gruppi di pazienti che avevano già chiaramente mostrato gli effetti della malattia, come numerosi episodi di trombosi venosa profonda e ripetuti casi di aborto. Tuttavia, è oggetto di discussione l’opportunità o meno di sottoporre a terapia anche i pazienti asintomatici, dal momento che anche questi, seppur sani in apparenza, sono comunque maggiormente esposti al rischio della comparsa di fenomeni trombotici. La maggior parte dei medici propende per un trattamento preventivo a base di bassi dosaggi di aspirina, per abbassare il rischio della formazione di trombi.
Nei casi più gravi, quelli di APS catastrofica, i pazienti dovranno essere sottoposti a una terapia intensiva per tenere sotto controllo la disfunzione multiorgano; la terapia, in questo caso, prevede l’impiego di più farmaci in combinazione per cui, oltre al trattamento anticoagulante con eparina e warfarin, verranno somministrati anche farmaci steroidei (glicocorticoidi) e immunoglubiline, oltre a una terapia di plasmaferesi che può essere utile per cercare di ridurre il numero di autoanticorpi presenti nell’organismo malato.
I pazienti con la sindrome da anticorpi antifosfolipidi necessitano di particolare cautela quando sono sottoposti a interventi chirurgici perché c’è una maggiore possibilità che si formino dei trombi durante l’intervento o il periodo di ricovero. Per ridurre il rischio di trombosi venosa profonda o di embolia polmonare potrà essere prescritta la terapia anticoagulante, soprattutto dopo interventi ortopedici che interessino la coscia o il ginocchio. Dopo l’intervento un manicotto, che si gonfia a intermittenza, potrà essere applicato all’arto operato per stimolarne la circolazione. Il mantenimento di un fisico allenato e lo svolgimento di esercizi per la muscolatura delle gambe – esercizi da riprendere appena possibile dopo l’intervento chirurgico – costituiscono una strategia utile per prevenire fenomeni trombotici.

Sindrome da anticorpi antifosfolipidi: tre diverse forme
Questa patologia può presentarsi isolata, vale a dire a sé stante, e non in concomitanza con altre patologie. Ciò avviene nella metà circa dei casi di APS e in questa situazione la forma patologica prende il nome di sindrome da anticorpi antifosfolipidi primaria o primitiva (PAPS). È una forma della malattia che costituisce una delle cause più comuni di trombofilia acquisita ed è responsabile di circa un terzo dei casi di ictus che si verificano nei pazienti di età inferiore ai 50 anni. Inoltre, è la causa di circa il 10-15% di aborti ricorrenti.
Quando la APS si presenta associata ad altre malattie autoimmuni (per esempio al lupus eritematoso sistemico, LES), cioè nella restante percentuale di casi, allora prende il nome di sindrome da anticorpi antifosfolipidi secondaria (SAPS). Questa forma è responsabile di numerosi casi di aborto e tromboembolismo venoso nei pazienti affetti da altre malattie autoimmuni, soprattutto da LES. Dalle analisi del sangue risulta che questi pazienti, nel 30-40% dei casi, hanno anticorpi antifosfolipidi (aPL) e circa un terzo di essi presentano segnali tipici della APS, come aborti e fenomeni di tromboembolismo venoso.
Esiste infine una forma particolarmente grave della APS che coinvolge in modo estremamente pericoloso tutti i nostri sistemi corporei. Questa prende il nome di sindrome da anticorpi antifosfolipidi catastrofica, ma per fortuna è estremamente rara.

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi: un po’ di storia
All’inizio degli anni Ottanta cominciarono a essere descritti quadri clinici caratterizzati da aborti frequenti e dalla presenza di trombosi arteriose e/o venose in soggetti che non mostravano, in apparenza, delle cause in grado di spiegare questi eventi. Ciò che accomunava questi pazienti era solo una positività per anticorpi antifosfolipidi (aPL).
L’espressione sindrome da anticorpi antifosfolipidi fu usata per la prima volta negli anni Ottanta per descrivere un quadro clinico dove i disturbi si presentavano contemporanemente. Gli esami effettuati risultavano positivi per gli anticorpi anticardiolipina e il lupus anticoagulant. Una definizione precisa e univoca della malattia arriverà solo alla fine degli anni Novanta quando vennero definiti dei criteri, poi ufficialmente accettati, per la classificazione della sindrome. In seguito, questi parametri sono stati elaborati in occasione dell’ottavo Simposio Internazionale sugli anticorpi antifosfolipidi, che ebbe luogo in Giappone, a Sapporo, nel 1999.

APS: una malattia genetica
Fin dai primi studi sulla patologia, quando ancora non era stata classificata come una sindrome peculiare a sé, era stato osservato un ricorrere della presenza di anticorpi antifosfolipidi all’interno degli stessi gruppi familiari. Gli studi successivamente svolti in questo senso hanno poi confermato che la sindrome da anticorpi antifosfolipidi ha effettivamente una predisposizione genetica, sia per quanto riguarda la forma primitiva, sia per quella che si presenta in associazione al lupus eritematoso sistemico (sindrome da anticorpi antifosfolipidi secondaria).

Sindrome da anticorpi antifosfolipidi: chi è più a rischio?
Non si conosce con esattezza quale sia l’incidenza della patologia nella popolazione, ma esistono dei dati che possono aiutarci a definire delle classi di soggetti a rischio. Per esempio, è stato osservato che tra le donne che presentano aborti ricorrenti circa il 15-20% risulta positivo al test per gli anticorpi antifosfolipidi (aPL); circa un terzo dei pazienti affetti da malattie autoimmuni sistemiche – soprattutto da lupus eritematoso sistemico e sindromi lupus-simili – presentano la sindrome; infine, tra i soggetti colpiti da ictus in età giovanile (al di sotto dei 50 anni di età), la metà risulta positiva agli anticorpi antifosfolipidi.
Possiamo dire, in conclusione, che la patologia colpisce soprattutto persone giovani, di età compresa tra i 20 e i 40 anni, e che le donne sono più colpite degli uomini (secondo le stime, almeno tre volte di più).