Nonostante la loro pericolosità, i fenomeni di TIA vengono, in moltissimi casi, trascurati e considerati episodi di scarsa importanza, tanto che accade con una frequenza preoccupante che i soggetti che li subiscono non pensino nemmeno di parlarne con il proprio medico.
La causa più frequente dei TIA è rappresentata da un embolo di piccole dimensioni che si stacca dalla parete del cuore, o da una placca di aterosclerosi di un vaso del collo, e va a occludere, anche se solo per pochi istanti, un vaso del cervello, per poi dissolversi rapidamente.
Per questa ragione, i sintomi associati all’episodio possono così risolversi nell’arco di poche ore, ma questo costituisce proprio una delle insidiosità dell’attacco ischemico transitorio: in molti casi, infatti, viene trascurato, sottovalutando il fatto che una persona colpita da TIA corre un rischio 10 volte maggiore di andare incontro a un ictus rispetto a un’altra persona della stessa età.
Per questa ragione è importantissimo sottoporsi immediatamente a tutti gli accertamenti del caso, per individuare il punto di partenza dell’embolo e prevenire un possibile ripetersi dell’evento.

Cause del TIA
Come abbiamo detto, nella maggior parte dei casi il TIA è causato da un’occlusione delle arterie che portano il sangue al cervello: le arterie più frequentemente colpite sono le carotidi del collo e l’arteria basilare (situata nella parte posteriore della testa). Anche se le cause più ricorrenti di questi episodi sono l’aterosclerosi oppure la formazione di un trombo o il distacco di un embolo, altre cause possibili possono essere eventuali disfunzioni della coagulazione, che possono favorire la formazione di grumi di sangue e infarti lacunari, ovvero l’interruzione del flusso ematico, con conseguente danno tissutale, in vasi molto piccoli del cervello.
Un altro fattore di rischio è la presenza di un’ipertensione che può causare sanguinamenti di piccola entità all’interno di un vaso cerebrale: questa causa è responsabile di circa il 20 percento dei TIA. Questa situazione patologica, in cui la causa del “mini-ictus” è il sanguinamento e non l’occlusione di un vaso, va comunque opportunamente valutata e trattata. Se il paziente sta assumendo anticoagulanti di qualsiasi tipo, ivi inclusa l’aspirina, la somministrazione di questi farmaci deve essere accuratamente valutata e monitorata dal medico, perché essi potrebbero causare un aggravarsi del problema.

Sintomi associati ai TIA
I sintomi con cui si manifesta un attacco ischemico transitorio (TIA) sono gli stessi dell’ictus, ma possono cambiare a seconda di dove si verifica la stenosi. La differenza principale è che i sintomi di un attacco ischemico transitorio si manifestano con una durata breve, al contrario dell’ictus vero e proprio che provoca un danno di grave entità e ha una sintomatologia tipica, cronica e invalidante. È comunque sbagliato considerare un TIA un episodio trascurabile, un ictus di serie B, perché è proprio nella sua natura “transitoria” e velata che si cela la sua pericolosità.
I sintomi tipici di questi episodi sono, come abbiamo detto, gli stessi di un ictus, e quindi includono:

  • intorpidimento e formicolii in un lato del corpo;
  • stato confusionale;
  • difficoltà di linguaggio;
  • difficoltà di comprensione;
  • capogiro;
  • improvviso e forte mal di testa.

Inoltre, possono presentarsi anche disturbi della vista, come per esempio:

  • visione annebbiata;
  • perdita parziale della vista o momenti di cecità completa;
  • sdoppiamento della visione.

Quando un TIA si verifica, il fatto che esso si evolva in un ictus maggiore dipende dagli altri fattori di rischio presenti, come l’età, lo stato di salute generale, il sito della stenosi e la dimensione dei vasi
coinvolti.
Questi fattori influenzano la risposta del paziente all’episodio: se lo stato di salute generale è buono, il corpo produrrà una risposta enzimatica durante il verificarsi del TIA: gli enzimi faranno in modo di distruggere l’elemento di occlusione o di arginare il sanguinamento. Inoltre, può anche verificarsi che altri vasi della zona colpita si allarghino per facilitare il flusso del sangue nella zona dell’occlusione e questo determinerà il concludersi dell’episodio ischemico transitorio, evitando i danni di un ictus maggiore. Se però il paziente si trova già in una situazione debilitata, è possibile che si arrivi all’ictus vero e proprio.

La diagnosi
I TIA si differenziano dall’ictus perché i sintomi, solitamente, terminano prima che si creino danni permanenti al cervello: nella maggior parte dei casi essi si risolvono in pochi minuti anche se, altre volte, possono persistere per delle ore, tanto che può diventare difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra TIA e ictus.
Inizialmente si definiva TIA un’interruzione del flusso di sangue al cervello i cui sintomi si risolvessero in meno di 24 ore, anche perché si riteneva che, stando così le cose, non si fosse prodotto nessun danno cerebrale. In realtà, tecniche diagnostiche più evolute hanno dimostrato che anche sintomi di durata inferiore all’arco della giornata possono causare danni permanenti al cervello.
Per questo motivo i TIA sono stati riclassificati non sulla base della durata dei sintomi, ma sulla base delle conseguenze che provocano a livello cerebrale.
Sulla diagnosi di un ictus, invece che di un TIA, influiscono anche altri fattori: per esempio, se il paziente mostra una storia clinica di diabete, ipertensione o fibrillazione atriale, questo farà pendere la diagnosi a favore di un ictus piuttosto che di un attacco ischemico transitorio.
A prescindere dalla causa, il TIA è un evento grave che esige un’attenzione immediata. Dagli studi eseguiti si è visto che molte persone, incluso il personale sanitario, non prendono un TIA nella dovuta considerazione. Il manifestarsi di un tale episodio è uno dei più sicuri indicatori di un futuro ictus: infatti si stima che più di un terzo dei soggetti che hanno avuto un attacco ischemico transitorio è poi andato incontro a un ictus maggiore. Questo rischio è tanto più elevato nel periodo immediatamente successivo al TIA e succede frequentemente che un paziente che abbia avuto un TIA abbia poi un ictus nei giorni o nelle settimane immediatamente successive. Inoltre, secondo le statistiche, circa la metà delle persone che hanno avuto un episodio del genere ha un ictus entro l’anno.
Per formulare una diagnosi di TIA la prima cosa da fare è interrogare il paziente su come si è svolto l’episodio, sui sintomi con cui si è manifestato e sulla loro durata. Verrà anche richiesta al paziente la sua storia medica e saranno eseguiti degli esami fisici e dei test diagnostici. È fondamentale identificare la causa del TIA perché la distinzione tra un attacco dovuto a una occlusione o a un sanguinamento ha implicazioni importanti ai fini della terapia: infatti, nel secondo caso, la somministrazione di farmaci anticoagulanti, indicati nella prima evenienza, aggraverebbe la situazione.
Ai fini di una conoscenza esaustiva della storia medica della persona, il medico potrà chiedere al paziente di ripensare alle sue condizioni di salute fino ad allora, concentrandosi sui fatti più recenti, elencando eventuali interventi chirurgici
subiti al cuore o al cervello e indicando eventuali trattamenti farmacologici a cui si è sottoposto, nonché investigando la presenza di altri fattori di rischio, come l’ipertensione familiare, l’abitudine al fumo ecc.
È possibile che vengano ascoltati anche i familiari o le persone presenti all’episodio ischemico, nonché il medico di base dell’assistito.
È importante che tutti si adoperino per entrare nel maggior grado di dettaglio possibile su tutte le informazioni. Tacere alcuni particolari, perché li riteniamo insignificanti o perché temiamo di violare la privacy di un nostro caro, può in realtà creargli un danno maggiore.
Per quanto riguarda invece gli esami diagnostici a cui il paziente può essere sottoposto indichiamo:

  • misurazione della VES (velocità di eritrosedimentazione), che misura la velocità di sedimentazione dei componenti corpuscolari del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine) ossia il tempo che impiegano per separarsi dal plasma (la parte liquida del sangue). Questo parametro si utilizza per valutare lo stato patologico di un organismo, poiché è un indicatore di stati infiammatori, infarto miocardico o altre patologie, in presenza delle quali aumenta;
  • esame della glicemia, ovvero il quantitativo di zucchero presente nel sangue;
  • tomografia computerizzata, indicata anche come TC o CT (dall’inglese computed tomography) oppure come TAC (tomografia assiale computerizzata). È una metodica diagnostica per immagini indolore e non invasiva che sfrutta i raggi X e consente di riprodurre delle sezioni (tomografia) corporee del paziente anche con elaborazioni tridimensionali. Questa tecnica permette di localizzare il sito di eventuali stenosi, emorragie, lesioni o danni tissutali cerebrali. Di solito è uno dei primi esami a essere eseguito in caso di sospetto di TIA. È molto utile per individuare necrosi dovute a un precedente TIA o ictus e per stabilire una terapia opportuna;
  • ECG (elettrocardiogramma) per individuare eventuali aritmie che possono essere associate a un maggior rischio
    di sviluppo di emboli. Alcuni fenomeni clinici, come la presenza di una fibrillazione atriale, ovvero di un battito
    molto rapido e irregolare, possono essere associati a un TIA;
  • ecocardiogramma, un esame che permette di vedere le cavità del cuore, le valvole, il pericardio, le arterie e le vene principali. Il movimento del cuore viene visualizzato in tempo reale ed è possibile valutare il flusso del sangue al suo interno e nei vasi, individuando le possibili origini degli emboli che possono avere causato il TIA;
  • esame a raggi X, che permette al medico di avere una fotografia delle dimensioni generali, della forma e della struttura di cuore e polmoni;
  • risonanza magnetica (RM, detta anche imaging a risonanza magnetica MRI o tomografia a risonanza magnetica RMT). Si tratta di una tecnica che genera immagini usate in campo medico a scopi diagnostici. Il principio sui cui si basa è quello della risonanza magnetica nucleare. Le informazioni date dalle immagini di risonanza magnetica sono essenzialmente di natura diversa rispetto a quelle degli altri metodi di imaging: è infatti possibile distinguere i differenti tessuti sulla base della loro composizione biochimica; inoltre si hanno immagini delle sezioni corporee su tre piani diversi (assiale, coronale, sagittale). Le nuove tecniche di RM permettono di avere immagini estremamente chiare di molti vasi, prima visibili solo per mezzo di arteriogramma carotideo, una procedura più invasiva che oggi si tende a evitare;
  • arteriogramma carotideo, una procedura diagnostica per immagini che prevede l’introduzione di un catetere nelle arterie carotidi del collo. Permette di avere una visione di alcuni vasi del cervello più chiara rispetto ad altre tecniche, tuttavia è stata per lo più abbandonata, grazie ai progressi nelle tecniche di immagini a ultrasuoni che forniscono un’alternativa di grande dettaglio e molto meno invasiva per il paziente.

I soggetti andrebbero valutati per la presenza di fattori di rischio (soprattutto fibrillazione atriale e stenosi delle carotidi) nella stessa giornata o entro pochi giorni dal sospetto episodio di TIA per intraprendere, se possibile, le necessarie misure preventive.

Uno studio
In uno studio di qualche anno fa, pubblicato sulla rivista Stroke, venne intervistato un campione di 241 persone che avevano subìto un attacco ischemico transitorio.
Di questi, solo 107 soggetti pensarono che i sintomi dell’episodio costituissero un’emergenza, 27 persone chiesero il giorno stesso un intervento del medico, anche se non di emergenza, 43 aspettarono il giorno successivo e 64 rinviarono la cosa di qualche giorno.
I casi più a rischio risultarono quelli in cui il TIA si era manifestato nel weekend: in questo caso quasi tutti i pazienti avevano deciso di aspettare il lunedì per chiedere un consulto medico e una volta giunto il lunedì, scomparsi i sintomi, praticamente tutti avevano deciso di lasciar perdere.

Mini-ictus e piccolo ictus
Anche se questa classificazione non ha rigore scientifico viene tuttavia usata nella pratica, e per questo desideriamo che si noti la differenza tra le due denominazioni. Talvolta ci si riferisce ai TIA come a mini-ictus e questi non vanno confusi con i piccoli ictus; infatti, mentre i primi, di solito, non causano danni permanenti perché il flusso di sangue al cervello viene interrotto solo temporaneamente per pochi attimi (anche se sono episodi che non vanno assolutamente trascurati), un piccolo ictus può causare danni permanenti, anche se limitati a una parte molto piccola del cervello.
Chi fosse colpito da un piccolo ictus potrebbe addirittura non mostrare alcun sintomo di quelli normalmente associati a un ictus o a un attacco ischemico transitorio.
Accade, addirittura, che la persona colpita non percepisca neppure piccoli cambiamenti nella propria persona e nelle funzionalità del proprio organismo: tuttavia questi possono essere percepiti dai familiari o dalle persone vicine. Può accadere, per esempio, che una persona cominci a manifestare improvvisi e brevi vuoti di memoria o improvvise alterazioni del linguaggio, che possono essere scambiate per vezzi espressivi. Un’altra classica circostanza che può verificarsi è che una persona normalmente attenta al proprio aspetto cominci a essere più trascurata, senza neppure accorgersene.
Una persona può andare incontro a numerosi piccoli ictus, i cui effetti possono sommarsi nel tempo al punto che alcuni pazienti possono cominciare a manifestare uno stato di confusione mentale, scambiato spesso, in fase di diagnosi, per una forma di demenza senile.

L’età, un fattore importante
L’età e la storia familiare hanno un ruolo importante nell’incidenza di TIA: la maggior parte di questi episodi colpisce le persone con più di 65 anni. In effetti sono episodi molto rari nei bambini, probabilmente perché la formazione della placca aterosclerotica che innesca il TIA è un processo graduale che richiede un lasso di tempo abbastanza lungo. Tuttavia, i soggetti che hanno alle spalle una storia familiare di mini-ictus sono più a rischio di essere colpiti da un ictus in giovane età. Questa circostanza ha fatto in modo che crescesse l’interesse per le cause genetiche dei TIA nonché dell’ictus maggiore.

Precisazioni sul nome
Il termine TIA (transient ischemic attack) era utilizzato, secondo la vecchia classificazione, per definire l’ischemia transitoria i cui sintomi si risolvono entro 24 ore. Oggi questa distinzione formale non è più ritenuta significativa perché sembra sminuire la rilevanza di questi episodi: anche i TIA, se confermati come tali, sono considerati ischemie che spesso annunciano la prossima manifestazione di un’ischemia più grave e con sintomi non reversibili.

Pazienti a rischio di ictus cerebrale dopo un attacco ischemico transitorio (TIA)
Il rischio di ictus cerebrale dopo un attacco ischemico transitorio (TIA) è molto alto. Secondo le stime, l’8 percento dei pazienti con TIA avrà un ictus entro una settimana, l’11,5 percento entro un mese e il 17 percento entro tre mesi. Il rischio diventa poi ancora più alto se non si è trattato di un TIA, ma di un piccolo ictus con qualche sintomo residuo (anche per questo, come abbiamo detto, è importante consultare subito un medico per avere una diagnosi precisa di ciò che è accaduto). In questo caso si stima che l’11,5 percento dei pazienti avrà un altro ictus entro una settimana, il 15 percento entro un mese e il 18,5 percento entro tre mesi. Le tendenze preesistenti che prevedevano di valutare i pazienti con TIA entro due settimane sono pertanto inadeguate.