di Riccardo Segato

La malattia cardiovascolare più ricorrente colpisce le arterie coronarie. A scatenarla un insieme di fattori di rischio che favoriscono la presenza in eccesso di grassi nel sangue. Si tratta di un processo continuo caratterizzato dalla formazione della placca arteriosclerotica. A lungo andare, la presenza della placca riduce il lume delle coronarie e le fa diventare più rigide. Due difetti che impediscono la normale circolazione sanguigna. Un afflusso ridotto di sangue nella coronarie è tra le cause dell’infarto del miocardio, oppure dà luogo a scompenso cardiaco

Sono molti i fattori che ci rendono più vulnerabili alla formazione della placca arteriosclerotica ma solo pochi ci espongono alla totale impossibilità di difenderci. Siamo più fragili e indifesi al cospetto dei fattori di rischio immodificabili, riconducibili all’età, al genere sessuale, alla predisposizione genetica e all’appartenenza etnica.
Gli altri fattori che hanno delle ripercussioni negative ma sui quali è possibile intervenire, partendo da un minimo di impegno e di buona volontà, sono il fumo, l’obesità e il sovrappeso, uno stile di vita poco salutare (favorito dalla sedentarietà e da un’alimentazione sbagliata). È stato dimostrato che almeno il 50% delle malattie cardiovascolari si potrebbe evitare o ritardare, grazie a un comportamento consapevole e attento alle esigenze della propria salute. Conoscere i fattori di rischio e iniziare il prima possibile a fare qualcosa per combatterli è pertanto una strategia di prevenzione efficace.
Tra i tanti fattori che aumentano il rischio di provocare, in un individuo sano, una malattia cardiovascolare, solo un numero ridotto di essi ci pone nella completa impossibilità di difenderci. I cosiddetti fattori di rischio immodificabili. Si tratta di fattori connessi alle regole biologiche della natura umana, contro i quali siamo sostanzialmente impotenti.
L’età: la malattia cardiaca diventa più probabile e prevalente a una certa età in entrambi i sessi. Quattro su cinque delle persone che muoiono di infarto hanno più di 65 anni.
Il genere: a qualsiasi età l’uomo corre un rischio maggiore di subire un infarto rispetto alla controparte femminile. Questo perché nei maschi la malattia cardiaca è, in generale, più precoce. Tuttavia, si parla di rischio significativo di malattia cardiovascolare negli uomini intorno ai 40-50 anni, nella donna dopo la menopausa (50-55 anni). Negli uomini la media per l’infarto è 65 anni, nella donna 72. Le statistiche indicano che la donna è più a rischio di ictus.
La predisposizione genetica: le persone con i parenti di primo grado come il padre o un fratello affetti da malattia coronarica prima dei 55 anni, oppure la madre o una sorella prima dei 65 anni, corrono un rischio più alto di sviluppare a loro volta la malattia cardiaca. La storia famigliare dei fattori di rischio cardiovascolare è rintracciabile quasi sempre nella medesima predisposizione all’ipertensione, agli alti valori di colesterolo e di zuccheri nel sangue. Se all’interno del nucleo famigliare si condividono gli stessi fattori di rischio modificabili, connessi al tabagismo, a una dieta scarsamente salutare, alla mancanza di attività fisica e a essere inclini allo stress, le ripercussioni negative sui discendenti hanno un’alta probabilità di manifestarsi.
L’appartenenza etnica: taluni gruppi etnici sono più esposti di altri alle malattie cardiovascolari. Oltre la metà dei neri adulti è affetta da qualche forma di cardiopatia; tra i bianchi, solo un terzo degli adulti. Gli ispanici sono più portati a sviluppare obesità e diabete, ciò nonostante si ammalano meno di malattie cardiovascolari. Tra gli asiatici le malattie cardiovascolari sono altrettanto diffuse ma a farne le spese più di tutti sono gli asiatici che vivono nel continente americano e nell’Asia del Sud. Il che significa che i medesimi tratti genetici non sono generalizzabili totalmente a un’intera etnia. Inoltre, a seconda del Paese e del contesto sociale in cui i membri di una stessa etnia si trovano a vivere, si riscontrano morbilità e mortalità differenti. Ciò dipende, ovviamente, dal diverso stato sociale e dal conseguente stile di vita. Nel concreto, a fare la differenza sono il tipo di esistenza che si conduce, la qualità del cibo che si consuma, l’attività fisica che si ha la possibilità di praticare e, certamente, il tipo di cure mediche a cui si ha accesso.
Venendo invece ai fattori di rischio che si possono prevenire, il pericolo maggiore deriva da uno stile di vita nel complesso poco salutare e dal non tenere nel giusto peso i problemi medici in grado scatenare, se trascurati, le malattie coronariche. Perciò, a riguardo dei cosiddetti fattori di rischio modificabili, conviene farsi trovare preparati. Infatti, una conoscenza avanzata dei fenomeni, se combinata alla giusta motivazione, permette di fare miracoli, migliorando la qualità della nostra esistenza stando in salute.
Il fumo: ogni anno in Italia circa 90 mila decessi sono causati direttamente dal fumo o sono strettamente legati alla dipendenza da nicotina. Le conseguenze dannose del fumo sono note a tutti. Oltre ai polmoni, il fumo colpisce le arterie cerebrali, le arterie delle gambe, quelle renali e le coronarie. I fumatori hanno fino a due-tre volte più probabilità di morire di malattia cardiaca rispetto ai non fumatori. La chimica del tabacco ha dirette conseguenze sul danno all’endotelio e alle cellule delle arterie, favorendo la formazione della placca arteriosclerotica.
Si stima che nei fumatori il rischio d’infarto cardiaco sia quattro volte più alto dei non fumatori. Per effetto delle sostanze nocive rintracciabili nel tabacco, per ogni sigaretta consumata i vasi sanguigni si restringono, provocando un aumento delle pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. Inoltre, il monossido di carbonio che si assorbe quando si fuma riduce l’apporto di ossigeno nelle pareti interne delle arterie, favorendo i depositi arteriosclerotici. Le conseguenze più nefaste interessano l’insorgenza di varie patologie, dall’infarto del miocardio all’angina pectoris, dall’ictus cerebrale alla occlusione delle arterie nelle gambe.
Esiste un unico rimedio contro il fumo: smettere di fumare. Ne consegue che evitare di procurarsi l’assuefazione è l’unica vera forma di prevenzione. Nonostante i gravi danni, il fumo è un fattore di rischio reversibile. Infatti, da un punto di vista cardiovascolare, l’incidenza del rischio si riduce progressivamente dal momento in cui il soggetto smette di fumare, e svanisce dopo un periodo di tempo stimato tra i tre e i cinque anni. La differenza dipende dal numero giornaliero di sigarette che l’ex fumatore era abituato a consumare. Altri vantaggi, sono misurabili in ambito lavorativo, alimentare, psicologico e addirittura economico.
Obesità e sovrappeso: il sovrappeso è un problema sanitario sempre più serio. Si tratta di un fattore di rischio molto importante ma sicuramente evitabile nell’ambito delle strategie di prevenzione contro le malattie coronariche.
A seconda della maniera in cui il tessuto adiposo è distribuito, si possono distinguere il sovrappeso dalla “forma a mela” e quello dalla “forma a pela”. Nella patologia della forma a mela, le cellule adipose si accumulano soprattutto nella zona del ventre. Invece nella forma a pera, l’adipe si concentra ad altezza delle anche e sulle cosce. Il sovrappeso della forma a mela è associato a un maggior rischio di malattie cardiovascolari rispetto a quello della forma a pera.
L’Italia è un Paese con una forte incidenza dell’obesità: detiene infatti il primato europeo dell’obesità infantile. Essere obesi fin da piccoli è alla base di tante patologie cardiovascolari dell’età adulta. Una delle ragioni della crescita dell’obesità nel Paese che ha fatto da culla alla Dieta Mediterranea – una maniera di alimentarsi tra le più salutari al mondo – è che gli effetti positivi di questa dieta sembrano scomparsi. Ciò è accaduto perché i popoli mediterranei, italiani inclusi, si sono avvicinati a un tipo di alimentazione ipercalorica, simile a quella delle popolazioni nord europee e mondiali. Ciò è accaduto negli ultimi decenni, complice la diffusione della cultura di massa che ha trasformato le persone in consumatori, succubi dei modelli edonistici e commerciali più in voga. L’incidenza della cosiddetta “sindrome di Mac Donald” è testimoniata dal fatto che il numero degli obesi è aumentato anche in Italia. Il Bel Paese è al terzo posto in Europa, dopo la Russia e la Germania. Oggi gli italiani in sovrappeso costituiscono il 14,5% della popolazione maschile, il 20% di quella femminile.
Il sovrappeso può aggravare o favorire l’insorgenza di altri rischi concomitanti: l’ipertensione, le dislipidemie e la glicemia (diabete). Inoltre, anche l’apparato locomotore soffre per l’eccesso di peso corporeo: ne può scaturire un’usura precoce e irreversibile delle articolazioni, fino a causare l’artrosi. I principali accorgimenti per prevenire il sovrappeso sono legati all’alimentazione e alla sedentarietà. È consigliato ridurre l’apporto calorico giornaliero, prediligere frutta e verdura, evitare i cibi ad alto contenuto di grassi. Anche le diete sapide, i cui effetti sono solitamente di breve durata, sono da evitare, mentre l’attività fisica va fatta sempre e con regolarità.
Sedentarietà: un corretto stile vita non può prescindere dal movimento. Muoversi è un’esigenza irrinunciabile dell’organismo umano ma spesso la si tiene in poco conto. Le comodità della vita quotidiana spingono molte persone a fare attività fisica solo raramente. Si definiscono sedentari gli individui che normalmente, durante il tempo libero, non fanno alcuna attività fisica, preferendo stare in poltrona e altre simili mollezze. Sedentari sono anche coloro che fanno attività fisica in maniera occasionale e non costante.
Una statistica italiana evidenzia l’alta percentuale di soggetti sedentari nelle diverse aree della penisola, con valori particolarmente elevati per il Centro e il Sud e una percentuale maggiore per i soggetti di sesso femminile.
In media, dunque, il 40% degli italiani non svolge alcuna attività fisica, favorendo così i rischi di malattie coronariche, di diabete non insulino-dipendente, di cancro al colon e di osteoporosi. Recentemente si è anche constatato che chi non fa attività fisica corre un rischio maggiore di ammalarsi di calcoli biliare. Da ultimo ma non per importanza, chi non fa sport è psicologicamente più fragile, in quanto è dimostrato che il moto ha effetti benefici anche sulla psiche.
Il diabete: il diabete (o glicemia) è una malattia che colpisce la regolazione metabolica degli zuccheri e dei grassi. Diversamente da quanto accade nelle piante, l’apporto alimentare è l’unica possibilità che abbiamo per fare scorta d’energia. Gli alimenti assunti sono trasformati quasi interamente in glucosio (uno zucchero), che è la fonte d’energia più importante. Affinché il glucosio raggiunga le cellule, è necessaria la mediazione dell’insulina, un ormone prodotto dal pancreas. L’insulina è la sostanza chiave, giacché permette l’accesso del glucosio alle cellule. I soggetti che soffrono di diabete mellito, hanno una carenza cronica di insulina. Per questo motivo, il glucosio non può essere distribuito nelle cellule ma si accumula nel sangue. Ciò favorisce l’arteriosclerosi.
Il costante accrescersi e diffondersi del diabete, lo rende un’emergenza sanitaria, con picchi di vera e propria diffusione epidemica in alcuni Paesi, in particolare nei continenti in via di sviluppo (Asia, Africa, America centrale). Per i prossimi 15-20 anni, la previsione non è positiva. Le stime dicono che vi sarà un aumento deciso dell’incidenza e della prevalenza di questa patologia.
Per limitarci all’ambito europeo e, nello specifico, italiano, i casi patologici accertati nel nostro continente sono circa 26 milioni. Nel nostro Paese le stime dimostrano che l’incidenza della malattia ha un aumento costante. A metà anni Ottanta, i soggetti diabetici a conoscenza della propria patologia erano il 2,5% dell’intera popolazione, oggi la percentuale è molto più alta (14%).
Negli uomini con diabete il rischio di contrarre una malattia coronarica è superiore al 51%, rispetto ai non diabetici. Il rischio di infarto è ancora più elevato, 56,3%. Quello di morte improvvisa + 44,4%. Nel sesso femminile, la morte improvvisa è il dato più preoccupante, con un rischio doppio rispetto alla controparte maschile.
In tutti i soggetti diabetici si manifestano disturbi circolatori, soprattutto ai piedi, con un’incidenza 20 volte superiore rispetto alle persone sane. Perfino gli occhi, i reni e il sistema nervoso possono subire gravi danni. La vista ne è particolarmente danneggiata. La causa più frequente di cecità negli adulti e dell’insufficienza renale è proprio dovuta al diabete.
Attualmente le autorità sanitarie considerano la glicemia uno dei fattori di rischio di più forte impatto. Solo l’ipertensione arteriosa rappresenta un rischio di simile gravità, ma spesso è associata patologicamente all’insorgere del diabete stesso. L’incidenza del diabete sulla possibilità di contrarre malattie cardiovascolari è considerata addirittura superiore al fumo. Ciò nonostante il diabete di tipo 2 è una malattia che può essere prevenuta. I soggetti a rischio di diabete possono ridurre di circa il 60% le probabilità di sviluppare la malattia se adottano alcuni correttivi nello stile di vita e nell’alimentazione. Oltre a fare più moto, devono mangiare in modo sano ed equilibrato, prediligendo i cibi a basso contenuto glicemico. Quindi un consumo moderato di pane, pasta e dolciumi, altrettanto di alcol e frutta zuccherina.
L’ipertensione: una persona è ipertesa, ossia ha la pressione alta, quando la pressione arteriosa minima (pressione diastolica) supera costantemente il valore normale di 90 mm Hg. E quando la pressione massima (pressione sistolica) supera costantemente il valore di 130/140 mm Hg.
Ogni battito cardiaco provoca un’onda di pressione che immediatamente è trasmessa e si propaga alle arterie. La regolazione della pressione sanguigna avviene tramite l’interazione tra lume vasale, forza del cuore e volume del sangue. La pressione arteriosa è definita per mezzo di due valori. Il valore superiore (pressione sistolica) corrisponde alla pressione massima ottenuta in un’arteria per effetto del battito cardiaco. Il valore inferiore (pressione diastolica) è la pressione presente nelle arterie tra due battiti cardiaci.
Le stime dicono che, a livello mondiale, gli ipertesi accertati sono un miliardo, a cui va aggiunta una cifra pari alla metà dei senza diagnosi. Altri cinquecento milioni di individui che vivono sull’orlo di un baratro senza saperlo, per il fatto che l’ipertensione è un disturbo difficile da percepire e, quindi, da riferire al proprio medico, perché non dà sintomi. Messa così, si capisce che un rompicapo della medicina, che sprona i ricercatori a tentarle tutte pur di risolverlo, è riuscire a trattate gli ipertesi insensibili alla terapia farmacologica.
All’origine dell’ipertensione c’è solitamente la predisposizione genetica ma spesso essa si accompagna ad altri fattori di rischio, come il sovrappeso, l’ipercolesterolemia e il diabete.
È noto da tempo che l’incremento di peso corporeo si associa all’aumento dei valori pressori e che l’ipertensione è più frequente nei soggetti obesi che in quelli normopeso. La proporzione di ipertensione attribuibile all’obesità è stata stimata intorno al 30-65%. Sembra esserci una correlazione diretta fra livelli di pressione arteriosa e aumento del BMI. Inoltre, l’aumento della pressione arteriosa è strettamente correlato all’obesità addominale. Infatti, la pressione arteriosa sale parallelamente al crescere della pancia. In generale, per ogni aumento di peso di 10 kg, la pressione sale di 2-3 mm Hg. Inversamente, il calo del peso induce una diminuzione della pressione arteriosa e solitamente, per ogni riduzione del peso corporeo pari all’1%, la pressione scende di 1-2 mm Hg. Sono stati riscontrati valori pressori più alti in soggetti con BMI ˃ 45 rispetto ai soggetti con BMI < 35. La diffusione dell’ipertensione nei soggetti in sovrappeso è quasi tre volte superiore rispetto agli adulti con peso normale e il rischio di ipertensione negli individui in sovrappeso tra i 20 e i 44 anni è quasi sei volte superiore rispetto agli adulti con peso normale.
Molti dicono che l’ipertensione si può combattere ricorrendo a uno stile di vita sano, in cui si faccia molto sport e si segua un’alimentazione corretta, senza eccessi di alcol o d’altro tipo. Tutto vero, senonché l’unico metodo certo, scientificamente provato, che finora si è dimostrato largamente in grado di abbassare stabilmente i valori di pressione sistolica e diastolica è la terapia farmacologica. Pertanto, quei medici che riuscissero a mantenere nei limiti i valori pressori dei farmaco-resistenti, non farebbero un regalo a un’esigua minoranza di pazienti, cosa che già di per sé andrebbe premiata con il Nobel per la Medicina, ma riuscirebbero a migliorare le aspettative di vita e di qualità della medesima di una percentuale compresa fra l’8 e il 14% del miliardo di ipertesi accertati. Più di cento di milioni di uomini e donne di tutte l’età, qualcosa come l’intera popolazione d’Italia e Regno Unito.
Il rischio di infarto o di ictus cerebrale può aumentare da due a dieci volte negli ipertesi. Le loro arterie, sottoposte a una pressione troppo elevata, si ispessiscono e si induriscono, provocando forme di arteriosclerosi. L’ipertensione, specie se trascurata, può provocare anche l’angina pectoris e causare danni alle arterie renali e oftalmiche.
La pressione arteriosa va misurata con regolarità. I medici consigliano di farlo almeno una volta l’anno dopo i 30 anni d’età.
L’iperlipidemia: è una malattia che si definisce per gli eccessi di colesterolo e di trigliceridi nel sangue.
Il colesterolo è una sostanza simile ai grassi che svolge molteplici compiti: agevola la produzione di alcuni ormoni e di acidi biliari e produce un costituente della parete delle cellule umane. L’organismo produce da sé, soprattutto nel fegato, la maggior parte del colesterolo. Con l’alimentazione, e in particolare con i grassi inseriti, si assume altro colesterolo, talvolta in eccesso.
I trigliceridi sono anch’essi dei grassi del sangue che derivano direttamente dall’alimentazione. In genere aumentano quando la dieta è troppo ricca di carboidrati (zuccheri) e di lipidi (grassi) insaturi.
L’aumento di trigliceridi e colesterolo rappresenta un importante fattore di rischio per l’arteriosclerosi e incide sulle malattie cardiache e sul diabete.
Si parla di ipertrigliceridemia quando i valori di trigliceridi superano la concentrazione di 200 mg/dl. Si parla invece di valori normali se si rimane al di sotto dei 150 mg/dl.
Di solito all’analisi dei trigliceridi si associa la ricerca del colesterolo totale, colesterolo HDL, colesterolo LDL e di glicemia. Se infatti anche questi valori sono alterati, i fattori rischio aumentano. La valutazione dei livelli di colesterolo e di trigliceridi è facilmente ottenibile con un prelievo a digiuno. Si considerano valori ottimali di colesterolo HDL quelli ≥ 40 mg/dl nell’uomo e ≥ 50 mg/dl nella donna. Il colesterolo HDL viene chiamato così perché è legato alle lipoproteine ad alta (H) densità (D). Esso è considerato “buono” perché riduce la probabilità di patologie cardiache. Bassi livelli di HDL ne aumentano invece la probabilità. I fattori che aumentano le HDL plasmatiche sono: l’attività fisica; una dieta ricca di acidi polinsaturi (i cosiddetti Omega-3 contenuti nel pesce); una dieta che, stimolando le funzioni organiche, aiuti l’organismo a rifornirsi di colesterolo “buono” inibendo il fegato nella sua iper-produzione di colesterolo “cattivo” LDL. Le lipoproteine (L) a bassa (L) densità (D) hanno il compito di distribuire il colesterolo alle cellule. Se si depositano sulla parete delle arterie contribuiscono alla formazione delle placche ateromatose: più alta è la concentrazione del colesterolo LDL, più alto è il rischio di malattia cardio-vascolare. I valori ottimali di colesterolo LDL sono inferiori a 100 mg/dl. Il colesterolo LDL viene calcolato ricorrendo alla seguente formula: colesterolo LDL = colesterolo totale – (colesterolo LDL + 1/5 trigliceridi). Si tratta della formula di Friedwald, non applicabile qualora i trigliceridi siano superiori a 300 mg/dl. Una concentrazione elevata di colesterolo totale (ma soprattutto una concentrazione elevata di colesterolo LDL) costituisce un fattore di rischio per ischemie vascolari su base ateromatosa.
I disturbi della psiche: considerando lo stile di vita della società attuale, è facile comprendere la rinnovata e accresciuta incidenza di fattori psicosociali. Ansia, stress, depressione, mobbing, isolamento sociale, di per sé rilevanti nella vita di ciascun individuo, raddoppiano la possibilità d’infarto quando giungono in concomitanza dei più classici disturbi e condizioni di rischio cardiovascolare. Anche la presenza di due fattori psicosociali di rischio può avere effetti decisamente dannosi. Per esempio, l’accoppiata ansia-depressione aumenta il rischio cardiaco nel post-infarto.
Caratterialmente si può reagire in modi differenti alle varie forme di disagio e malessere psicologico. Tuttavia, attacchi di ostilità e aggressività, ansia e depressione, anche se legati a componenti psicologiche e sociali, aumentano notevolmente la probabilità di contrarre le malattie cardiovascolari.
Un’interferenza positiva sui fattori psicosociali della vita quotidiana potrebbe addirittura aumentare il numero di vite salvate. Calcolando che la mortalità cardiovascolare potrebbe già essere ridotta del 40% eliminando i tradizionali fattori di rischio, un’azione congiunta di prevenzione su entrambi i tipi di disturbo (clinici organici e psicosociali) può diminuire notevolmente l’incidenza delle patologie cardiovascolari. Dopo 18 mesi da un infarto cardiaco, la diagnosi è infausta per il 17% dei depressi contro il 5% delle persone psicologicamente stabili. La depressione può scatenare una serie di atteggiamenti alla base dei principali fattori di rischio classico. Un depresso è portato ad abusare di più di fumo e alcol, ad alimentarsi in modo poco equilibrato e sostanzialmente scorretto, trascurando del tutto o in parte l’attività fisica.
Fra le situazioni stressanti da cui rifuggire, come il rumore, le vibrazioni, i vapori, le sostanze pericolose, le temperature troppo elevate o troppo basse, i turni e i carichi di lavoro eccessivi, non mancano “le incertezze”, più difficili da definire verbalmente che da intuire a livello cognitivo. Le incertezze che creano ansia riguardano il lavoro, la salute, gli affetti e altro ancora.
Infine, come si valuta se un tipo di stress ha passato il segno e ha bisogno di essere sottoposto al controllo dello psicoterapeuta? Insomma, quando viene il momento di andare dallo “strizzacervelli” per colpa dello stress? Quando lo stress non è gestibile personalmente e autonomamente dal soggetto. Quando si avvertono segni di perdita di capacità di gestione di ambiti significativi della propria vita: nel lavoro, nelle relazioni sentimentali e sociali, durante l’attività sessuale, a causa di mancanza di volontà e desideri. Infine, quando subentrano perdita di interessi, malessere fisico generalizzato, sonno e sogni disturbati troppo simili agli incubi.

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