di Riccardo Segato
L’insufficienza cardiaca del primo tipo, per cui il sangue ossigenato non riesce a passare dal cuore all’organismo a causa di un difetto valvolare, si può prevenire ricorrendo a uno stile di vita sano, basato su attività fisica e dieta.Allo studio anche un trattamento specifico, in grado di annullare gli effetti della molecola che scatena l’infiammazione del tessuto cardiaco

La mancanza di esercizio fisico e un peso corporeo eccessivo favoriscono l’insorgenza del tipo di insufficienza cardiaca più difficile e resistente ai trattamenti. È quanto, di recente, ha stabilito un eminente Centro di ricerca cardiovascolare americano, analizzando i dati provenienti da tre studi, per un totale di oltre 50 mila pazienti cardiologici, di cui quasi 4 mila affetti da insufficienza cardiaca. Inoltre, uno studio multicentrico è riuscito a identificare la molecola che si spera possa aprire l’accesso a un trattamento personalizzato sempre per questo tipo d’insufficienza cardiaca resistente ai farmaci.

L’insufficienza cardiaca è una malattia cronica in base alla quale il muscolo cardiaco (il miocardio) non ce la fa a soddisfare la domanda di ossigenazione del sangue che serve all’organismo per espletare le mansioni di ogni giorno. Per semplificare, si può dire che vi sono due tipi di insufficienza cardiaca, che si verificano quando il sangue, ricco di ossigeno e di altri nutrienti, è in procinto di essere pompato nell’organismo. Nel primo caso, la gittata di sangue è trattenuta all’interno del cuore. Accade quando il cuore è più rigido del dovuto, a causa di un malfunzionamento delle valvole aortiche. Nel secondo caso, invece, la gittata è ridotta a causa dell’ipertrofia del miocardio, per cui il cuore non riesce a contrarsi abbastanza.

A distanza di cinque anni dalla prima manifestazione clinica, il primo tipo di insufficienza cardiaca registra una mortalità del 30-40%. Il secondo tipo, invece, ha una prognosi migliore: i trattamenti permettono di prolungare le aspettative di vita, con percentuali di sopravvivenza più favorevoli. Si tratta di trattamenti esclusivi, che poco si adattano alla prima forma di insufficienza cardiaca, ancora inesplorata da un punto di vista clinico e farmacologico. Gli studi clinici non hanno ancora messo a punto nessun farmaco per la gestione di questo tipo di insufficienza cardiaca. Non solo, contro il primo tipo di insufficienza cardiaca non viene in soccorso neppure la chirurgia, diversamente a ciò che accade per il secondo tipo, in cui i casi più gravi vengono, di regola, sottoposti a trapianto cardiaco come ultima spiaggia.

Tra gli oltre 50 mila pazienti scrutinati nello studio citato, il 39% era affetto dalla prima forma di insufficienza cardiaca, il 29% dalla seconda mentre il restante 32% da insufficienza cardiaca mista. Ebbene, con riferimento alla totalità pazienti, fra coloro che hanno aderito a uno stile di vita più salutare si è registrata un’incidenza minore del 19% per il primo tipo di insufficienza cardiaca, segno che l’esercizio fisico e la dieta ipocalorica, a cui questi pazienti si sono sottoposti, sono stati efficaci nella prevenzione della forma più resistente e meno trattabile di insufficienza cardiaca.

Di norma l’insufficienza cardiaca del secondo tipo viene trattata ricorrendo ai farmaci ACE-inibitori, Beta-bloccanti e diuretici. Si tratta di farmaci efficaci nella riduzione della mortalità fra i pazienti affetti dalla forma di insufficienza cardiaca in cui è il miocardio che fatica a comprimersi, rallentando la gittata sanguigna del cuore durante la fase di diastole. Diversamente, a oggi non esiste ancora una vera e propria opzione farmacologica per la cura dell’insufficienza cardiaca del primo tipo, dove il cuore pompa meno sangue a causa di una sopraggiunta rigidità. Finora gli studi clinici non hanno messo a punto nessun trattamento specifico, ragion per cui la prevenzione, ossia uno stile di vita sano, basato su attività motoria e dieta che combatte obesità e sovrappeso, si è dimostrata una carta vincente.

L’insufficienza cardiaca di entrambi i tipi è, in generale, un fenomeno in crescita. Essendo più ricorrente fra gli anziani, la sua evoluzione nella società è direttamente proporzionale all’invecchiamento della popolazione e al connesso aumento delle malattie cardiache. È la principale causa di ospedalizzazione delle persone con più di 65 anni e assorbe una fetta considerevole dei budget sanitari a copertura delle malattie cardiovascolari. Si stima che ogni minuto venga fatta una diagnosi di questa malattia e che almeno la metà dei pazienti siano donne. Più di 2,5 milioni di donne sono affette da insufficienza cardiaca solo negli Stati Uniti. Per il gentil sesso la sfida della malattia è più impegnativa che nella controparte maschile. Le donne che sviluppano l’insufficienza cardiaca hanno in media più di 65 anni, si ammalano più frequentemente di depressione, sono soggette ad avere il respiro corto, le caviglie gonfie e hanno maggiori difficoltà degli uomini a deambulare e a fare esercizi.

Là dove le cure risultano ancora inadeguate, si cerca di tenere testa alla malattia attraverso un capillare lavoro di informazione fra i pazienti, per favorire il riconoscimento e la gestione dei sintomi. I trattamenti, quando possibili, mirano a restituire pervietà alle arterie danneggiate, a ridurre i fattori di stress biologico e a migliorare il funzionamento del cuore.

Recentemente uno studio multicentrico è riuscito a identificare una molecola che si spera possa aprire l’accesso a un trattamento personalizzato per l’insufficienza cardiaca del primo tipo. Il risultato di questo lavoro, a cui hanno partecipato ricercatori tedeschi, spagnoli e statunitensi, è stato pubblicato sulla stampa specializzata all’inizio di quest’anno. Nell’articolo i ricercatori dimostrano che, in caso di insufficienza cardiaca del primo tipo, vi è un eccesso di produzione di una particolare molecola (Loxl2) che favorisce l’insorgenza della fibrosi del miocardio. La riprova dell’importanza di questo meccanismo sta nel fatto che l’eliminazione di questo eccesso di Loxl2 porta alla correzione della fibrosi e migliora la funzionalità cardiaca, prevenendo in questo modo la comparsa o la progressione dell’insufficienza cardiaca. In altre parole, Loxl2 sembra avere le caratteristiche ideali per diventare un nuovo bersaglio terapeutico nell’insufficienza cardiaca. La ricerca di inibitori dell’Loxl2 potrebbe portare a un trattamento personalizzato dell’insufficienza cardiaca del primo tipo.

Il prossimo step di questa ricerca prevede la messa a punto di un test diagnostico che consenta di rilevare l’eccesso di attività di questa molecola a livello cardiaco. Il test sta per essere messo a punto dall’Università di Navarra (Spagna) dal gruppo di ricerca “Biomarcs”, un team pionieristico nel campo dei biomarcatori dell’insufficienza cardiaca.