Vent’anni fa a chi andava negli Stati Uniti poteva capitare di entrare in un negozio di souvenir e sorridere davanti alla taglia XXXXXL di una maglietta. In America era già ampiamente diffuso il problema dell’obesità, mentre in Italia non era frequente incontrare persone obese, forse perché eravamo ancora “protetti” dalle abitudini alimentari della dieta mediterranea. Il cambio di abitudini alimentari e dello stile di vita ha fatto sì che anche qui arrivasse il problema obesità; secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, il 25% della popolazione italiana è obesa. Contemporaneamente è aumentata anche la percentuale di diabetici di tipo 2 (6-8%). A questo si può aggiungere che 1 italiano su 3 soffre di ipertensione e 1 su 5 di ipercolesterolemia. Questi dati sono riassumibili con la situazione della Sindrome Metabolica che in Italia (sempre secondo i dati dell’ISS) colpisce il 23% della popolazione, con una maggiore incidenza nelle Isole (28%) rispetto al Nord (19%).
La Sindrome Metabolica è una condizione clinica caratterizzata dalla presenza di più fattori di rischio metabolico in una persona.
Se, tra i seguenti valori, tre o più parametri sono alterati, si può parlare di Sindrome Metabolica:

  • circonferenza vita maggiore di 102 cm negli uomini e 88 cm nelle donne;
  • pressione arteriosa superiore a 85/130mmHg;
  • glicemia a digiuno, maggiore di 110 mg/dl;
  • colesterolo HDL inferiore a 40 mg/dl negli uomini e 50 mg/dl nelle donne;
  • trigliceridi a digiuno maggiori di 150 mg/dl.

Tutti i fattori associati alla Sindrome Metabolica sono tra loro concatenati. Obesità e mancanza di attività fisica portano all’insulino-resistenza, che a sua volta agisce sul metabolismo dei lipidi abbassando il colesterolo HDL e aumentando i trigliceridi nel sangue. Questa situazione facilita anche la formazione di placche nelle arterie da parte del Colesterolo LDL, che spesso sono causa di malattie cerebro-vascolari.
L’insulino-resistenza come conseguenza ha anche l’aumento del glucosio e dei livelli di insulina nel sangue; troppo glucosio può danneggiare i vasi sanguigni e organi come i reni, portando alla perdita di albumina nelle urine e successivamente al diabete.
Alti livelli di insulina nel sangue influiscono sull’aumento della pressione arteriosa portando all’ipertensione. Inoltre, ciascun parametro rappresenta singolarmente un fattore di rischio e di conseguenza chi sviluppa la Sindrome Metabolica ha anche un elevato rischio cardiovascolare, fino al doppio rispetto a una persona che non ha sindrome Metabolica.
L’obesità è dunque una situazione clinica molto importante e da non sottovalutare è la cosiddetta “pancetta”. Il grasso in eccesso si può accumulare in diverse regioni del corpo ma diventa pericoloso per la salute quando si deposita nella regione addominale come grasso viscerale.
Il grasso addominale è strettamente correlato alle patologie cardiovascolari e per questo motivo si utilizza come indicatore di obesità, oltre all’indice di massa corporea, anche la circonferenza addominale.
La relazione tra pressione arteriosa e rischio cardiovascolare è nota da tempo ma nonostante questo una buona parte di ipertesi non segue correttamente la terapia. Chi ha dimestichezza con i valori di pressione sicuramente avrà notato che il valore limite (85/130 mmHg) non è lo stesso dell’ipertensione (90/140 mmHg), è un po’ più basso. Il fatto che più fattori alterati siano presenti contemporaneamente e si influenzino reciprocamente fa scattare un campanello di allarme più sensibile, che permette di intervenire prima dell’instaurarsi della patologia ipertensiva.
Lo stesso discorso vale per la glicemia: il valore limite (110 mg/dl) non è infatti sufficiente per diagnosticare il diabete ma per individuare una situazione che lo precede e poter intervenire per rallentare l’insorgenza della patologia.
Le alterazioni del profilo lipidico completano il quadro per valutare o meno la presenza di Sindrome Metabolica. Non è tanto importante misurare il Colesterolo Totale quanto i Trigliceridi e il Colesterolo HDL. Infatti potrebbe succedere che in una persona con Sindrome Metabolica il Colesterolo Totale sia un valore normale o di poco sopra i limiti ma Colesterolo HDL e Trigliceridi hanno valori sicuramente alterati: maggiori di 150 mg/dl per questi ultimi e inferiori a 40 o 50 mg/dl per il Colesterolo HDL.
Fortunatamente tutti questi parametri sono modificabili ed è possibile intervenire, migliorando alcuni aspetti del proprio stile di vita o con terapie farmacologiche.
Cambiare la propria alimentazione prestando attenzione a non eccedere in cibi ricchi di colesterolo o in condimenti che contengono spesso troppi trigliceridi, oltre ad abbattere questi valori, aiuta a ridurre la circonferenza addominale. Altro alleato è il movimento, sia per ridurre il grasso corporeo che per alzare i valori di HDL.
Controllare, poi, periodicamente i propri valori oggi non richiede più la solita routine di: impegnativa dal medico, analisi, ritorno dal medico con i risultati.
In farmacia o direttamente dal proprio medico curante sono disponibili strumenti per l’autoanalisi capaci di dare contemporaneamente e con una sola goccia di sangue il valore di glicemia, trigliceridi e colesterolo HDL; un metodo pratico anche per valutare se i cambiamenti apportati al proprio stile di vita sono più o meno efficaci.

Insulino resistenza
L’insulina è un ormone prodotto dalle cellule beta del pancreas, che svolge importanti funzioni di controllo sul metabolismo di carboidrati, proteine e lipidi.
L’insulino resistenza è una situazione clinica in cui sono necessarie maggiori quantità di insulina, rispetto alla norma, per mantenere la glicemia entro i livelli normali. Condizione che spesso precede il diabete mellito.
Le cause di quest’accresciuto bisogno di insulina sono diverse, fattori genetici, sindromi metaboliche, talvolta l’uso di alcuni farmaci. Inoltre la IR può evidenziarsi in casi di obesità, gravidanza, stress, uso di steroidi.

Dr.ssa Chiara Marinoni, Biologa
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